di Endriu

gatto sul divanoLe tre settimane passano lentamente. E’ matematico che il tempo passi più lento quando si è lontani dai propri cari. Bisognerebbe dimenticarli, metterli in un cassetto e con loro tutte le nostalgie, i ricordi e le abitudini che ci legano. Soprattutto le abitudini pesano quando non ci sono più. Gli orari, i riti, i programmi TV guardati insieme su un divano condiviso con un gatto in grembo… Il tempo che dista dalla prossima riunificazione non soddisfa mai perché è permeato dall’amara consapevolezza, ogni volta che vi abbracciate, che presto vi dovrete separare di nuovo. Ah, partire partire, è sempre un po’ come morire.

airportMa alla fine le tre settimane passano e rientro a casa. Mi meraviglio di essere così contenta di andare in un aeroporto, che normalmente odio a morte. Tuttavia la gioia di tornare in un posto dove l’asfalto non è perennemente bagnato, di rivedere la mia piccola famiglia, passa presto: alla Casa del Popolo c’è stato un altro terremoto. Un terremoto metaforico, voglio dire. Il mio sfogo di qualche settimana fa si è diffuso e la cosa non è piaciuta. Eh già, la critica fa male, ma non sarebbe critica se non lo facesse. Il re è nudo! Quando poi è incorporata in un racconto che applica ironia, retorica, iperboli e metafore, e che narra inoltre di faccende che riguardano la mia vita privata e che saranno pur affari miei se ve li racconto, è ancora più facile fraintendere. Ma forse sono anche cose che non si vuol sentir dire, del tipo che all’interno di un luogo che una volta era così speciale, ci sono uomini che offendono le donne. Come negli anni Settanta, quando la liberazione della donna non era una priorità, prima bisognava cambiare il mondo.

Devo dire che non mi sono mai risparmiata neanche io, in questi miei racconti, né mio marito – vi ricordate di Junior, col suo perenne conflitto intestinale? Tuttavia è partita l’Inquisizione, e mi sono ritrovata in un tribunale kafkiano, il mio racconto una specie di complotto contro l’umanità, io la dissidente accusata di eresia. Accusata, più che altro, di non aver sollevato le questioni in sede privata, cosa che non è del tutto vero. La cosa più triste è che perderò pure la gestione della libreria, che quest’estate ho fatto rivivere dopo anni di letargo, anche se pochi se ne sono accorti. Forse per quello non hanno saputo valorizzare il mio impegno. Con la cultura non si mangia, vero?

Eilean Donan CastleL’unica cosa positiva di questo processo è che mi ha reso un po’ più accettabile il ritorno nelle gelide Highlands. Più a sud addirittura ha nevicato. Come regalo di buon rientro ho trovato il riscaldamento non funzionante, il che mi ha assai terrorizzato, fino a quando non ho scoperto che non l’avevo acceso bene. Quella sera è arrivata un’altra buona notizia: era tornato il Principe, il più vecchio dei nostri gatti. Era scomparso proprio nella settimana in cui ero rimpatriata, e malgrado le mie chiamate disperate il signorino non si era fatto vivo. D’estate sarebbe stato normale, con tutti i topini da cacciare e il granoturco bello alto che li protegge dal caldo, ma ormai anche in Italia era arrivato un po’ di autunno, ed era strano che non venisse almeno a rifornirsi. Quando è tornato, infine, aveva una gamba a pezzi. Subito mi è tornato il ricordo della Micia, la nostra prima gatta. Era venuta fuori da una convivenza precedente, ma essendo ormai una gatta di campagna, l’ex di mio marito gliel’ha lasciata. Non fu una grande amicizia – la micia lo odiava, probabilmente per le due nidiate di gattini che le ha portato via. Di conseguenza era diventata gattofemminista, e quando arrivò una nuova femmina in casa, fu il massimo per lei. È stata la mia prima gatta e l’ho sempre coccolata a morte. Tranne quella volta che ha fatto i suoi bisogni sul tappetino in camera mia. Forse pensava di oltrepassare i limiti, ma questa non è passata. Mio marito l’ha presa su per metterla fuori, come punizione, e ovviamente lei l’ha odiato ancora più del solito. Per condividere l’odio momentaneo l’ho presa io, e mentre andavo verso la porta lei si è resa conto della complicità. Ha iniziato a spingersi via da me, drammaticamente, come per dire: “Anche tu?! Traditrice!”.

