di Endriu

AmiensSono arrivata a Bologna nel 2004 per fare l’Erasmus, un programma di scambio universitario. Il primo mese mi ha ospitato la mia amica fiorentina, Manu, il mio primo legame con l’Italia. Ci siamo conosciute in Francia, nel grigiore di Amiens, durante il mio primo scambio Erasmus. Oltre alla sua amicizia mi è rimasto poco di quel viaggio:

i sacchetti mossi dal vento fuori dalle finestre del condominio studentesco, a mo’ di frigo (che non c’era nella cucina comune)
il mezzo tappo di sughero che la bidella stizzosa e stronza mi diede per socchiudere la finestra, a mo’ di ventilazione (il termosifone rotto non si spegneva più)
Mina, la ragazza spagnola che non riusciva a pronunciare la ‘j’ francese quando chiedeva il pla du iur in mensa, o quello che passava per tale
Samuèl, che pensava che “dammi fuoco” volesse dire “dammi da accendere”
Simona che ruttava dentro al cellulare mentre parlava col fidanzato e non capiva perché io non parlavo a manetta come lei
il cielo triste che sembrava un soffitto grigio permanente
e ancora, il rumore di macchine che passavano in continuazione sulle strade bagnate dalla pioggia, sotto la mia finestra.

Beh, alla fine di ricordi ne ho abbastanza, anche se non molto allegri, a parte l’amicizia con Manu che miracolosamente è durata negli anni. A volte mi chiedo perché si è impegnata a conoscermi, io che effettivamente parlavo poco o niente, soprattutto in compagnia di gente estroversa tipo, appunto, Simona, una specie di Luna Park mobile con una voce da sirena che spaccava i vetri. Sarà che a Manu piacciono i pazzi. È un po’ pazza pure lei, con la sua ossessione per Rimbaud, seguita da una passione, durata anni, per l’astrologia, mentre ora ha trovato la fede, il tutto accompagnato da un persistente e ostentato impegno politico-sociale che l’ha portata, poco tempo fa, sul tetto dello stabile in via dei Conciatori a Firenze, occupato insieme ai somali che già si dovevano beccare i super-ritardati di Casa Pound che si credono nel Far West, a resistere allo sgombero…

Quando eravamo ad Amiens passai vari pomeriggi nella stanza di Manu, che si trovava di fronte alla mia e dove arrivava quel poco di sole che ogni tanto il tempo ci concedeva. Poi non si sentiva il rumore delle auto che passavano in strada e quindi mi ospitava mentre studiavamo insieme, lei Rimbaud ed io non so che cosa. Alla fine ho interrotto il viaggio perché non mi trovavo bene con i corsi: ho dato solo un esame ed è stato un percorso un po’ disastroso dal punto di vista accademico, però mi ha portato dove sono oggi, e per questo bisogna volere comunque un po’ di bene ad Amiens.

colli fiorentiniNon mi ricordo esattamente il motivo per il quale ho deciso di fare un altro Erasmus, in Italia, quattro anni dopo, anche perché i soldi per andare all’estero te li danno solo una volta, e questa volta era tutto a carico mio. Non lo so proprio, ho un buco nella memoria. Ho scelto Bologna perché c’era un legame particolare tra la mia università olandese e quella bolognese, per cui era un po’ scontato andare là, ma perché fare un altro viaggio, visto l’insuccesso del primo? Sarà che non sopportavo proprio più i miei genitori…

Arrivai a Firenze, a casa di Manu dove abitavano anche Michele e Francesca, una coppia del sud, simpatica ma che litigava in continuazione. Sembravano cane e gatto. Nonostante questo e nonostante l’orribile doccia da dove uscivano solo pisciatine di acqua tiepida oppure bollente, stavo bene in quella casa: un enorme poster di Che Guevara sostituiva il vetro nella porta che separava il soggiorno dal corridoio, gli odori di incenso e la blanda vista sui colli fiorentini rendevano la stanza di Manu un piccolo rifugio, poi c’erano le invenzioni creative dell’ingegnere/artista Michele, tipo il quadro-collage che copriva quasi un’intera parete del soggiorno, composto da piccoli quadretti ritagliati da riviste e messi insieme in una composizione psichedelica che poteva inventare solo lui. Ho adorato le casse altoparlanti sparse per l’appartamento, che mi hanno fatto conoscere i 24 Grana. In effetti tutte le volte che li ascolto mi viene in mente quell’appartamento al quinto piano, strisce di sole sul muro dietro a Francesca – appena tornata dal lavoro – mentre parla dei suoi progetti sull’antimafia nelle scuole (soffia una leggera aria primaverile), la risata simpatica e vivace di Manu che cerca di sdrammatizzare i litigi, le serate calde passate sul piccolo balconcino da dove si vedevano altri colli fiorentini…

