bambini al lavoroQuesta maledizione biblica era incisa sulla fronte dei miei genitori, che per beffarda ironia non erano neanche cattolici. Fin dai miei primi ricordi li vedo schiacciati sotto il peso del lavoro. L’immagine di mio padre che a otto anni spinge la ruota di un mulino, girando sempre in tondo come un asino in un faticare senza senso, è l’emblema di cosa è stato il lavoro per i miei, e di quello che è diventato per me. Questo episodio della ruota l’ho saputo solo da poco, parlando della disperazione in cui mi getta l’incubo del Palazzo dei Veleni, e mi è sembrato la chiave di tutto. I miei hanno fatto una vita di merda, hanno cominciato a lavorare da piccoli, mia madre nei campi e in casa e mio padre nelle officine e nei laboratori artigiani. Vivevano in una miseria da terzo mondo, camminavano scalzi, mangiavano poco e male, portavano vestiti rattoppati. Mia madre è nata in una famiglia contadina, con tanti fratelli. Lei era la seconda, la maggiore tra le femmine, e tutti i piccoli che mia nonna era costretta a sfornare uno dopo l’altro, perché mio nonno la usava come un otre in cui scaricarsi, li allevava lei. L’ho vista in India e in Marocco, bambina stracciata e scalza, col fratellino più piccolo in braccio, lavare i panni a mano nei cortili, cucinare, portare pesi. Lei mi raccontava che la svegliavano alle cinque del mattino e il sonno è il ricordo più vivo della sua infanzia. Da ragazza le piaceva leggere i romanzi d’amore che si procurava in biblioteca, però doveva farlo di nascosto, rubando tempo al sonno, con una lampada nascosta sotto le lenzuola, perché in casa sua leggere era considerato un lusso che ci si poteva concedere solo la domenica. Gli altri giorni si doveva solo lavorare e sopravvivere. Non le è dispiaciuto smettere la scuola dopo la quinta elementare, perché era costretta a farsi cinque chilometri a piedi, però dopo si è resa conto che lavorare era peggio.

sarte in casaNei campi e in casa era una schiava come tutte le donne, doveva aiutare sua madre, caricata di figli e botte. Mio nonno non era un sadico malvagio, era solo un uomo normale della sua epoca, sapeva a malapena leggere e scrivere, i pochi soldi che guadagnava li spendeva col vino, le carte e le puttane, e per la famiglia non c’era mai niente. Mangiavano, perché in campagna coltivavano e allevavano di tutto, ma le scarpe non c’erano, e mia madre da ragazza aveva un solo vestito, fatto in casa. Dopo le scuole elementari fu mandata a “imparare il mestiere” da una sarta, che non l’ha mai pagata perché allora usava così, si andava “a bottega” come mano d’opera gratuita. Ha imparato il mestiere ma ha cominciato a esercitarlo in casa solo dopo sposata. Anche questa attività autonoma è sempre stata vissuta malissimo; per mio padre e mia nonna, sua suocera, era un rubare tempo ai lavori domestici, neanche fosse un divertimento, i soldi che guadagnava erano indispensabili in casa e per lei si comprava al massimo un rossetto. Spesso lavorava di notte ed era sempre in angoscia perché non riusciva a consegnare il lavoro in tempo. Faceva prezzi troppo bassi e non diceva mai di no a nessuno, così da lei venivano anche le signore a farsi fare le copie dei vestiti firmati. Le figlie di queste dame benestanti le ho incontrate poi al liceo, dove facevano finta di non conoscermi. Per fortuna c’era stato il Sessantotto, e “l’alternativa” mi offriva l’opportunità di essere vestita male per scelta e non per necessità, come sarebbe stato qualche anno prima, e di odiare i “figli dei padroni”.

