Samurai catBuongiorno a tutti, lo so che avete sentito la mia mancanza. Sono Merlino, l’ultimo Gatto libero del quartiere, il Gatto samurai, il Guerriero senza padrone. Non mi sono dimenticato di voi, umani deboli e imperfetti, ma una fiera creatura come me ha sempre tante cose da fare. Stavo trascurando perfino i miei amici della Gatteria di Piazza delle Erbe, finché l’umana che ho adottato mi ha convinto a farci un salto. “Merlino, trova il tempo di passare dai ragazzi, ci sono un sacco di novità”.

Così tra una rissa, una pisciata e un furto di acciughe mi sono ritagliato un’oretta per fare due chiacchiere col professor Scipione, non ci si vedeva da un bel po’. Me ne ha raccontate delle belle e mi ha presentato il nuovo acquisto, Smeagol il furetto: non è il più sveglio dell’universo, ma è un bravo ragazzo, si sta ambientando e ogni tanto ha qualche idea geniale, come quella volta del Sarchiapone. Ha fatto felice la mia umana e le divinità feline gliene renderanno merito. Poi è saltata fuori la storia del torneo di poesia metasemantica. Questa è una novità anche per me, che pure sono un gatto di mondo, e sul momento ho pensato che davvero i miei amici stanno esagerando con l’albana dolce e con gli infusi di quella strana “erba gatta” che coltiva il custode della Prefettura, ma il professor Scipione è così felice che non sta più nella pelliccia.

Gatti a tavolaIo ci tengo al benessere dei miei amici e mi sono invitato volentieri a cena, giusto perché a casa non c’era niente di pronto, e intorno alle ciotole imbandite ho chiesto lumi. Il conte Vronskij naturalmente è furibondo, ma quando mai non lo è? Con la sua mentalità militare, l’unico tipo di poesia che riesce a capire è un due tre avanti marsch. Stavolta è completamente fuori dai coppi perché l’idea malsana ha contagiato non solo gli anziani professori di lettere classiche, come Scipione, ma anche Gregorio, un gatto serio e pure di origini russe, e perfino i giovani come Kaminski, Lebowski e Lagardère, notoriamente interessati solo alle belle pelliccette. Ho voluto sapere da dove era saltata fuori questa nuova pensata: dai rotocalchi della parrucchiera? Dai programmi dementi che il falegname guarda sulla TV portatile nel suo laboratorio, e a causa dei quali ormai è quasi senza dita? Pare di no.

Notte di cacciaSembra che una notte una partita di caccia al topo sia stata disturbata da una voce stentorea che declamava paroloni altisonanti in mezzo ai banchi del vecchio mercato. “Calami a riva dell’inclito Miller l’empia foresta che pippando cosse lenti lisghei”… Diamine, Kaminski è quasi morto dalla paura e i topi sono scappati tutti. Il conte Vronskij, che guidava l’imboscata, ha letteralmente perso la testa, convinto che fosse evaso il vecchio pappagallo sclerotico del fornaio;  con due balzi è saltato sui tetti a controllare, ma la bestiaccia era sul suo trespolo, intenta come al solito a strapparsi le penne della coda. Allora, per tutti i diavoli del Volga, chi c’era stavolta? Non si poteva mai stare tranquilli in quella piazza, prima i furetti, poi i Sarchiaponi… “E adesso c’è il Lonfo”  ha esclamato la voce. L’intera Gatteria si è prodotta in una serie di esclamazioni irripetibili: basta abbandonare creature esotiche, gli umani devono smetterla di comprare serpenti, iguana, lonfi, zibellini, furetti, alligatori e poi disfarsene quando si stancano del giocattolo, quella povera donna si sta dissanguando per dare da mangiare a tutti!

Lonfo“Profani! Mentecatti, concubini e maramaldi!”  ha latrato la voce. “Io non sono una creatura esotica abbandonata, dementi! Io sono il Lonfo”. La notizia non ha creato più di tanto scompiglio nella colonia: negli ultimi tempi siamo stati invasi dai nargilli, un Lonfo qualunque non ci fa neanche un baffo, ma l’essere tonante si è sentito toccare nell’amor proprio e ha rincarato la dose: “Il Lonfo non vaterca né gluisce, e molto raramente barigatta, ma quando soffia il bego a bisce bisce sdilenca un poco e gnagio s’archipatta”… Potete immaginare l’entusiasmo del professor Scipione, profondo conoscitore della Poesia Metasemantica, ovvero quella corrente poetica nata quando un poeta scarso dai dubbi gusti estetici mangiò un’impepata di cozze innaffiata da una dose eccessiva di vino bianco. “Se si tratta di lonfare, ragazzi, io sono pronto!”  ha esclamato il professore saltando sopra una cassetta della frutta e declamando versi in libertà come sotto l’effetto di stupefacenti.

