di Cinzia Randazzo

 

 perdono

La conversione come motivo del perdono

 

Marco inizia tutto il suo vangelo con la predicazione del Battista, al cui fondamento sta il battesimo di conversione, finalizzato al perdono dei peccati. Il perdono in Mc viene ad essere la seconda colonna portante della predicazione del Battista dopo quella del battesimo di conversione, perché senza il perdono dei peccati non avrebbe alcun senso il battesimo di conversione. Anzi i due elementi – il battesimo di conversione e il perdono dei peccati – sono, per Marco, strettamente interconnessi.

Marco indica che il perdono dei peccati non avviene nell’acqua tramite la purificazione dei peccati ma nel Figlio, per cui a coloro che imitano il Figlio, nel non disprezzare e odiare i propri simili, il Padre perdona i loro peccati. È difficile per ogni uomo di ogni tempo la riappacificazione col proprio fratello, ma è proprio su questo punto che Marco ci invita a pregare incessantemente, perché la preghiera ci aiuta a perdonare anche chi ci ha fatto del male, vivendo così alla stessa stregua del Figlio che a tutti ha rimesso i peccati, in modo tale che venga dissipata ogni forma di male nei confronti del prossimo.

Ciò ci porta a riflettere che in Marco l’immagine del perdono divino si realizza in colui che, tramite la preghiera, ha il fermo proposito di chiedere l’aiuto a Dio Padre per avere il coraggio di compiere il primo passo se l’altro non gli viene incontro, anche se questa scelta comporta una certa sofferenza.

Ecco la necessità, per Marco, della preghiera per non ricadere nel peccato e per essere in grado di saper perdonare. Se avvertiamo la difficoltà del perdono, la difficoltà di giungere a tutte le gradazioni del perdono, l’importante è iniziare rifiutando il male per colui che ci ha offeso, rifiutare la vendetta nei suoi confronti, arrivando a scordare, a cancellare il debito nei nostri confronti. Dimenticare costa, ma Marco ci invita a chiedere aiuto a Gesù per superare questa difficoltà. È un sacrificio salutare perdonare una persona che da qualche tempo ci ha tolto il saluto, che ci ha fatto un torto, che non riconosce il torto, e noi siamo tentati di dire “quello non lo merita il mio perdono, non lo vuole”, ma Gesù ci ha detto di provare a fare la pace. Pertanto il tema del perdono in Marco è strettamente collegato alla pace, nel senso che non è possibile perdonare i peccati del prossimo se non ci avvicendiamo a togliere il torto subito dall’altro gratuitamente, sull’esempio di Gesù, affinché si propaghi sulla terra la civiltà della pace e del perdono.

 

 

La gioia della risurrezione al fondamento del perdono divino

 

Innanzitutto Giovanni in 20,23 introduce il tema del perdono dopo la risurrezione di Gesù, precisamente nel momento in cui egli appare ai suoi discepoli. Ciò vuol dire che questa tematica riflette il contesto pasquale, contesto in cui Gesù rivive, perché egli torna realmente in vita come quando lo era prima della sua risurrezione. Il perdono, dunque, in Gv si colloca nel contesto pasquale ed è preceduto dall’augurio di pace fatto da Gesù, dalla gioia dei discepoli, da un nuovo augurio di pace fatto sempre da Gesù, dal mandato divino di evangelizzare e dal soffio dello Spirito. Il perdono per Giovanni è dato solo ai discepoli perché essi, prima di ricevere il soffio dello Spirito, hanno accolto con gioia l’evento della risurrezione. Il sentimento dell’allegria nasce nei discepoli nel vedere il risorto ed è proprio questo sentimento di gioia piena che, per Giovanni, sta al fondamento del mandato divino sia della pace, sia della missione evangelizzatrice che del perdono dei peccati. Nel rimettere i peccati i discepoli non fanno altro, quindi, che espandere la gioia della verità, che è quella di riportare l’uomo alla vita e non alla morte. In Gv, dunque, il perdono dei peccati è preceduto dalla pace e dal mandato di evangelizzare i popoli, perché non è possibile perdonare le mancanze altrui se non si vive realmente nel cuore la pace e la gioia interiore che scaturiscono da colui che fermamente ha creduto in Gesù risorto.

Possiamo quindi concludere che il perdono, per Giovanni, non è altro che la riproposizione concreta e permanente della buona novella per coloro che l’accolgono con gratitudine e con letizia. Infatti l’azione del perdonare i peccati è strettamente finalizzata, sia per i discepoli che per Dio, a riportare l’uomo alla gioia precedente, cioè a quella gioia scaturita dall’ascolto della buona novella, perché è proprio da questa gioia e da questa pace interiore che sprizza, per ogni credente, la felicità, in modo che egli possa viverla con letizia, alla stessa stregua di Gesù, nella vita di tutti i giorni.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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