dalla padella alla brace

di Endriu

Chi, a 28 anni, non è ancora laureato è uno sfigato. O anche, chi guadagna 500 euro al mese è uno sfigato. Se dovessimo credere agli eloquenti ministri di Monti l’Italia è piena di sfigati! Io ne aggiungerei una mia: chi non ha il barone è uno sfigato. Perché io a 28 anni avevo 3 lauree, eppure un lavoro dignitoso non riuscivo a trovarlo, o anche solo un lavoro. L’unico lavoro che sono riuscita a trovare è stato quello di vendere vestiti a Piazzola, il mercato di Bologna, a €70 al giorno per due giorni alla settimana, tra i cinesi e i pakistani.

Quando invece cercai di applicare le mie conoscenze linguistiche – che certo dovrebbero mettere in imbarazzo la maggior parte degli italiani – mi beccai contro le scuole di lingua truffa, datori di lavoro sfruttatori, dei porci che mi molestavano per telefono a proposito dei miei disperati annunci online per fare l’interprete/hostess. All’università non c’ho neanche provato: non ho il barone, appunto. Mi sfigatiresi allora conto che anche con la pelle chiara e un buon curriculum in Italia non ci si entra nell’ambito del lavoro se non quello in nero: ci vogliono tette e culo, o qualche parente in un luogo importante. Come disse la Cancellieri poco tempo fa, gli italiani vogliono il posto fisso vicino a mamma e papà, ed è proprio così. Basta guardare i politici e la loro prole.

Non è poi nemmeno il mio caso. Sono olandese e sono finita in Italia perché a 25 anni non ne potevo più di stare con i miei, dei rifugiati politici dalla vecchia Cecoslovacchia che si sono integrati da tutti i punti di vista eccezion fatta per la mentalità tollerante e tranquilla degli olandesi: non mi facevano respirare! Andare all’estero era allora un modo per scappare via, il più lontano possibile, per cercare l’indipendenza e per vivere la mia vita, una vita ancora tutta da inventare. E sono rimasta per quello. Ora, quando in Italia si parla di immigrazione, di solito si parla di extracomunitari, di rifugiati politici, delle navi che sbarcano a Lampedusa… Gente che, insomma, viene in Italia per necessità economica, per sfuggire la fame e la morte, per cercare una vita migliore. Io, invece, vengo da uno dei paesi più ricchi dell’Europa. Mi considerano pazza, a volte, o mi guardano come per dire, ma che cosa sei venuta a cercare? E più vado avanti più faccio fatica a spiegarmelo. Voglio dire, sono passata dal paese più ricco al paese quasi più povero dell’Europa. Mi lamento dell’ignoranza degli italiani, dei servizi che mancano e dell’ingiustizia, ma alla fine hanno forse ragione quelli che dicono che me la sono venuta a cercare io…

Sono un’immigrata di lusso, allora? Una che sta talmente bene che si può permettere di scegliere un paese così retrogrado come l’Italia per vivere la sua vita? No, non è così. Non sono venuta a fare la turista per sempre in una villetta fighetta tra gli ulivi e i Montepulciani della mitica Toscana. Né mi sono innamorata del solito latin lover che tanto desiderano le donne nordiche (o così pensano gli italiani). Ora io voglio bene al mio compagno, ma non sono una persona romantica che si fa prendere dai capricci, e se capitasse un buon lavoro all’estero mi trasferirei subito!

Cosa mi ha portato qua, allora, e cosa mi tiene?

vendesi sfiga

Io la butterei sulla sorte. Sembra banale ma è così. Dopo un primo tentativo di evasione da casa mia, durante un programma di scambio in Francia, ne feci un altro, a Bologna. Ma non è che mi sono innamorata di Bologna. Anzi, fu un periodo a tratti deprimente, in cui scoprii che gli italiani non erano poi così calorosi e socializzanti come si pensa all’estero (a meno che non ti vogliano portare a letto). Ma sempre meglio che casa mia, poi ‘il vecchio’ a noi olandesi piace tanto, cioè i palazzi antichi, i vicoli romantici del ghetto ebraico, ovviamente i portici, quel bel colore rosso e la sagoma dei colli bolognesi in fondo a via Marconi. E quindi è andata così. Mi dovevo allontanare.

Quando mi sono messa insieme al mio compagno mi sono, ironicamente, trasferita nella ‘bassa bolognese’, nella pianura che mi ha riportato un po’ in Olanda. Una via di mezzo, diciamo. Lontano ma non troppo.

I guai sono iniziati quando mi sono iscritta nel comune dove ora abitiamo: essendo l’Italia l’unico paese europeo che praticamente non riconosce le coppie di fatto, la nostra convivenza non andava bene. Forse è stato il mio cognome slavo a far scattare, nella testa dell’acidissima impiegata, l’idea che io fossi una badante in cerca di un’upgrade della vita, in Italia. Non avendo un lavoro con contratto ho dovuto fare un’assicurazione privata, anche se questo non comportava nemmeno – come abbiamo scoperto in seguito – il diritto ad un medico di base. Alla faccia dell’EU e di quella stupida moneta che ora non sta più in piedi, io come cittadina europea non ho diritto al dottore in Italia!

Dalla padella alla brace, insomma: i miei genitori sono fuggiti dal regime comunista per farsi una vita migliore altrove, e io scappo via da loro per cadere nel baratro, finendo inoltre in un cerchio di italia in padellaamici filo-comunisti o perlomeno di sinistra, tanto per dare un ulteriore colpo alla mia ribellione generazionale.

