di Maria Cristina Impagnatiello

 
giostre

Un calabrone nero, una piccola macchia scura oscillante, si muoveva nell’aria tracciando cerchi, ellissi, parabole, quasi a voler annusare alla gente la pelle, le gambe, i capelli. Nessuno se ne accorgeva, i bambini – le espressioni sospese allo spettacolo di marionette – o la ragazza con la gonna corta, le gambe lunghe e i capelli di paglia dorata, i cui occhi luccicavano impazienti nella speranza che il ragazzo di turno vincesse l’orso di peluche; né quei ragazzi che si vantavano del coraggio nell’affrontare le giostre più audaci.

Sola, seduta su una panchina di legno consumato, mi divertivo a immaginare cosa sarebbe successo se anche uno solo di loro si fosse accorto di quell’insolito esaminatore.

Era il momento esatto in cui il sole diventava arancione e poi rosso, una palla di fuoco; più debole, più vulnerabile in quel suo peccato di vanità, mi permetteva di guardarlo in faccia senza dover distogliere lo sguardo. Si levava un vento leggero, incostante.

Mi voltai di scatto; era come se una mano mi avesse sfiorata, quasi impercettibile; ma era solo il calabrone che aveva deciso di annusare me. Provai a liberarmene colpendo l’aria con una mano, senza successo. Mi alzai, con la sensazione di essere inseguita non da un insetto ma da qualcosa che non sapevo realmente definire, una scia di vento che si insinuava tra le dita delle mani… Mi sembrava di toccarla e che mi trasportasse, in qualche modo. Guardavo in basso, fissavo le mie scarpe che lasciavano l’impronta nella terra umida e accumulavano fango ai bordi, i miei piedi come lumache in cerca di un nuovo guscio. Non mi importava dove stessi andando; era uno di quei giorni in cui tutto il mio passato si riduceva a un ammasso informe di ricordi, una specie di melma in cui mi ritrovavo immersa così, senza nemmeno aver avuto il tempo di rendermene conto. Niente che spiccasse, solo fango nel fango. Ero su quella panchina in attesa di una corda, o un ramo, qualcosa che mi attirasse a riva.

riflessi
Non succedeva niente.
Perciò non m’importava dove sarei finita, che cosa sarebbe accaduto, nemmeno di trovarmi all’improvviso di fronte a una tenda da circo, enorme, così grande da non spiegarmi come avevo fatto a non notarla fino a quel momento. Eppure era lì, maestosa nelle sue forme rotonde, vestita di bianco e rosso, a strisce. La porta era aperta. Entrai senza esitare: ciò che vidi non fu lo spazio circolare delimitato dalla tenda, bensì uno stretto corridoio, buio, illuminato a mala pena da sottili lampadine, e specchi, specchi tutt’intorno. Specchi dalle forme e dimensioni più diverse, rotondi, quadrati, ovali, piccoli, grandi, antichi o moderni. E ognuno di essi mi raffigurava, allontanandosi dalla realtà: in uno ero talmente piccola da sembrare un puntino; in un altro era visibile a turno solo un occhio, o il labbro superiore, o il naso; altrove mi sembrava quasi di essere più bella, i capelli più lunghi, più biondi, le labbra e le guance più rosee, la pelle più liscia, di velluto. Avvicinai un dito a quello specchio e subito ne vidi mille altri avvicinarsi dall’altro lato della parete; e poi un’ombra, proprio sullo sfondo, mille ombre avvicinarsi alle mie immagini prima indefinite, poi sempre più chiare, precise nella loro perfezione. Mi girai intorno, ma intorno solo specchi. Anche l’uscita della tenda era sparita. Quell’ombra, invece, era lì, a osservarmi, eppure non poteva essere reale.
Un’illusione, uno scherzo, una beffa?

“Ragazzina!”
Parlò, e diventò definita. Occhi grandi e scuri, più del buio di una notte senza luna. Intorno all’iride un bianco accecante, quasi a impedire di immergermi in quell’oscurità infinita; le labbra sottili, ora perfettamente serrate. Riccioli come cespugli si avvicinavano e allontanavano dalla testa come molle, tese leggermente e poi abbandonate.
Piccola, magra, contorta, eppure affascinante… Irresistibile. Avrei voluto toccarla, ma non potevo. Non era lì.

“Ragazzina”, riprese a dirmi, “non dovresti essere qui.” Gli occhi si spalancarono per poi diventare stretti e sottili, due piccole fessure.
“Non tutto ciò che è reale esiste davvero. Ciò che vedi è qui e non lo è. Tu? Tu sei qui? Non dovresti essere qui. Va viaaaaaaa!” La bocca si deformò in una smorfia disumana, la sua voce diventò un urlo acuto e fendente, dilaniandomi le orecchie, la mente. Cominciai a correre, senza sapere bene dove, solo lontano; a occhi chiusi, forse per cinque secondi, continuavo a muovere le gambe più veloce che potevo. Quando li riaprii la luce delle lampadine si era fatta più fioca, intermittente. C’era qualcosa di luminoso in fondo a ciò che non sapevo nemmeno cosa fosse, luce alla fine di una galleria, prima minuscola, poi più grande e chiara, trasparente.
Non era una via di fuga. Due occhi spalancati e spaventati, bassi, quelli di una bambina dai capelli lunghi, chiari e leggeri, le labbra chiuse imbronciate e un dito puntato verso di me. “Tuuuu! Chi sei tu?”, urlò terrorizzata. In quel momento mi accorsi che la sua piccola mano non si rifletteva negli specchi, né tutto il resto del corpo. In essi c’era ancora solo la mia immagine, leggermente protesa in avanti ad ascoltare il nulla.
“Chi sei tu?”, mi trovai a ripetere.
“Tu, io sono tu e tu sono io. Hai capito?”

Mi sorrise. Il suo viso diventò rilassato, sembrava quasi un’altra bambina.
“Io sono te?”, le chiesi, e allungai la mia mano a raggiungere la sua. Lei assentì, silenziosa, mi attirò verso di sé, cercando un abbraccio. Allargai le mie braccia e la inglobai, era così piccina.panchina Profumava di fragole mature e di erba verde, appena tagliata. “Chiudi gli occhi”, disse, “chiudi gli occhi e non dimenticarmi, mai più”. Chiusi gli occhi e la vidi, come in un film, correre e rotolarsi nel prato, sporca di terra, felice, e insieme a lei il sorriso di una donna che osservava in lontananza e respirava la primavera sbocciata. Altri bambini e urla tutt’intorno, il sole che si faceva più alto e più caldo. Poi il prato diventò deserto, le stelle cominciarono a colorare il cielo ormai scuro, l’aria si fece più pungente e aspra.
“Apri gli occhi”, mi sussurrò. Ciò che vidi era ciò che avevo visto con la mente. Seduta alla panchina di legno consumato, sola con i miei ricordi chiari e definiti, non c’erano giostre, ragazzi o tendoni da circo. Solo io, le mie scarpe sporche di fango e le mie mani piccole, rotonde. Il presente si ricongiunse al passato e il tempo ottenne una sua consistenza. Decisi che andava vissuto.

 

Maria Cristina Impagnatiello, Odori nella mente, 2013, Editor Gamy Moore

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