di Beatrice Nefertiti

 

Il dottor Silvani uscì dall’ufficio col consueto mal di testa e una colite incipiente che gli attanagliava le viscere. A casa lo aspettavano centocinquanta chili di moglie urlante, i due elefantini che in un momento di insanità mentale aveva con lei procreato, e Smeagol.

Già, Smeagol. Un tragico giorno i pargoli erano tornati dalla festa di compleanno dei figli dell’avvocato Lenza con la ferale notizia: i loro amichetti avevano un furetto. Siccome tutto ciò che avevano i figli dell’avvocato Lenza era un must, il giorno successivo fu costretto ad acquistarne uno anche lui. I figli, che avevano visto da poco Il Signore degli Anelli, lo chiamarono Smeagol, e vista la bruttezza di quella piccola creatura spelacchiata, per la prima volta in tutta la sua vita il dottor Silvani si trovò d’accordo con loro.

La convivenza con Smeagol si era rivelata subito un disastro: il furetto era dispettoso, incontrollabile, mordeva e disseminava cacca ovunque. Quella sera il dottor Silvani tornò a casa deciso a imporre la sua volontà in famiglia: la malevola bestiola doveva sparire. Contro ogni aspettativa, i figli acconsentirono senza fare capricci: il motivo reale era che i rampolli dell’avvocato Lenza si erano disfatti del furetto per comprare un iguana, ma Silvani si disse “domani è un altro giorno”, impacchettò Smeagol nel trasportino del gatto che avevano abbandonato l’anno prima, e lo portò fuori col favore delle tenebre.

Il suo obiettivo era una colonia felina in centro, vicino al suo ufficio, che veniva nutrita e accudita da quella suonata di una delle sue impiegate. Il dottor Silvani odiava quella vecchia inutile, quasi cieca, dalle mani artritiche, indisponibile a qualsiasi iniziativa utile in ufficio, come lo straordinario e le gite aziendali, ma pronta a buttar via tempo e soldi per creature sudice, pulciose e inaffidabili come i gatti. Da anni cercava di liberarsi di quella donna, di farla licenziare, trasferire, deportare, saponificare, ma ce l’aveva ancora tra i piedi, tutte le mattine, con quell’espressione tra l’ebete e il sarcastico che lo faceva impazzire. Gongolò di piacere all’idea che il furetto da quel momento in poi avrebbe mangiato a sue spese, e lo mollò dentro al recinto del vecchio mercato in cui viveva la colonia felina.

Il povero Smeagol si ritrovò terrorizzato, affamato e infreddolito in una piazza buia, sotto la pioggia, tra i banchi vuoti di un mercato deserto. Non mangiava da giorni, perché la famiglia Silvani, dopo averlo ingozzato di dolci e cheeseburger il primo giorno, si era dimenticata di lui, e aveva anche molta sete, non gli avevano più riempito nemmeno la ciotola dell’acqua.

Mentre si guardava intorno in preda alla più cupa disperazione, sentì una voce bassa e profonda che sussurrava “Ehi, recluta!”. Con suo sommo terrore, Smeagol vide un gatto, anzi, il gatto più grosso che avesse mai visto, la madre di tutti i gatti, enorme, temibile, nero con ciuffi di pelo rosso.
“Ehi recluta”
proseguì il gattone con inconfondibile accento russo “io sono Gregorio, detto Grisha, e questa è la colonia felina di Piazza delle Erbe. E tu come ti chiami?”

 

“Smea… Smea… Smeagol” balbettò la povera creaturina smarrita “… e sono un furetto…”
“Questo lo so”
gli rispose Gregorio “da quando andate di moda, anche qui ne sono stati abbandonati parecchi. Avete un pessimo carattere e siete duri di comprendonio, ma si può porre rimedio. Guarda”, e così dicendo gli indicò un altro furetto, addormentato in una cassetta della frutta e guardato a vista da due gattoni di aspetto marziale. “Lui era a casa dell’avvocato Lenza, lo hanno abbandonato da poco per comperare un iguana. I miei amici, Lagardère e Beauregard, lo stanno rieducando, e conoscendoli, ti assicuro che ci riusciranno. Adesso vieni con me”. Gregorio lo portò sotto a un vecchio banco, dove c’erano ciotole di croccantini e acqua fresca, poi lo lasciò riposare sopra una vecchia coperta. “Adesso dormi. Domattina ci ragioniamo sopra”.