Per un mese, da questo appartamento andavo, ogni giorno o quasi, a cercare casa a Bologna, e a frequentare i corsi di lingua per gli studenti Erasmus. Arrivare in stazione era una vera impresa, perché c’era una rotonda che dovevo fare in bicicletta, ed era un incubo perché le macchine e i motorini mi sorpassavano da destra e da sinistra. Ricordatevi che vengo da un paese dove le biciclette regnano per le strade! Quella rotonda la conobbi quando venni in Italia per la prima volta, qualche anno prima dell’Erasmus, nell’ambito di un corso universitario sull’arte italiana. La prima tappa era Ferrara, anche se dormivamo in un agriturismo in campagna, dove una sera il nostro insegnante/accompagnatore si ubriacò e riuscì a rompere – con una manciata di ghiaia – un vetro della vecchia casa durante una sua interpretazione improvvisata di Shakespeare.
rotondaChe era suonato ci è stato confermato per tutta la durata del viaggio. L’ho vissuto poi sulla mia pelle quando ci siamo spostati a Firenze, dove eravamo ospiti in un istituto olandese di arte. Avevamo a disposizione una cucina e quindi abbiamo fatto una squadra-cucina, per la quale bisognava fare le spese, ogni tanto. Il nostro Amleto era venuto giù in macchina, non voglio sapere come, perché guidava peggio dell’automobilista italiano più deficiente, e quindi per fare spese andava lui in macchina con due o tre “volontari” scelti da lui. Una volta toccò a me, la sua donna Leyla (un’insegnante turca di italiano), una delle studentesse turche di Leyla e un soggetto misterioso la cui presenza Amleto ha giustificato non mi ricordo più come, ma che secondo noi era solo una sua amica che voleva farsi una vacanza in Italia. Andammo alla Esselunga che si trova da una parte della malefica rotonda che avrei dovuto fare giornalmente per arrivare in stazione, qualche anno dopo. Veramente non era una rotonda completa, ma un trequarti, diciamo: alla terza uscita non potevi più continuare a girare perché finiva in una strada a senso unico che portava da un’altra parte. Amleto aveva trovato un parcheggio lungo la rotonda, solo che era dopo la prima uscita che, ahimè, era quella che dovevamo prendere per tornare all’istituto. Avremmo dunque dovuto prendere la terza uscita, rifare tutto il giro per tornare nella rotonda e prendere la prima uscita. Solo che Amleto non aveva voglia di fare il giro, e quindi indovinate che cosa ha fatto? Esatto, ci ha fatto buttare in mezzo al casino del traffico pazzesco, per lo più nell’orario di punta, perché lui potesse fare retromarcia e imboccare l’uscita giusta! Beh, io non l’ho fatto, innanzitutto perché l’ha detto prima a Leyla, in turco, e lei – dopo essere sbiancata – l’ha detto alla sua povera studentessa, sempre in turco. Mentre guardavo ignara e incredula la scena, mi è venuta una brutta sensazione, poi quando Leyla è corsa in mezzo alle macchine strillando “Per favore, per favore! Un minuto, solo un minuto!!!” con il ditino alzato, e la ragazza turca invece si è messa in mezzo a un attraversamento pedonale con il braccio in avanti e la mano in verticale, a mo’ di STOP come se fosse un’agente del traffico, beh, ora rido ma vi giuro, volevo sciogliermi nell’asfalto! Ho anche pensato un attimo di allontanarmi, pian piano, dalla scena di delitto, come se non c’entrassi nulla. Poi i clacson, tutti che suonavano e quell’automobilista ciccione che ha fatto un gesto con le mani come per dire, “Questo no eh! Questo poi no!”…
AmletoComunque ce l’abbiamo fatta. Ricordo solo Amleto che, mentre faceva retromarcia, sembrava un Hulk dentro una cabina troppo piccola per lui che cercava di far fare una manovra di 180 gradi alla Concordia… Poi qualcuno ha aperto la porta di dietro, ho sentito urlare e mentre i freni cigolavano ci siamo buttate letteralmente dentro, come in un telefilm alla Starsky & Hutch. Sembravamo una gang di rapinatori in fuga.
Ecco, per questo motivo quella rotonda mi è rimasta impressa, e ogni volta che andavo in stazione per andare a Bologna, quel mio primo anno in Italia, beh ho dovuto pensare un po’ anche ad Amleto.

 

(editing by Bea)

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