E perché non torni nel tuo paese? mi dirà il solito berlusconiano.

Perché la mia patria è il mondo intero.

 

 

(editing by Gamy Moore)

 

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7 thoughts on “Dal diario di un’olandese volante (n.1 – Dalla padella alla brace)

  1. Mi ritrovo qui cercando altro e vedo solo ora la risposta. Non intendevo assolutamente negare l’accusa di intolleranza all’Italia come Stato. Del resto ho lasciato l’Italia troppo tempo fa per poter fare paragoni sensati e in ogni caso odio questi paragoni tra culture che sono sempre immancabilmente pieni di pregiudizi e clichè. Nemmeno volevo mettere in dubbio la tolleranza in quanto esercitata dallo Stato Olandese (per lo meno fino a poco fa e vedremo che succederà) anche se per certe cose è una libertà dettata dall’interesse economico (i.e, liberalizzazione delle dorghe leggere).

    Ma non vedo assolutamente questa tolleranza di cui parli nell’olandese medio che invece considero mediamente razzista e intollerante. Sono molti gli episodi di intolleranza cui ho assistito in questi anni, piccoli episodi giornalieri, domande inappropriate, linguaggio inappropriato (almeno a parer mio) ma che passano come cose normali. Forse è solo la mia percezione delle cose…. ma per una come me, per cui il luogo di nascita è totalmente irrilevante e privo di importanza, il solo sentirsi chiedere ogni tre per due ‘waar kom je vandaan’ provoca già istinti allergici, puo immagianrti cosa provochi il resto. Certo è anche vero che negli ultimi anni, complice la crisi, questa matrice xenofoba o intollerante è cresciuta ovunque, quindi davvero siamo in cattive acque.

    ps (il sindaco di Rotterdam non è Turco, ha origini marocchine)

    1. chiaramente ognuno fa esperienze diverse. io sono cresciuta in olanda e ci ho vissuto 25 anni, e non ho avuto l’impressione che gli olandesi – soprattutto i giovani – siano mediamente razzisti ed intolleranti.

      1. certo. verissimo.

        come vero è il fatto che le esperienze come ‘immigrata’ sono decisamente diverse da quelle di chi ci vive.

        Io stessa mi son resa conto di certi aspetti dell’Italia solo moltooooo dopo esserne andata via, tanto erano radicate in me da poter essere considerate normali.

        Cari saluti,

        Luisa

        1. certo, io ho vissuto l’olanda da una posizione diciamo di lusso, rispetto a chi viene da fuori, ma questo pensa sia il caso dappertutto! poi io la frase ‘waar kom je vandaan’ non la leggo assai nel modo in cui dici tu, ma esattamente come quando mi chiedono ‘di dove sai’ in Italia. in un’epoca dove la gente si sposta in continuazione, e ogni paese contiene migliaia di nazionalità diverse, soprattutto l’Olanda, mi sembra una semplice espressione di curiosità e di interesse per l’altro, per la sua cultura. ma questo ovviamente dipende anche dalla situazione, e dal tono con cui te lo chiedono. ma ripeto, pure sapendo che il mio punto di vista è limitato a quello di una che ha vissuto un paese da una posizione avvantaggiata rispetto ad un imigrato/a, credo che il razzismo e l’intolleranza in Olanda sia veramente tra i più bassi in Europa, anche se con l’arrivo di Wilders e l’inizio della crisi la situazione è ovviamente cambiata.

  2. In risposta al commento che gli olandesi non sarebbero tolleranti…io sono sicuramente un po’ di parte, ed è vero che anche in Olanda il razzismo e la xenofobia esiste ed è cresciuto in questi anni, figuriamoci. Però è anche vero che le coppie gay si possono sposare, le coppie di fatto non vengono ‘penalizzate’ rispetto a quelle sposate, le droghe leggere (almeno fino a poco tempo fa) erano permesse nei coffeeshop (anche se personalmente non ci tengo molto a questa libertà, ma meglio così che il traffico di droga illegale ed incontrollato che fa danni peggiori alla società: non per caso molti coffeeshop sono pieno di soli turisti, e gli olandesi fumano poco, in media), e che a Rotterdam c’è un sindaco turco. voglio dire, storicamente l’Olanda – che ha senz’altro una delle tasse più alte di immigranti in Europa – è un paese ‘aperto’, molto di più che tanti altri paesi. ora con i vari Fortuyn e Wilders il paese è sicuramente cambiato. Ma secondo me c’è ancora un’opinione pubblica o senso comune che condanna il razzismo, almeno pubblicamente, e certe violenze fatte su extracomunitari o gente di colore che capitano in Italia, in Olanda verrebbero fortemente criticate e condannate. Questo anche per la presenza di tanti immigranti nella politica o che hanno una certa visibilità mediatica.

  3. Anch’io sono scappata a Bologna per fuggire dai miei, romagnoli retrogradi in un’epoca in cui le donne potevano uscire di casa solo se erano “fidanzate ufficialmente”. Ho avuto la fortuna di essere giovane in un’epoca in cui i lavoratori avevano ancora dei diritti, e ci si poteva smarcare dalla dipendenza familiare ottenendo la propria indipendenza economica. Ringrazio il cielo di non essere giovane adesso, non saprei come fare, come “fuga” forse mi butterei nella droga

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