Smeagol crollò sfinito, dopo una giornata di simili disavventure, e la mattina si svegliò al tocco di una mano gentile che lo accarezzava. Apparteneva a una donnina anziana, minuta, dagli occhiali enormi e spessi come fondi di bottiglia, che Gregorio stava aggiornando sulla situazione. Come per ogni arrivo nella colonia, la signora decise che Smeagol doveva essere visitato dal veterinario, e decise di portarlo con sé in ufficio, ben nascosto nella sua monumentale borsa. L’odiato capufficio, il dottor Silvani, quella mattina avrebbe ricevuto la nuova stagista, compito da lui tanto ambito e che gli avrebbe portato via almeno un paio d’ore chiuso a chiave nel suo studio, e lei sarebbe riuscita a sgattaiolare dai veterinari che l’aiutavano a curare i suoi amici della colonia.

Prima di entrare nella borsa, Smeagol ricevette le ultime raccomandazioni di Gregorio. “Mi raccomando, comportati bene, stai fermo e zitto, altrimenti ti spezzo in due”.

Purtroppo il furetto è una creatura irrequieta e vittima di deficit di attenzione. Dopo un sonnellino nel cassetto della scrivania della signora, Smeagol fu preso dall’irrefrenabile impulso di dare un’occhiata in giro, ma mentre stava esplorando i cestini della spazzatura lo vide arrivare. Proprio lui, il dottor Silvani, quello che lo aveva appena abbandonato. Folle di paura, Smeagol corse nella stanza accanto, enorme, lussuosa, scivolò sul pavimento di marmo e riuscì appena in tempo a nascondersi tra i cuscini del divano.

Il dottor Silvani entrò nella stanza con una giovane molto avvenente, formosa, dai capelli lunghi e dalle gonne corte. Chiuse la porta a chiave e cominciò a parlare con la signorina. Parlava, parlava, parlava… che strano, a casa lo aveva sentito solo grugnire. Anche il suo aspetto era completamente cambiato: sotto ai baffetti da topo, la sua bocca senza labbra tentava di riprodurre un sorriso, gli occhietti porcini brillavano, perfino la pelata sotto al riporto sembrava luccicare. Al suono di quella voce monotona, Smeagol si addormentò, ma si svegliò di soprassalto quando il dottor Silvani si sedette sul divano coi pantaloni sbottonati, tirò fuori dalle mutande una specie di mollusco viscido, bianchiccio e maleodorante, e chiese alla ragazza di inginocchiarsi e di prendere in bocca quella cosa.

Ora, Smeagol non era il più sveglio dei furetti, ma apprendeva in fretta, e capì che era di fronte a un rito di iniziazione. Come Gregorio aveva spiegato a lui le regole della colonia e gli aveva offerto del cibo, il dottor Silvani aveva spiegato alla stagista le regole del palazzo, e ora le stava offrendo da mangiare. In quel momento Smeagol si accorse di essere a stomaco vuoto, dalla colazione del mattino era già passato un bel po’ di tempo e lui era un furetto giovane e di buon appetito. Quella cosa bianchiccia non sembrava di bell’aspetto, ma alla fame non si comanda. L’intrepido Smeagol raccolse tutte le sue forze e il suo coraggio, saltò fuori dai cuscini come un pupazzo a molla, e lanciando il temibile grido di guerra dei furetti, si avventò sul lumacone bianchiccio, lo staccò con un morso dei suoi dentini affilati e si rifugiò sotto a un armadio con la preda, deciso a gustare in pace il suo fiero pasto.

Non era poi così disgustoso come poteva sembrare, aveva un sapore simile alla scatoletta che la gentile signora gli aveva offerto a colazione, ed era caldo.

 

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