casalinga disperataNon ho mai visto mia madre sorridere né alzare la testa, nel senso materiale della parola. Me la ricordo a testa bassa sulla macchina da cucire o sui tegami, grigia, con gli angoli della bocca perennemente in giù, con due occhi disperati da far paura. A volte ne parlo ancora con le mie amiche, anche loro la ricordano in questo modo, come un macabro e grigio fantasma che ci metteva a disagio, secca, sciatta, grigia, squallida, pietrificata, e si meravigliano di vederla adesso così curata, paffuta, energica e sorridente, con le sue amiche alla festa dell’Unità. Quando si è liberata da ogni tipo di obbligo lavorativo è rinata, come una fenice dalle sue ceneri. Lei era un mucchietto di polvere, che non mi ha mai sorriso se non con una smorfia amara, non mi ha mai fatto ridere, non giocava e mi raccontava solo storie tristi e dolorose. In casa mia non si è mai sentito l’eco di una risata: si parlava solo di lavoro, malattie, fatica, debiti e soldi che non bastavano per arrivare a quella benedetta fine del mese, che nella mia testa di bambina era una specie di montagna da scalare e scalare senza fine. Se apriva bocca, era per sgridare o spaventare, e doveva sempre  lavorare, la vedevo come uno schiavo alla catena, confinata nella sua cella di vestiti da cucire, pranzi da preparare, panni da lavare a mano in cortile. Aveva paura delle clienti che non avevano i loro vestitini quando lo desideravano, di mio padre che la rimproverava di dedicare poca cura alla cucina, della suocera che la faceva sentire in colpa. Quel mestiere non le è mai piaciuto, non ci ha mai trovato niente di creativo e di suo, ma solo un modo per arrivare a quella benedetta fine del mese e non essere completamente dipendente dal marito e dalla suocera. La quale, beata lei, aveva avuto la pensione, dopo una vita passata tra la fabbrica e le pulizie nelle case dei ricchi.

operai e padroniMio padre non era messo meglio. Mio nonno era un tipografo, colto e benestante, che aveva perso tutto per la sua militanza antifascista, si era ammalato ai polmoni e non aveva più potuto lavorare; io non l’ho mai conosciuto, è morto prima della guerra. So che era un uomo sensibile e intelligente. Mia nonna era rozza e ignorante, di vent’anni più giovane, lo sposò credendolo ricco e si trovò a dover mantenere tutti. Per sua fortuna aveva un polso di ferro e un carattere da squadrone di cavalleria lanciato al galoppo. Mio padre ha fatto le elementari in città, a scuola con i figli di maestri o impiegati, che non sarebbero andati a lavorare a dieci anni e che si permettevano lussi come le scarpe o “Il Corriere dei Piccoli”. Lui, per tirare su qualche soldino, andava scalzo lungo i binari della ferrovia a raccogliere i pezzi di carbone per rivenderli, come in India. Aveva una bella voce, come suo padre, che faceva il corista in teatro, andò a lezione di canto, imparò a suonare la chitarra e gli sarebbe piaciuto fare la vita dell’orchestrale, ma mia nonna non gli permise quel tipo di esistenza, che per lei mancava di stabilità, serietà e sicurezza. La madre esercitava su di lui un’influenza enorme, come è tipico per i figli unici di una vedova, e l’ha sempre ubbidita. Da piccolo lavorava d’estate, come garzone e bambino di fatica, poi, finite le elementari, ha fatto il piccolo schiavo dai meccanici e dai pasticcieri, per dodici ore al giorno, poche lire e ceffoni. Diciottenne, è entrato in fabbrica e ci è rimasto per trentacinque anni, tirando l’anima coi denti. Mi ha trasmesso l’odio per quel posto al punto tale che io l’inferno lo immaginavo come una fabbrica. Quando ho studiato la Divina Commedia mi sono meravigliata che non ci fosse un girone dantesco strutturato come un capannone industriale, col rumore infernale delle macchine, il caldo, la puzza, lo sporco. Mi immaginavo perfino diavoli con la frusta che facevano i capi. Ora conosco una versione più moderna dell’inferno: è un ufficio, coi capetti e i dannati dietro le scrivanie a farsi la spia a vicenda.

