di Endriu

AppenniniDopo Jarrett e i Radiodervish venne Jan Garbarek, il sassofonista norvegese di cui ricordo solo una canzone lunga e quasi ipnotica, un cross-over tra new age e world music. Un po’ come il mio stato d’animo durante quell’estate. Eppure era bello, doloroso e amaro ma bello. Il rifugio era stato un vero e proprio rifugio di partigiani, durante la Resistenza antifascista, e aveva mantenuto quel sentore di avventura. La sera, quando facevo le passeggiate fino al piccolo incrocio dove si inizia a scendere, con le tre croci e lo stupendo panorama delle montagne, l’unica luce che mi guidava era la luna, e non avevo paura. A volte si vedevano addirittura le luci di Pistoia, lontano lontano ma si vedevano.

 

Luna titubante
mi guida verso le croci
poco distante
la città brillante

cinghialeForse avrei dovuto comunque averne, un po’ di paura. Un amico di Pippo, che aveva gestito il rifugio in precedenza, veniva ogni tanto a portare del miele fatto da lui, e raccontava delle storie, le storie di quando gestiva lui il rifugio. Pare che una mattina sia arrivato su e abbia trovato un uomo nudo incatenato alla porta. Vivo, eh, ma nudo… Poi c’erano i cinghiali, di notte li sentivo girovagare intorno alla casa, togliendomi il sonno, e tanti altri animali che non saprei nemmeno nominare. Il luogo più suggestivo era il salone dove si facevano i cineforum. Già, il Ghost Dog l’abbiamo visto anche lassù, un brutto ricordo ormai.

 

Sogno il piccione
divorato dall’aquila
samurai.
La vedo toccare il suo braccio, a cena
il maglione marrone
sfila
la maglietta gialla.
Odore di detersivo.

notte in montagnaA volte, quando non riuscivo a dormire, da sola nella grande stanza con i letti a castello, forse anche gelosa di loro due che stavano dall’altra parte del corridoio, passavo la notte nel salone, sul divano. Lì ero direttamente sotto il tetto di legno, e un lato del salone era tutto di vetro, per cui c’era questa specie di enorme vetrata in forma triangolare che dava sul bosco. Era favoloso. Sembrava di stare sul ponte di una nave che naviga in mezzo al bosco. Di giorno si vedevano i pini alti e fini, di notte il bosco era scuro, come il mio cuore.

Piove piove
piove fuori nel boscoscuro
scuro il bosco, fuori
piove
piove
dentro il cuore oscuro
non trovo rifugio
dal dolore che m’affoga
quando lo vedo, lo sento
rifugio non c’è

Lilli e il vagabondoLa mattina mi veniva a svegliare Muttley, con il cane di Antò, Lula. Esatto, come l’ex-presidente del Brasile. Antò era un anarchico e non poteva certo chiamare il suo cane Buck, per dire. Lula era un po’ intimorita e paurosa: era un cane di città e sicuramente non sapeva bene cosa farne di tutta quella libertà e spazio. Aveva poi una paura tremenda della gente, anche di me, almeno all’inizio. Una volta sono scesa a Bologna con Antò, che doveva prendere la liquidazione del suo vecchio lavoro da educatore in una casa di cura per ragazzi con la sindrome di Down, e Lula praticamente mi è saltata nelle braccia quando Antò è scomparso per un po’. Ma con Muttley andava d’accordo e i due presto diventarono inseparabili. Cioè, Lula era inseparabile da Muttley, che faceva comunque quello che gli pareva. Così la mattina, dopo che avevo passato la notte nel salone magico, Muttley veniva a controllare se ero sveglia, per farlo uscire. Perché lui andava in giro come un gatto, senza padrone. Se non mi muovevo, si metteva lì vicino ad aspettare, ma se aprivo anche solo un occhio, o muovevo un dito, cominciava a piagnucolare, svegliando tutti.

Una di quelle mattine mi sono decisa ad andare a fare una passeggiata fuori, con i due cani. Ero particolarmente scocciata perché la sera prima Pippo e Antò si erano ubriacati con due donne che erano rimaste a pranzo e pure a cena, dopo che avevano passato il week end nel rifugio, con altri ospiti. Forse i nostri maschietti speravano di far vedere loro anche le stanze di sopra (la nuova ragazza di Pippo non c’era quel week end, guarda caso). Io, invece, avevo una cucina intera da sgrassare e pulire, e mi sono dovuta beccare tutte le loro risate che provenivano dalla stanzetta-bar di fianco. La mattina dopo, mentre i due Don Giovanni russavano nel loro letto, io sono andata a prendere aria e, furbissima, sono uscita dal rifugio senza le chiavi. Non le trovavo, ma intanto avrei sicuramente trovato qualcuno sveglio, al ritorno, così pensavo. Uscii dalla porta della cucina, che si chiudeva da sé, dimenticandomi però la povera Lula. Pensavo che fosse uscita con Muttley quando la vidi, in un flash, mentre correva verso la porta che stavo chiudendo proprio in quel momento. Troppo tardi… Sento una strana pena per Lula, adesso, in questo momento. Forse perché so che non ha fatto una bella fine: è morta sotto una macchina per colpa di Pippo e della sua ragazza, che l’ha lasciata sfuggire un pomeriggio a Bologna, quando Antò aveva lasciato Lula in custodia a loro. Forse con me non sarebbe successo, penso bastardamente… Povera Lula. Ormai non c’era niente da fare, e così feci la mia passeggiata con Muttley, il cane pazzo.

toiletForse è stata l’aria di montagna, o l’esercizio fisico, ma dopo un po’ mi è venuto uno stimolo forte di andare in bagno. Non a fare la pipì, magari! Tornai al rifugio, ma le nostre belle addormentate erano ancora sotto le coperte e io non ce la facevo più. Mi viene ancora da ridere quando mi penso davanti alle porte sigillate del rifugio, le chiappe strette per impedire all’ostinato escremento di riempirmi le mutande, facendo brainstorming su come risolvere l’imbarazzante dilemma. Finalmente trovai un rotolo di carta, forse nella struttura pubblica accanto al rifugio, e mi nascosi in mezzo ad un pezzo di bosco, dove mi sono liberata dal peso. Non era facile, essendo il mio bagno improvvisato in salita, o in discesa, dipende da come lo si guarda.

Ora che ci penso, però, è stato proprio il bagno che ha determinato il seguente percorso della mia vita. No, non il mio bagno all’aperto, ma quello dentro il rifugio. Un amico di Antò venne a metterlo a posto, quell’estate, portandosi dietro la sua famiglia. Era la persona più pazza che io abbia mai conosciuto: alto e robusto, era una specie di buon soldato Svejk (Dal diario di un’olandese volante n. 6), un Che Guevara post-moderno, controcorrente e logorroico, anarchico e pieno di vita. Faceva il vigile del fuoco ed era uno di quelli che tifava per le Brigate Rosse, negli anni ’70. Amava Underground di Kusturica e ascoltava Daniele Sepe e i Têtes de Bois. La moglie era la sosia di Patti Smith, i due figli ancora troppo piccoli per interessarsi alla politica.

Mi hanno cambiato la vita.

 (editing by Beatrice Nefertiti)

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