– racconto e illustrazioni di Mauro Cristofani – 

A Yric piace menarselo sotto il fico dietro casa sua nelle prime ore del giorno, la lacrima dolce e melmosa che emette il frutto maturo è simile a quelle copiose del suo sesso quando lo fa godere. Intanto parla a se stesso.

“Che bello svegliarsi una mattina d’estate essere felice se fuori piove gli occhi fissi a una figura amata nel cuore l’amoroso sentimento la mente piena di gelosissimi segreti…”.

Oggi un gatto che si trova a passare da lì vede quel tipo che sta muovendo la mano su e giù stringendo il suo coso e biascicando ispirato frasi incomprensibili.

“Ma che dice?” si domanda.

Il segaiolo tutto preso com’è dal proprio lavoretto neanche lo vede.

“…Una figura un sorriso la sua figura il suo sorriso oasi di pacato desiderio miraggio diventato vero nelle notti insonni agitate da sensuali tempeste che si estenuano stendendo il corpo nudo sotto l’argento della luna…Si può vivere per un sorriso?”.

-Che lagna! – miagola il gatto su note acute.

Il giovane uomo chiamato Yric gli butta un’occhiata distratta.

-Hai ragione hai ragione…- biascica ansando mentre guarda in un sussulto godereccio i filamenti simili a lacrime di latte che gli coprono la mano. Si pulisce con un pampino strappato dal filare dell’uva si tira su i calzoni e s’alza in piedi mostrando d’essere un bell’esemplare d’aitante maschione.

-Se vuoi capire qualcosa ascoltami con pazienza e vedrai che ti sarà facile rispondere alla mia domanda.

-No no tu sei troppo complicato, io sono solo una bestia con le cispe agli occhi.

-Potrai capirmi, di gatti me ne intendo.

-Se lo dici tu. Ma non scordare che sono un apprendista al primo viaggio fuori dei suoi confini.

Yric s’accomoda per bene sopra l’erba riagguanta il proprio tesoruccio e riprende a menarsi, meditabondo.

-Ecco…ecco…ritrovo la domanda…Si può vivere per un sorriso? Illanguidire nel giorno struggersi a sera aspettare passi lontani la notte eiaculando sfinito nell’ombra rubando ai giorni…Lucentezza d’uno sguardo che si lascerà offuscare da passanti vogliosi, per buttarsi via.

Ora il movimento della mano è frenetico, su e giù su e giù su e giù…occhi velati e ispirazione incerta.

-Ma di che parli? – miagolìo lamentoso e stizzito del gatto. – Sono d’un’altra razza io, non capisco ‘sti giri di parole!

Ma Yric è avvolto ora in una bolla trasparente e fragile, vorrebbe uscirci ma non può.

-…E non mi basteranno mille amori mille baci non mi sazieranno milioni di parole non potranno mai riempire il vuoto…Si può esistere per un sorriso dimmi si può vivere d’una speranza di zucchero filato che si scioglie in bocca senza lasciare traccia d’una giocosa pralina inconsistente che si diverte a rotolare su di me senza farsi assaggiare d’una goccia di nèttare fuggevole succoso inebriante afferrato per un attimo nell’aria, così necessario per sentirselo pulsare nelle vene…

-Ah ho capito, è quello che chiamate amore.

Ma l’altro non lo sente, tutto preso com’è dall’ennesima replica della sua piccola morte.

Devastato silenzio. Il gatto annusa il nèttare v’immerge la linguetta rosa e assapora con gusto.

Ritorno dall’estasi. Yric fissa l’opalina occhiuta della bestia, mentre il lattaceo frutto del proprio godimento rimbalza fra di loro.

-Gatto dimmi tutto di te, voglio sapere tutto! – voce soffiata ma imperiosa.

-Un bel giorno uscii dalla mia cuccia e venne fuori la parte più nascosta di me…

-T’apristi alla vita.

-Sì, e mi garbò.

-Sono contento d’averti conosciuto, a prima vista mi sei parso un gatto spelacchiato e basta.

-Certe cose me le tengo, son geloso.

-Che bello, m’escludi la formazione d’un orientamento…

-Ci risiamo coi paroloni!

-Sotto quest’albero non strapazzo solo questo coso (indica il sesso ormai rammorbidito) ma anche ‘sta zucca (alzando lo sguardo s’indica la testa), ho tutto qui alla gola che mi soffoca.

-Ti salva l’ironìa…

-Huè tu capisci troppe cose!

 Yric è sdraiato sotto il fico, gatto accoccolato accanto a lui.

-Quanta sicurezza dà quest’albero, i suoi rami calati intorno a noi paion proteggerci.

-Vorrei rimanere qui con te, ma sono solo un gatto.

-E io un uomo solo.

-Però quanto calore hai…

-Me lo dà il tuo pelo morbido.

