di Margherita Merone

 

pane quotidiano

 

Il “Padre nostro” è la preghiera che Gesù ha insegnato ai discepoli: «Padre nostro, che sei nei cieli, sia santificato il tuo nome, venga il tuo regno, sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra, dacci oggi il nostro pane quotidiano, rimetti a noi i nostri debiti, come noi li rimettiamo ai nostri debitori e non ci indurre in tentazione, ma liberaci dal male» (Mt 6, 9-13). La prima parte è caratterizzata da tre richieste che riguardano la realtà divina, si parla di santificare il nome di Dio, della venuta del suo Regno, della sua volontà, mentre nella seconda parte l’attenzione è rivolta alla realtà umana; si passa dal cielo, luogo di Dio, alla terra in cui noi siamo inseriti, tutto secondo una continuità ben definita perché si chiede che ciò che accade in cielo avvenga anche sulla terra.

Delle sette domande a Dio le prime sono senza dubbio il desiderio grande di tendere verso la perfezione, verso una pienezza che realizzi pienamente noi stessi, mentre la quarta che sta nella parte centrale è quella che riguarda una richiesta concreta, pratica, necessaria, che fa parte delle necessità terrene, per la sopravvivenza dell’uomo: il pane. Mangiare è uno dei bisogni fondamentali, non si può vivere senza nutrimento, esso non deve mai mancare. Il “pane” della preghiera certamente rimanda al mangiare, a un bisogno, a un fatto biologico, ma non solo, perché implica, da un altro punto di vista, l’idea della relazione, del convivio, della comunione. In tante situazioni il cibo è qualcosa che unisce tutti intorno ad una stessa tavola; oltre alla comunione ne è pertanto coinvolto l’aspetto psicologico e la sfera emotiva. Per vivere è necessario assumere elementi materiali, come il pane; questo ci ricorda ogni giorno la nostra dipendenza: se, infatti, non introduciamo cibo nel corpo, non possiamo restare in vita.

Gesù prima di morire decide di lasciarci il ricordo di sé, della salvezza che ci ha donato, attraverso due elementi materiali, il pane da mangiare che è il suo corpo e il vino da bere che è il suo sangue; mi riferisco all’istituzione dell’Eucaristia durante l’ultima Cena, in cui Gesù fa dono di se stesso. Nella liturgia eucaristica il sacerdote pronuncia alcune parole a nome di tutti, precisamente nel momento dell’offertorio, quando vengono portati all’altare i doni, ossia il pane e il vino che diverranno il corpo e il sangue di Cristo. In quel momento centrale della messa viene recitata questa preghiera:Eucaristia «Benedetto sei tu, Signore, Dio dell’universo; dalla tua bontà abbiamo ricevuto questo pane, frutto della terra e del lavoro dell’uomo; lo presentiamo a te perché diventi per noi cibo di vita eterna; […] dalla tua bontà abbiamo ricevuto questo vino, frutto della vite e del lavoro dell’uomo; lo presentiamo a te perché diventi per noi bevanda di salvezza». È vero che il pane è il frutto della terra e del lavoro dell’uomo, ma senza una sinergia tra noi e ciò che proviene dall’alto – il sole, la pioggia, il caldo o il freddo – non arriva alcun frutto.

Due elementi materiali, il pane e il vino; entrambi segno del lavoro duro e faticoso dell’uomo e anche segno di ciò di cui abbiamo bisogno ogni giorno per vivere. Nella preghiera che Gesù ci ha insegnato c’è un particolare interessante che lascia intendere bene il suo significato: il pane necessario non è richiesto per se stessi, non è una richiesta egoista, ma è “il nostro pane”, dunque, ne è coinvolta la comunità; certamente chi ha pane in abbondanza è chiamato a condividerlo. Il Padre Nostro è una preghiera comunitaria: a tutta la comunità sia donato il pane, non solo a pochi. Si chiede a Dio che il pane sia presente sempre, ogni giorno; il “pane quotidiano”, è infatti alimento di cui non si può fare a meno; rappresenta anche la consapevolezza del discepolo che segue Gesù di non mancare mai di nulla, e con ciò essere fiducioso; egli è conscio della sua dipendenza da Dio e solo in Lui può confidare.

Affrontare il quotidiano non è sempre facile, a volte non siamo capaci di risolvere i problemi con il giusto discernimento, per questo la preghiera ci aiuta a vivere il futuro con saggezza, per non essere impreparati di fronte alle difficoltà della vita. Gesù ha detto: «Non preoccupatevi dunque dicendo: che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo? Di tutte queste cose vanno in cerca i pagani; il Padre vostro celeste sa che ne avete bisogno. Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta» (Mt 6, 31-33). Il discepolo deve dunque riporre fiducia in Dio. L’atteggiamento migliore è quello di non attaccarsi troppo ai beni materiali, al possesso di qualsiasi cosa, perché si può perdere tutto in poco tempo; sono invece la comunione fraterna, la collaborazione, la disponibilità, la condivisione del pane la vera gioia, non servono altre soluzioni. Si apre allora una prospettiva che va oltre il nutrimento di cui si ha bisogno quotidianamente, c’è il presupposto per la sequela radicale che dà maggiore importanza alla vita futura che a quella presente.

Il pane non deve mancare, ma il vero nutrimento è il pane eucaristico che racchiude in sé il dono assoluto, quello di dare la vita per gli altri, ed è attraverso questo pane di vita disceso dal cielo – Gesù Cristo – che dobbiamo avere fiducia nella provvidenza del Padre nostro che è nei cieli, perché Lui sa ciò di cui abbiamo bisogno.

Solo il vero discepolo di Gesù, libero dall’inquietudine quotidiana, può fidarsi e affidarsi al Padre per avere il “nostro pane” ogni giorno. Chi ha la certezza che Dio è con lui non può che affrontare la vita sicuro e umile e con questa disposizione d’animo infondere nelle persone che incontra una grande pace. Ha scritto san Paolo: «Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi? Egli, che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha consegnato per tutti noi, non ci donerà forse ogni cosa insieme a lui? (Rm 8,31).

 

Eucaristia

 

 

Gamy Moore
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Gamy Moore, ovvero Paoletta, Piumetta, e chi più ne ha più ne metta... Croce e delizia della rete.
Sceneggiatrice, scrittrice, poetessa in rima.
E il mondo viveva meglio prima.
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