specchioEro circondata dagli specchi difettosi. Non parliamo dei cabinotti di prova dei negozi, quelli fanno passare la voglia di shopping qualunque cosa ti metti, anche vestita di nero sembravo il Gabibbo, ma perfino a casa mia, che diamine! Ogni mattina ci mettevo tutta la buona volontà per cercare di darmi una forma umana, ma anche dopo un lavoro di restauro che nemmeno alla facoltà di Conservazione dei Beni Culturali di Ravenna, quel maledetto pezzo di vetro mi rimandava sempre l’immagine di una grigia megera rugosa, dall’incarnato color topo.
Ho speso un capitale in uno specchio firmato ma non è servito a niente, mi faceva vedere sempre la stessa faccia da vecchia strega. Poi le mie amiche hanno confessato che loro cercavano di fare amicizia con quella signora anziana che vive dietro agli specchi; pare che gli inizi siano difficili, è dura guardare una versione di se stessa che somiglia in modo inquietante alla propria nonna, ma col tempo qualcuna si è trovata bene, diceva di aver trovato una donna di spirito e di buone letture. Io ci ho provato, ma la strega che ha preso la residenza dietro al mio specchio era antipatica come un’influenza intestinale, non aveva il minimo senso dell’umorismo e non si interessava di niente. Ho provato coi libri, i film, i viaggi, l’attualità, perfino il calcio. Niente. Alla fine sono passata all’arma di fine di mondo, i ricordi, e quella si è messa a piangere uguale identica alla Fornero, con la stessa gelida ruga in mezzo agli occhi, profonda come una coltellata e umana come un codice a barre.

Fornero nello specchio

Non c’è da meravigliarsi se mi è presa una crisi isterica e le ho lanciato la spazzola dritto in faccia: provate a pensare di avere la Fornero nel vostro specchio, poi ne parliamo. L’ho centrata in pieno e le ho procurato un nuovo set di rughe, una bella ragnatela che dal centro si diramava fino ai bordi. Come c’era da aspettarsi, la strega è scappata a nascondersi dalla paura, io invece mi sono affacciata allo specchio per scovarla e magari tirarle un’altra randellata alla nuca, ma ho provato una sensazione inquietante. Non ero io che guardavo lo specchio, era lo specchio che guardava me. 

 

Down the rabbit holeImmaginate di cercare l’ultimo gradino di una scala a luci spente, e quando mettete giù il piede lo scalino è molto, molto più alto di quello che vi aspettate. Secondo voi uno specchio è piatto, vero? E invece no. Il mio era molto più profondo di quello che credevo, e a forza di sporgermi ci sono caduta dentro, come Alice nella buca del coniglio. Ho ripreso coscienza su una spiaggia e mentre guardavo il mare come se fosse stato pieno di squali, mi sentivo in preda a un effetto di sdoppiamento, non vedevo niente e non riuscivo neppure a parlare. Mi sembrava di dovermi liberare la faccia da una calza di nylon.
Ho sentito un coro di risate e il tocco di una mano sulla spalla mi ha fatto sobbalzare, ma era solo un’anima pietosa che mi porgeva un fazzolettino. Ero piena di sabbia, ne avevo in bocca, negli occhi, nei capelli, e sputavo come un lama. Quando sono riuscita a pulirmi gli occhi ho visto intorno a me un gruppo di ragazzi e ragazze che ridevano. Ottimo, la megera mi aveva mandato pure i nipoti. Però… i malefici ragazzini somigliavano in modo inquietante ai miei compagni di liceo, quelli con cui avevo fatto il campeggio dopo la maturità, e la spiaggia sembrava Santa Teresa, dove ci eravamo stravaccati per un mese tra canne, birra, sole e sesso. Una folata di vento ha fatto volare via le pagine di una Gazzetta dello Sport.
pagine nel vento

<<Ben svegliata, Beatrice! Sembravi morta…>>
<<Eh? Cosa… Cosa c’è? Chi siete?>>
<<Oh non datele più da fumare per favore, non ci riconosce nemmeno… Venite che andiamo a fare il bagno!>>
Un po’ barcollante, mi sono alzata e ho seguito gli altri, ma prima sono riuscita ad afferrare una delle pagine del giornale. Non riuscivo a respirare mentre cercavo la data sulla carta rosa. 28 luglio 1975. Lunedì. Gli amici stavano commentando i risultati della maturità, due ragazze sparlavano del mio 58 assolutamente immeritato, gli altri mi prendevano in giro, Bea hai mancato il 60 per un pelo, almeno per una volta te li potevi mettere, gli occhiali… Io stavo lì come un’ebete e non ho fatto una piega quando mi hanno detto che toccava a me lavare i piatti. Ero disposta a lavare tutto il campeggio, e con gioia. La mia vita davanti, di nuovo… A chi capita una botta di culo del genere? Ho giurato che stavolta non l’avrei sprecata e che mi sarei tenuta ben alla larga dagli specchi. Col cavolo che ci volevo tornare, nella buca del coniglio.

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