liscio romagnoloMio padre non ha mai avuto il coraggio di mettersi in proprio, come hanno fatto altri operai che si sono fatti il culo ma hanno poi vissuto in modo diverso il rapporto col lavoro. Appena io mi sono resa economicamente indipendente ha tirato un enorme sospiro di sollievo e si è messo tutto beato ad aspettare la pensione. Raggiunto l’ambito traguardo, ha ripreso ad andare in giro con le orchestrine di liscio ed è ringiovanito di dieci anni, si era perfino lasciato crescere i capelli sul collo. Era bello vederlo giovane, brillante, simpatico, fare battute e ridere sulle macchine sempre diverse che mi venivano a prendere la sera, prima non succedeva, era un po’ più su di morale solo quando aveva le ferie. A casa era una tragedia, la domenica sera era meglio non avvicinarlo, ogni volta che nominava quella fabbrica la definiva galera, e la settimana era quel penoso scalare la montagna di Sisifo che poi è diventato per me. Mia madre non approvava questo atteggiamento, secondo lei la sua condizione di casalinga era peggiore, ma mio padre si arrabbiava, diceva che lei non poteva capire, che non aveva mai provato la fabbrica e non poteva sapere che razza di inferno fosse. Sicuramente mio padre avrebbe voluto studiare, le capacità ci sarebbero state, da solo ha studiato ottica e si è costruito telescopi coi tubi della stufa, poi ha fatto le scuole serali per imparare l’elettronica, aveva il baracchino da radioamatore e si era messo perfino a studiare l’inglese per comunicare via radio. Ha sempre letto moltissimo e mi ha trasmesso la sua stessa passione. Poi c’era la musica, questa cosa meravigliosa che abbiamo sempre condiviso come interesse, ma che non mi ha mai insegnato, perché “ero stonata come la mamma”. A volte gli chiedevo di insegnarmi a suonare la chitarra, ma lui diceva che tanto ero negata, che lui non aveva pazienza, che dovevo pensare a studiare. Quello che avrebbe veramente dovuto trasmettermi, la più bella eredità che poteva lasciarmi, non me l’ha voluta tramandare.

Noi DonneSulle aspettative di mia madre non si è mai saputo molto. Per come è stata educata lei, una donna non ne aveva. Quando gliel’ho chiesto, in varie occasioni, è sempre stata molto vaga, diceva che non aveva mai pensato di studiare, però a scuola era brava, e lavorare era sempre stato tanto faticoso. Lei non parlava, si era asserragliata in un ostinato mutismo, ma è stata abbonata a “Noi Donne” finché io non ho avuto diciotto anni, ed era molto felice nel vedere che lo leggevo avidamente. “Noi Donne” era una strana creatura, entrava nelle famiglie operaie perché era la rivista delle donne del PCI, ma probabilmente gli uomini che lo finanziavano non lo leggevano. Lì ho imparato che essere picchiata dal marito e fare un figlio dopo l’altro non era necessariamente il mio destino, che potevo aspirare a una vita diversa da quella che faceva quel povero topo di mia madre o le donne che cucivano con lei. Tutte le cose importanti della vita me le ha fatte spiegare da Miriam Mafai, che è stata la mia mamma adottiva. Dopo mi ha detto che comprava quel giornale per me, perché non conosceva “le parole per dirlo”, ma i suoi silenzi e la sua tristezza sono stati molto eloquenti, anche troppo. Il messaggio era: “Noi facciamo una vita di merda perché siamo poveri e non abbiamo potuto frequentare la scuola, ma tu puoi avere un destino diverso, se studi”. Hanno fatto solo un figlio “per non fargli mancare niente”, inclusa, naturalmente, l’istruzione che a loro era stata negata, perché non facesse “una vita come la nostra”. Lei mi vedeva maestra elementare, se io dicevo “voglio fare la professoressa” rispondeva “non esageriamo, sei figlia di un operaio”. Mio padre non ha mai detto niente, mi vedeva bene sui libri e basta. Ogni lavoro lo preoccupava, forse solo uno scialbo, squallido e innocuo impiego statale non lo metteva in ansia; l’importante era che non facessi fatica e stessi dietro a una scrivania, in un bell’ufficio lindo e climatizzato, con le mani lisce e le unghie curate. E il messaggio è sempre stato, specialmente negli anni litigiosi dell’adolescenza: “Quando lavorerai e avrai il tuo stipendio, DOPO, NEL TEMPO LIBERO, potrai fare tutto quello che vuoi”.

