Antefatto: http://lettermagazine.it/2012/ink-killer/she-devil/

chirurgia plasticaA questo punto non avevo scelta, dovevo scappare nascondermi emigrare cambiare pianeta galassia e pure universo, se possibile. Avevo solo una persona a cui chiedere aiuto, un fratello che lavora in ospedale, magari mi avrebbe trovato un chirurgo plastico bravo a cambiare i connotati. Sono arrivato al policlinico di notte, a piedi. Non potevo fidarmi della luce del giorno, dei mezzi pubblici e neppure dei taxi. Sono entrato dalla porta degli ausiliari e ho cercato mio fratello, ma era appena andato via e aveva un riposo di tre giorni. Maledizione. Non mi fidavo nemmeno a telefonargli, per quanto ne so un cellulare è anche un rilevatore GPS e per questo motivo ho abbandonato il mio in un parchetto infestato dai tossici. Qualcuno avrebbe gradito il regalo. Però non potevo nemmeno chiamarlo da una delle poche cabine sopravvissute, perché lei sarebbe capace di tenere sotto controllo anche il suo telefono…

mummia in ospedalePer non farmi mancare niente, ho sentito le voci allegre di gente nel corridoio, un gruppo di infermieri andava in pausa. Non avevo molta scelta e mi sono imboscato nella prima porta aperta. Era una camera singola con una mummia preistorica adagiata sul letto, in mezzo a tubi aghi flebo monitor e varie diavolerie mediche. Sembrava una puntata di ER ambientata nelle caverne di Altamira. Però… dallo sportello semiaperto del comodino si intravedeva una borsa di Prada. Ho dato un’occhiata, tanto quella dormiva da quarantamila anni e non poteva svegliarsi proprio adesso. Nel portafoglio non c’erano soldi – gli ausiliari erano passati da un pezzo – ma un documento a nome di Beatrice Guarini Matteucci, l’indirizzo di un bel palazzo in centro, e un mazzo di chiavi. Poteva essere un’idea per nascondersi qualche giorno, riposarsi e studiare un piano.

scrigno gioielliMi sono fatto a piedi anche tutta quella strada e poi mi è toccato eludere l’occhiuta sorveglianza del custode, ma sono arrivato all’appartamento; ultimo piano, naturalmente, come sfiga voleva… Però la prima chiave ha aperto subito e non c’era nemmeno un allarme. Mi sono tolto le scarpe e ho ispezionato l’enorme attico con cento metri quadri di terrazza vista Colosseo. Però, la Beatrice! Averla conosciuta prima, lei sì che sarebbe stata da sposare. L’appartamento era in perfette condizioni, con tanto di cibo, bevande, luce acqua e gas. L’antica mummia aveva qualcuno che provvedeva a tutto, anche alle bollette. In più, nella stanza da letto c’era una serie di bauletti in stile art deco con una quantità di gioielli da far impallidire tutti i Compro Oro di Roma e litorale ostiense. Evviva la Beatrice! Che teneva pure tutto questo ben di dio in casa e non aveva nemmeno paura dei ladri. Ancora frastornato per la botta di culo, la prima dopo una lunga serie di circostanze sinistre, ho riempito la vasca per un bel bagno rilassante – ne avevo proprio bisogno – mi sono spogliato e nell’attesa di entrare a mollo mi sono anche stappato una bottiglia di champagne. Finalmente un po’ di ristoro dopo tante disgrazie.

Chiave nella serraturaRisollevato per la prima volta da quando era cominciata quella vicenda allucinante, mi sono immerso nel bagno caldo e profumato e ho chiuso gli occhi. Stavo per addormentarmi, quando il rumore della chiave che girava nella serratura ha risuonato nel silenzio come un assolo di chitarra di Robert Plant. Dovevo immaginarlo, ecco il “qualcuno” che si prendeva cura dell’appartamento. In preda a una crescente agitazione sono uscito dalla vasca nudo come un verme e l’ho vista. Lei, la Bionda. Lei, la rovina della mia vita, che spingeva una sedia a rotelle con la nobildonna che tornava a casa. Gli ospedali sono proprio al fallimento, se dimettono le mummie… Evidentemente, le hanno detto “Cara Beatrice, vada a riposare nel suo bel sarcofago, a casa sua, che qui il letto serve per i moribondi, non per i cadaveri” ma come potevo, io dico, come potevo immaginare che l’amica fedele della cariatide fosse proprio lei, la Bionda?

Le due streghe si stavano dirigendo verso la stanza da letto e io potevo solo cercare rifugio in terrazza. L’immenso appartamento teneva tutto l’ultimo piano e non aveva vicini, però, cercando bene, ho trovato un punto da cui si poteva tentare di salire sul tetto. Nudo come un verme, d’accordo, ma non avevo il tempo di cercare i miei vestiti, anzi, li avevo lasciati proprio in bella vista sul divano della sala. Come un coglione. Se ce l’avessi fatta, avrei recitato la parte del pazzo, il custode avrebbe chiamato un’ambulanza, sarei finito in manicomio ma… andava bene tutto, pur di non vedere mai più quell’incubo di donna. Io non sono uno scalatore, anzi, la mia stazza mi rende poco adatto alle imprese acrobatiche, però non vedevo alternative. Ho cominciato ad arrampicarsi sulla grondaia e finalmente sono riuscito a mettere le mani sulle tegole del tetto.

Ossa rotteEcco, giusto le tegole mi sono rimaste in mano, come due saponette. Si sono staccate dal tetto e mi sono ritrovato a terra, sul pavimento della terrazza, con un dolore terribile a tutte le parti del corpo. L’osso che fuoriusciva dalla gamba destra non prometteva niente di buono, ma se era per quello, neppure il sangue che sgorgava dalla testa. Per non parlare dei corvi appollaiati tutti in fila sulla ringhiera, con la faccia da “Abbiamo tutto il tempo del mondo”. Mi è rimasto solo da sperare che i corvi mi si avventassero addosso prima che lo potesse fare lei.

 

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