di Endriu

rifugioNon mi innamorai subito di Pippo. Era strano, o estraniato, comunque difficile da inquadrare. Da Milano era andato a finire in un paesino di montagna nell’Appennino tosco-emiliano, dove faceva la birra artigianale e viveva in una casetta che non aveva nemmeno una scala vera per andare al primo piano: una scaletta doveva bastare. La casetta era arredata modestamente, con una bellissima stufa vecchia e le maschere africane di legno appese al muro. Gli piaceva Keith Jarrett, o Keet Giarit nella pronuncia italiana del commesso del vecchio negozio di dischi Nannucci a Bologna, quando andai a comprare il bellissimo Köln Concert, e quando stava male suonava il flauto traverso. Al suo cane nero carbone aveva dato il nome di un cartone animato, Muttley.

flautoNon mi innamorai subito, quel primo week-end che passai con lui e con Antò, a dare una mano nel rifugio che avevano iniziato a gestire da poco (Dal diario di un’olandese volante n. 14). Passai molto tempo a mettere a posto e a pulire il rifugio prima e dopo il soggiorno di una squadra di appassionati di tai shi. Della domenica ricordo un pranzo fenomenale, impensabile per me, allora: siamo stati a tavola fino alle cinque del pomeriggio! C’era anche Chiodo, di cui vi ho parlato l’altra volta, ubriaco duro (brusco, come si dice da noi…). L’ultima sera tirava un’aria strana: Pippo parlava poco, sembrava quasi scocciato, e a tavola c’era un silenzio imbarazzante. Più tardi, dopo cena, lo sentii suonare il flauto traverso, nella sua piccola stanza. Forse era la solitudine, la birreria che non funzionava. La mancanza di una compagna. 

Le stelle brillano come brilla Pistoia

oltre la montagna

che sembra un cane a cuccia

un cane nerone, quel grosso barbone

che bada all’universo

sotto le stelle

l’alone della luna

birra rottaIl lunedì mattina mi riportò a Bologna. Inizialmente doveva solo accompagnarmi in stazione, anche se si era offerto di portarmi fino a casa, ma io avevo detto di no; il suo comportamento della sera prima mi aveva spaventato. Ma gli era passata la crisi mistica, era più tranquillo, e così, mentre scendevamo dalla montagna, cambiai idea. Durante il viaggio fece una chiamata a un amico con cui doveva cenare, a Bologna, ma dalla conversazione capii che la cena era saltata. Dopo qualche minuto di consultazione interna, mi chiese se mi andava di mangiare con lui quella sera. Un po’ opportunista, da parte sua, ma almeno scroccavo il pasto! Non prima di darmi una bella ripulita, però: ero lurida! Avevo dormito vestita per tre giorni, senza potermi cambiare le mutande, o lavarmi per bene i denti. E non parliamo dei capelli… 

La serata è stata pazzoide come lui: siamo andati in una trattoria tutta buia e maudit, in via Senzanome. Lui ha rotto le bottiglie di birra che aveva comprato quella sera stessa in un negozio di via Petroni. Le ha fatte cadere di fianco alla macchina, appena prima di metterle in salvo; che pirla! Ed io che ridevo, da bastarda. Durante la cena mi ha parlato dei libri giapponesi che gli piacevano, una conversazione proprio da film d’autore, un dolce ricordo che non ho abbandonato, nonostante la fine triste che ha fatto la nostra storiella. 

luccioleIn seguito ci siamo scambiati qualche messaggio di semi-corteggiamento, prima che lui mi invitasse, timidamente, per una pizza con birra, la prima che mi sono dovuta bere tutta perché la prendeva anche lui, e non avevo il coraggio di chiedere qualcosa d’altro. La mia pancia non ha retto la rivoluzione gastrica e ho riempito la sua macchina di scoregge, quando ho accettato l’invito di andare a casa sua. Nonostante questo, il viaggio notturno in mezzo alle montagne era stupendo: le sagome dei monti risaltavano contro il cielo non ancora del tutto buio, e sulla strada le uniche luci che ci guidavano erano i puntini bianchi delle lucciole. E la luna, ovviamente. 

Luna titubante

mi guida verso la cima

e poco distante

la città brillante 

La casetta era piccola, ma carina. Strana, come lui. Stavo scomoda sulla sedia di paglia, ma forse questo era dovuto anche alla situazione, per me che non so mai come comportarmi al primo appuntamento amoroso. La scaletta non mi piaceva per niente, ma io poi mi adatto. Mi ha preparato un letto gonfiabile e ha messo su il Köln concert, quel favoloso concerto, malinconico e stanco come lui. Non so chi è stato ad andare nel letto dell’altro, ma non è successo niente quella sera. Né il giorno dopo, quando mi ha proposto, diciamo, di metterci insieme, in modo veramente a-romantico

artisti di stradaMa lui non era un romantico, o almeno non in senso tradizionale. Era il Dean Moriarty del famoso romanzo di Jack Kerouac, Sulla strada, un avventuriero che il venerdì sera partiva per l’Olanda a fare il giocoliere di strada nei vicoli di Amsterdam; l’amante di jazz che mi portò alle terme di Saturnia, una sera, dove facemmo il bagno, vestiti, sotto le stelle; il sognatore alla ricerca di qualcosa che non sapeva. E in effetti non lo trovò in me. Eppure per me eravamo perfetti insieme. Una coppia di pazzoidi. 

Sotto i piedi il dirupo,

e il lupo

che ulula

(editing by Beatrice Nefertiti)

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2 thoughts on “Dal diario di un’olandese volante (n. 15 – Il rifugio #2)

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