In casa mia nessuno è mai stato sfiorato dal pensiero che un lavoro potesse essere fonte di interesse. Si doveva lavorare perché era necessario, tutti erano sottoposti a questo obbligo, esclusi i ricchi di famiglia, che potevano dedicarsi a qualche piacevole hobby come l’arte. L’idea di “fare un lavoro che piace” era quasi sacrilega; i figli dei signori, che potevano rimanere a vita sulle spalle dei genitori, avevano diritto a questo lusso, ma io no. Loro mi facevano studiare per sottrarmi alla fabbrica, alla fatica, alla puzza, al caldo torrido estivo e al gelo invernale, oppure alla vita della casalinga, schiava del marito e della suocera, destinata a prendere ordini come una serva. Nel lavoro “da persona istruita” evidentemente, secondo loro, gli ordini venivano impartiti con la buona educazione… Credevano che solo in fabbrica i capetti avessero l’abitudine di urlare e insultare.

impiegatiIl lavoro era una maledizione alla quale non potevano sottrarmi, ma erano convinti di fare il possibile per rendermi la cosa più leggera, mandandomi a scuola. In casa non c’è mai stato un lavoro che fosse considerato bene: i dipendenti erano schiavi, ma chi lavorava in proprio era visto come una specie di sanguisuga. In questo modo ho sempre avuto le idee ben chiare su quello che non volevo fare, ma opinioni assai confuse su come orientare il mio futuro. Il meno peggio mi sembrava fare l’impiegata, perché dai contatti che i miei avevano col mondo burocratico mi ero fatta l’idea che gli impiegati erano una massa di stronzi che non facevano un cazzo tutto il giorno e stavano belli comodi seduti dietro le loro scrivanie a leggere un giornale. I miei li detestavano ma li invidiavano, dicevano sempre “loro sì che hanno visto un bel mondo”. In fondo non mi sembrava poi male, l’importante era avere molto tempo libero, durante il quale (parola del babbo) avrei potuto fare “quello che volevo”. I vaghi interessi che sporadicamente spuntavano dalla mia testa disorientata, naufragavano miseramente. I miei non mi hanno mai spinto direttamente a studiare, anzi, dicevano sempre che se ero brava mi avrebbero fatto studiare, ma in caso contrario sarei andata a lavorare, perché mandarmi a scuola comportava grossi sacrifici. Quelle parole mi incutevano un orrore tale da digerire senza una piega poesie a memoria, capitali, date, grammatica e geometria. Nella mia piccola testa risuonava un grido: a lavorare no, perché “lavorare” voleva dire andare in fabbrica e soffrire come mio padre. Oppure, quando sono diventata più grande, mia madre mi terrorizzava dicendo che sarei rimasta incinta qualunque cosa avessi fatto con un ragazzo, anche col respiro, e dopo avrei dovuto smettere la scuola. Il sottinteso era “Ti toccherà la vita che faccio io”.  Il lavoro non è mai stato neppure una  fonte di vita sociale, per i miei, mio padre non aveva amici in fabbrica, litigava con tutti, e mia madre odiava le sue clienti, anche quelle miserabili donnette che passavano il pomeriggio con lei a cucire, approfittando gratis della sua competenza, però non le mandava via, le sopportava, in nome del “non si può mai sapere” e del “si può avere bisogno di tutti” che ha sempre ispirato la sua vita. Certo che non facevano dei discorsi allegri, d’altra parte non c’era niente da ridere nelle loro vite di merda. Tutti i cuccioli crescono con un imprinting, e tanta sofferenza assorbita come una spugna non poteva non lasciare tracce: appena cresciuta, sono entrata in un Palazzo dei Veleni e mi sono messa a contare i giorni che mancavano alla pensione, per rifarmi una vita da vecchia. Peccato, mi hanno fregato anche lì.

 

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3 thoughts on “E Dio disse “Tu lavorerai col sudore della fronte”

  1. …e tu donna pagherai con il sangue, ma a comode rate mensili…

    Giobbe Covatta

    Scusate, lo so che l’articolo è serio, ma la citazione mi ha forzato la mano!

    Brava Beatrice, alias InkKiller Bis!

  2. e ora i diritti sono solamente il contrario dei rovesci, anzi, dei manrovesci, che ci arrivano uno dopo l’altro

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