Cat loves vodkaIl suo amico Gregorio non poteva essere da meno: è corso ad attingere alle scorte di vodka e si è gettato con entusiasmo nella singolar tenzone. Insomma, un afflitto Conte Vronskij ha concluso la sua storia piangendo sulla mia spalla, perché da quella notte nella colonia non c’è  più stato un momento di pace, non si trova il tempo per una partita a carte né per un sano triathlon lucertola-topo-piccione, e nemmeno il pisolino è assicurato. Nel bel mezzo del sonno profondo i dementi declamano idiozie in libertà, e se proprio non sanno più cosa dire, si mettono a chiamare a gran voce un certo PATROCLO, che lo sa il cielo chi sarà mai stato. Anche i giovani, poco propensi all’istruzione, si sono gettati con entusiasmo nel torneo perché quella malfidata bestiaccia li ha convinti che la poesia metasemantica fa rimorchiare

gatto samuraiCome è noto, un samurai come me non poteva rimanere indifferente al grido di dolore di un vecchio amico. Non ne so molto di poesia metanfetaminica, non sono colto come il professor Scipione, ho il sangue del guerriero, uso le unghie come una katana e l’Hagakure non è un trattato di letteratura, ma sono molto bravo a navigare in internet. Ho fatto un salto sul computer della mia umana e dopo una breve ricerca ho avuto modo di tornare dal Conte con alcune utili informazioni. In effetti, caro Vronskij, gli ho detto, è assai difficile convivere con una “creatura piena di lupigna, arrafferia malversa e sofolenta” che “Se cionfi ti sbiduglia e ti arrupigna, se lugri ti botalla e ti criventa”. E qui mi son dovuto fermare, fulminato da un’occhiata assassina del Conte. “Va bene, va bene, Vronskij, ho scherzato”  l’ho rassicurato offrendogli il sedere da annusare in segno di pace. “Troveremo una soluzione anche per questo problema”.

Quale soluzione?”

AzkabanLa solita…”  e abbiamo cominciato a pensare a come trasferire il problema nel Palazzo dei Veleni, il luogo di tortura in cui viene rinchiusa la nostra umana per otto ore al giorno al fine di guadagnarsi da vivere e nutrire tutti noi. Abbiamo discusso e scritto fino all’alba; come è noto, il felino a un certo stadio dell’evoluzione sa scrivere benissimo, ma non ci tiene a farlo sapere in giro. Su una risma di carta per avvolgere il pesce abbiamo stilato il minuzioso programma del Corso di Poesia Metasemantica in Tre Sedute, una per ciascuno dei seguenti attanaglianti argomenti: La rima che non fa rima, La rima alla Madame Bovary, La rima paradossale, con tanto di aperitivo di lavoro, cena a buffet, cartellina in omaggio e crediti premio per le valutazioni aziendali. Sede del corso: via e numero civico dell’ingresso secondario delle cantine della Prefettura. Data del corso: il successivo fine settimana. Al mattino  abbiamo spedito la nostra umana in copisteria con il compito di stampare il programma in cento esemplari da lasciare vicino a tutte le macchinette del caffè nel Palazzo dei Veleni, poi ci siamo preparati con un’ora di meditazione all’ingrata impresa di convincere la lonfesca creatura della necessità ineludibile di erudire con la sua energia creativa l’inclito pubblico che noi due, in Suo onore, avremmo radunato in una maestosa sala dal soffitto a volta, nell’antico e storico palazzo proprio qui a fianco.

LavoratoriI vanesi si ritengono tanto furbi, ma cadono facilmente in trappola. Il vecchio Lonfo ammargelluto, che bete e zugghia e fonca nei trombazzi, si è schiarito la voce con l’aceto per due giorni, in vista dell’audizione che i suoi cari e nuovi amici gli avevano promesso, e il venerdì sera c’era una ressa di impiegati vestiti a festa che facevano la fila per entrare da quella strana e originale porticina e scendere la scaletta, che carina così elegante, anche con la passatoia, fino a quella sala grandissima, così originale, illuminata con le candele, dove qualcuno, sì, l’avevano assicurato, qualcuno aveva detto che ci sarebbe stato perfino lo Stato Maggiore degli Augusti Dirigenti Galattici. Il brusio degli uomini incravattati e delle signore in lungo e i raschi di voce del Lonfo che si preparava a far lègica busìa e far gisbuto sono diventati in breve tempo un frastuono così assordante da coprire il rumore di ferraglia dei catenacci con cui abbiamo sbarrato le antiche porte delle prigioni del palazzo. Ce ne sarebbe voluta di pazienza, per l’allegra combriccola, da lì alla vana speranza che qualcuno, il lunedì, sentisse le loro grida di dolore, e il vecchio Lonfo di voce ne aveva per secoli.

 

 

 

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