grumpy catPovera, mi sa che è stata l’ultima volta che l’ho vista, prima di quell’orribile giorno in cui l’abbiamo trovata semi-moribonda. Una zampa era stata macellata, un’altra era rotta. Chissà con quale fatica e con quale dolore si era trascinata fino al cortile di un nostro vicino, che ci ha allertato. Quando ci ha visto arrivare aveva quella faccia disperata che non dona ai gatti, perché non sanno essere dipendenti, eppure mi guardava come se io potessi fermare il dolore, come se dovessi fermarlo perché ero io, e perché ero sua. Ma non potevo. L’abbiamo portata in casa e piangeva, io piangevo, piango ancora, voglio fermare il dolore, sollevarla, coccolarla: una tale sofferenza non può concludersi con la morte. Mio marito era pessimista ma io ci speravo, magari si salvava. Che stupida! Era un sabato e i veterinari erano chiusi, o comunque non sapevamo dove andare se non da una nostra amica che però abitava su nell’Appennino, non lontano dal rifugio dove ho lasciato tanti ricordi, belli e brutti. Era da pazzi andare su con quel povero gatto sofferente, ma ci speravo, e così siamo andati, con il nostro vecchio Pandino che non faceva più di 100 km all’ora, e la micia piangeva, cercava di sollevarsi guardandomi come per chiedermi cosa cazzo stavo facendo.

Ovviamente non c’era niente da fare, e l’abbiamo dovuta far addormentare. Mi odiavo per averla fatta soffrire più del necessario, per non averle dato un ultimo momento di benessere. Mi sentivo di averla tradita. Ma ormai. Siamo scesi che era già buio, in mezzo alle sagome delle montagne. A parte i miei singhiozzi c’era un silenzio totale. La luna illuminava la strada, mentre il corpo della micia si induriva sulle mie ginocchia. L’abbiamo seppellita sotto un bell’albero, davanti alla vecchia entrata della casa del popolo.

gatto dal veterinarioPoi è arrivato il Principe. L’abbiamo preso, sostanzialmente, per consolarmi: non mi passava il dolore, una casa senza gatto non è la stessa cosa, per quanto siano asociali. E ora è toccato a lui, poverino! Anche se non sembra prenderla male. Anzi, se ne sta approfittando. Pare che la sera del suo rientro abbia mangiato tre scatoline di carne in un colpo! Ma la zampa è andata: l’hanno tagliata fino alla coscia. Ora abbiamo un gatto monco (oddio, spero che non se la prenda con me pure lui – gli faccio firmare una liberatoria?), così potrà far compagnia al suo miglior amico, un gatto che abita qualche casa più in là, al quale manca una zampa e pure un occhio. Che bella coppia!

Dunque sono tornata a Glasgow con sentimenti confusi, un desiderio di scomparire e di restare allo stesso tempo. In aeroporto mi è venuto il solito cagone pre-Ryanair, nonostante non avessi la valigia strapiena e potessi stare tranquilla, per una volta. Si vede che sono diventata allergica agli aeroporti in generale. O forse sto invecchiando, e mi pesa sempre di più abbandonare il mio povero uomo, lì da solo ad affrontare l’ira della folla. È dura anche per me tornare a vivere da sola, dopo anni di convivenza. Almeno finché non mi farò una vita sociale. Ora al cinema ci vado pure da sola, ma rimane imbarazzante quel primo momento alla fine del film, quando si riaccendono le luci e tutti cominciano a scambiare pareri sul film. Tu invece ti metti il cappotto ed esci, cercando di assomigliare il meno possibile a uno sfigato. 