-Chissà quanti gatti hai carezzato…

-Mai con tanto amore (sembra scoppiare il cuoricino della bestia).

-Sogniamo un po’.

-Non di sogni abbiam bisogno, due come noi ne fanno sempre troppi. Essere felici insieme, ci vorrebbe.

-Mah!…gatto tu uomo io…Accontentiamoci di sognare.

-Non sapevo di poter amare un uomo…

-In tutta la mia vita ho amato solamente gatti.

Sguardo stupìto e incredulo, poi d’impeto:

-Sarò buono con te, il migliore dei gatti! Ti scalderò l’inverno con la mia pelliccia e con le fusa ti leccherò le ferite, veglierò il tuo sonno e al risveglio mi troverai vicino…

-Farai tutto questo per me?

-Tutto quello che un gatto può fare per un uomo…Per un uomo come te!

 Yric e la sua beatitudine.

-Gli animaletti dell’erba hanno ascoltato, ora è a noi che cantano.

-Ho paura, vorrei essere un gatto come tanti.

-Siamo quel che siamo, tutto è già deciso. Anch’io ho imparato a non invidiare la semplicità dei miei simili, i loro desideri le voglie le manìe meschine il divagar nel mondo senza chiedersi perché, ombre fuggevoli che ingordi animaletti sotterranei attendono per rimpinguarsi…

 

…Niente è più desolato

della vita del sognatore

Non sa dove trovar conforto, come placar

la sua sete d’amore…

 

-I tuoi versi sono lame taglienti che m’entrano dentro con dolcezza e mi feriscono, ma è la parte umana quella che mi fa più male.

-Restiamo qui io e te, per sempre!

-Sì, sì…Vivere all’ombra amica di quest’albero vedere passar la vita da lontano senza che ci sfiori, senza che possa scalfire i nostri sogni…

-…Sentirsi in armonia con la natura e le cose spaziare nella vastità dell’orizzonte immaginare cosa accade nei rifugi e nei grandi palazzi non sentire gli affanni…Gattino mio, ti amo.

-Rinasco per te, prendi la mia vita.

-Cercherò di meritarti godrò d’ogni goccia di gioia stillata dal cuore quando scivolerà su me…anche se la sua intensità benefica la saprò solo quando sarà scomparsa. Cancellerò il personaggio inventato dalla fantasia abbandonerò la moneta falsa delle lusinghe e delle inutili promesse e non vorrò più essere qualcun altro e sempre in altri luoghi, ma me stesso…

-La tua voce arriva da lontano, ha il suono dell’eternità.

-…E ci sei tu diamante cercato e mai trovato che mi ripari dal gelo dell’indifferenza, che sciogli egoismo e ipocrisia in lacrime liberatrici.

-Ma tu piangi!

-Sono lacrime buone, rendono l’anima leggera.

 

Pacato è il silenzio, interrotto solo dai soavi suoni della quiete.

-Amico mio, guarda attraverso le fronde e vedrai nuvole chiare e lembi di cielo azzurro…

-Tutto si specchia nei tuoi occhi, i tuoi occhi bellissimi che amo.

-Dillo ancora e ancora ho sete di frasi struggenti, ho fame d’amore! Voglio essere come un bimbo appena uscito dal ventre della madre, insanguinato e offerto alla vita come un angelo indifeso ma deciso a sfidare il pericolo dell’allegro disordine che il tuo incontro ha portato.

-Non credevo esistesse tanta beatitudine…

-Nessuna volontà avrebbe potuto impedire il nostro incontro, i simili sono sempre attratti fra di loro. Il fiume trova la sua foce e la stella il suo cielo.

 

Scende la sera, l’ombra del fico è scura.

-Ho paura…

-Stammi vicino.

-La tua vita passata…

-…Splendente a tratti, canzoni gaie e gutturali fra zone buie e luminose. Sguardo fisso al domani portatore di promesse, ero disposto a tutto per farle diventare vere. Anello magico di congiunzione di cerchie d’eletti andavo a passi spediti con aria vaga di mistero, inquietante per certuni ma irresistibile per altri, nella bocca chiudendo frasi indicibili e calpestando formiche e ragni. Senza patria né famiglia m’avvolgevo in spirali carezzevoli, fra seduzioni languide e seducenti giochi d’arte…Afferravo in tempo il timone alla vista d’un’onda minacciosa riuscendo sempre a portare in salvo il navicello, rifugiandomi nei più sicuri approdi e fra le braccia più aperte pronte ad aspettarmi…

-Sei ancor giovane, come hai potuto vivere già tanto?