casa di cartoneIn realtà non vivo proprio da sola, magari! Sono in subaffitto, e questo pesa ancora di più quando si è abituati ai propri spazi. Fare la doccia senza l’intimo di qualcuno appeso un po’ dappertutto, avere un divano dove affondare e guardare qualche cazzata in TV… sembra banale ma è importante. Infatti una delle cose più dolorose, quando sono qua, è vedere dentro le case, di sera, le famiglie tutte belle e calde insieme. Se almeno sapessero farle, le case! C’è sempre qualche difetto: i muri del mio appartamento attuale sembrano di carta e si sente tutto. Del tipo che so continuamente in che parte della casa si trova colui/lei che abita sopra di me: è un cavallo. Ogni tanto casca anche dalla sedia perché si sente una botta, e io salto su perché penso al terremoto. All’inizio ero continuamente terrorizzata perché si sente questo rumore di fondo che assomiglia, appunto, al terremoto, finché non ho capito che era la metropolitana. La mini-metropolitana, quella col trenino lungo dieci metri (beh forse non dieci – facciamo dodici) e i troppi addetti ai lavori che non sanno mai cosa fare: oggi in due mi hanno controllato il biglietto appena comprato dal loro collega allo sportello, davanti a loro, poi mi hanno pure indicato, con la mano, la scala per andare ai binari, che praticamente era davanti a me…

Sheldon CooperLa vasca da bagno è unica: scricchiola, mettendomi la paranoia che prima o poi sfondi il pavimento, finendo nuda nel divano dei nostri vicini di sotto. In TV, infine, non c’è un bel cavolo da vedere, altro che Antonio mangia-biscotti Banderas! E così mi sparo delle puntate continue di Big Bang Theory, l’unica cosa decente che c’è. Temo, però, di arrivare al punto di non poter più vedere la faccia di Sheldon Cooper, né sentirlo dire “beverage” o “coitus”!

Lo so, lo so, devo uscire, trovare compagnia. Ma fa freddo! Il primo mese ho avuto il naso chiuso 24 ore su 24 e mi sto imbottendo di aspirine, pillole di vitamina, clementine e tè salutistici. Lo spray nasale è il mio migliore amico, dopo la hot water bottle. Ma ci sono sempre quei piccoli momenti che ti fanno passare tutto, come quando sei in negozio e la commessa ti fa, con cadenza veneta, “Ai just luv ya wee li’l hat!” My what? Ah, il cappello. Qualcosa in compenso di quel cielo eternamente grigio dunque c’è. Penso anche alla mia coinquilina che è la più simpatica (seppur espansiva) che abbia avuto fino a ora, la gattina tartarugata che ogni tanto mi saluta quando vado in ufficio, e soprattutto la bella busta paga che finalmente mi è arrivata. E’ la mia prima, vera, busta paga. E’ una strana sensazione, sapere di potermi permettere tante cose, anche quelle che non comprerei mai ma solo l’idea che, tecnicamente, le potrei acquistare perché i soldi CE LI HO, è fantastico! Peccato che durerà solo tre anni. Bella la precarietà, eh Monti? Vuoi far cambio?

E così mi ritrovo da sola, a diecimila chilometri di distanza, con le mie due hot water bottles che presto diventeranno tre, visto l’annuncio di aumento delle bollette del gas. Maledetto Atlantico che mi separi dal mio povero uomo! Quanto lo vorrei abbracciare stasera e dirgli che non molleremo. Resistere! Quanto vorrei coccolare il mio Principino che ha passato la notte in ambulatorio, svegliandosi con un imbuto intorno al collo, chiuso in una gabbia con altri cinque gatti e con una zampa in meno. Quanto ci odierà…Oh Principe, abbia pietà!

 editing by Beatrice Nefertiti

 

 

 

Latest posts by (Collaborazione esterna) (see all)

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Time limit is exhausted. Please reload CAPTCHA.