-Volontà carattere intrepidezza, ho fatto buon uso di questi doni ricevuti dalla sorte. Ci furono battaglie passeggere e poi sconfitte e poi cadute al suolo, ma mai una goccia di sangue. Piccoli e grandi drammi passeggeri, tutto ciò che è vita…Ma i giorni di splendore passano il clamore s’attenua la bellezza diventa merce d’accatto, le belle idee svendute come pomi marci. Voglia di naufragare di lasciarsi andare alla deriva…

-E poi, e poi?

-Non ricordo, non voglio ricordare! Ora la verità è quest’albero, sei tu.

-Parla invece, dimmi quello che non hai detto a nessuno e guarirai dai tuoi mali.

-…I giorni del silenzio, il domani che diventa ieri. Ombre indistinte parole crudeli e scene di malvagità, gesti studiati per offendere e ferire…Tempo che scivola come sabbia fra le dita. Poche oasi, per calmare la sete. Non ero più l’eroe vincente coperto d’oro e d’argento, mi specchiavo senza riconoscermi. Aprivo porte con fragore per non credermi fantasma e mi graffiavo il viso, scrivendo col mio vomito il nome di chi fui…

-Miaooooo…

-Ti metti pure a miagolare.

-Sono un gatto!

-Mi piacciono i gatti ma non i brutti versi.

-Il nostro primo litigio…Allora è proprio una vera amicizia.

-I miei discorsi ti annoiano.

-Ma no! Però devi ammettere che…ti perseguitò la fortuna!

-La mia fortuna è avere incontrato te.

-Non posso rimanere, ma tornerò qui ogni sera.

-Ogni sera aspetterò.

Ma il gatto non torna sotto il fico né la sera dopo né quelle seguenti, non torna più per un anno intero e Yric ora sa come può essere grande il vuoto creato da un’assenza. Ma un umano appartiene alla sua tribù e la tribù non accetterà mai veramente la sua fuga, e un gatto si lascia carezzare per il tempo d’un sogno ma poi seguirà altri padroni.

Se il tocco fortunato era apparso di nuovo in veste dell’illusione più irridente, allora via colla vita facile fra amori stradaioli a smerciare fals’oro.

 

A lungo Yric non torna sotto il fico, passano gli anni. Ora non è più un giovane uomo, ma un vecchio ragazzo.

Si ritrova davanti a quell’albero una sera, e il gatto è lì.

-Si sta bene in quest’ombra, la sua frescura fa passare la stanchezza e la sete.

-Non speravo più di ritrovarti.

-Desideravo rivedere quest’albero, una volta m’è apparso in sogno.

-Come sono i sogni dei gatti?

-Tali e quali come quelli degli uomini, ma noi li ricordiamo tutti per filo e per segno.

-Noi umani invece solo quelli fatti al dormiveglia, e in nebulose poco chiare.

-Meglio per voi, non rischiate di confonderli con la realtà.

-La realtà ha ben poco di sognante, può solo deludere.

 

Yric guarda il gatto ma i suoi occhi si perdono nel vuoto, scomparse sono le magìe d’un giorno ormai lontano. Si distende nell’erba accanto all’essere con cui sognò l’amore, si toglie lento i vestiti e via!…ancora un giro di danza di danza di danza…Porgere il corpo chiaro alla luce della luna filtrata dall’intreccio dei rami perdersi nel verde mille volte rinato e aspirarne gli odori, la mano ricolma che arpeggia su e giù su e giù su e giù…E il ritmico canto risuona nel cuore, ancora una volta riempiendolo.

-Ho una casa di gente accogliente e festosa… – Una frase una frase qualunque che annulli l’insopportabile ànsito. – Cibo a volontà…cuscini…carezze…e tanti altri bei gatti per farci compagnia!

Ma Yric è lontano, non lo sente. Si piega nell’erba si torce sussulta nel godimento diventato delirio, ma l’urlo mozzato non è di vittoria e il suo viso è rigato dal pianto.

La notte è una cappa di piombo che copre ogni cosa, l’intorno s’annulla. Yric vecchio ragazzo cocciuto inizia a contare le foglie del fico, perché sa che alla fine otterrà le risposte cercate. Non sente la lieve carezza sui capelli non vede il ragazzo accanto a sé alzarsi lento nell’ombra dell’albero, sparire in un raggio di luna. Prosegue la sua conta impossibile, foglia per foglia per foglia per foglia. E foglie e foglie gli scivolano fra le dita senza sapere come mai, e senza sapere perché…Così per tutto il tempo che gli resta da vivere come essere umano felicemente prigioniero, mentre il fico s’incurva sempre più sempre più fino a chiuderlo in sé, fino a soffocarlo. Si ode allora un “Miaooooo” prolungato rabbioso terribile e liberatorio, prima di scorgere un felino arruffato balzar fuori dai rami e scappare lontano, rapido come una folata di vento.

 

Si ringrazia Micaela Lazzari per l’editing.

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