di Margherita Merone

 

buon samaritano

 

La parabola del buon samaritano (Lc 10, 29-37) inizia con una domanda precisa: «E chi è il mio prossimo?»; Gesù, per rispondere alla domanda, non rimanda chi ascolta alla Legge, ma alla vita reale, vissuta quotidianamente nelle relazioni.

C’è un uomo ferito, l’hanno percosso a bastonate alcuni briganti, è a terra mezzo morto. Passano tre persone, ognuna diversa dall’altra da più punti di vista: un sacerdote, un levita, un samaritano. La parabola non dà una definizione di prossimo in senso casistico ma è un insegnamento sull’amore del prossimo. La domanda in realtà è una classica questione di casistica, il concetto di prossimo insieme a quello di amore sono nozioni che appartengono all’Alleanza, è in questa che il giudeo va a cercare l’applicazione nella sua vita; il prossimo è un membro del patto. Sicuramente fuori dal concetto di prossimo sono i samaritani, i pagani, un nemico qualsiasi, tutti quelli che non fanno parte della propria comunità religiosa.

Nell’ottica dell’evangelista Luca, il prossimo è qualsiasi uomo. L’attenzione è puntata sull’amore concreto che ogni credente deve dare a tutti gli uomini, senza fare distinzioni.

Gesù non ha certo in mente la casistica, nella parabola c’è un uomo che sta male, che ha subìto una violenza: maltrattato, sicuramente deriso e umiliato, ha immediato bisogno di aiuto. È un caso reale, un caso umano, non è importante sapere l’identità della persona, si tratta di qualcuno che viaggiava da Gerusalemme verso Gerico. I primi ad entrare in scena sono un sacerdote e un levita, entrambi i personaggi sono addetti al culto ma non danno alcun aiuto al maltrattato bisognoso. La storia sembra perdersi ma arriva il personaggio a sorpresa, un samaritano, colui che da sempre è considerato un peccatore, un eretico, giudicato male, odiato da molti.

A questo punto l’ascoltatore è colpito, diventa lector in fabula, deve entrare nella logica vera del racconto, convertirsi, cambiare punto di vista, si trova nella condizione di prendere una decisione, di fare una scelta. Deve focalizzare l’attenzione sull’amore vero, profondo, senza barriere, quell’amore che deve avvicinarsi il più possibile a quello di Dio per l’uomo peccatore, quell’amore smisurato che si manifesta nel comportamento di Gesù. Quando si arriva alla fine del racconto, si deve non solo mettere da parte ma allontanare per sempre l’odio verso il samaritano, verso tutti gli stranieri, verso quelli da tanti considerati inferiori.

La scelta di Gesù del samaritano non è certo casuale, è un uomo che si trova di fronte un altro uomo che soffre, incapace di aiutarsi da solo, ferito, e nel suo comportamento sono superate le discriminazioni di razza, religione, «passandogli accanto vide e ne ebbe compassione». Il comportamento del samaritano è esemplare, si fa prossimo al malcapitato, ha per lui compassione. Il verbo greco utilizzato per definire la compassione è più profondo dell’avere compassione verso qualcuno, è sentire dentro che si stringono le viscere, ed è lo stesso verbo che si ritrova quando si parla di Dio che ha compassione per i poveri e i deboli. Neanche la cura con cui si dedica al ferito è un caso. Gli disinfetta le ferite con il vino, usa l’olio per alleviargli il dolore, provvede ad avvolgere le ferite con le bende, lo porta in un albergo, non smette di prendersi cura di lui: «Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino, poi lo caricò sulla sua cavalcatura, lo portò in un albergo e si prese cura di lui». Tutti i dettagli sono funzionali, grazie ad essi Gesù spiega cosa vuol dire amare, non a parole ma in senso concreto.

La domanda iniziale, chi è il mio prossimo o meglio chi devo amare secondo la Legge, diventa con Gesù, chi si è fatto prossimo o meglio chi ha amato? Si capisce ora come la parola “prossimo” non è legata alla casistica o ad una definizione giuridica ma all’amore grande e totale, fatto di misericordia, di tenerezza infinita.

Chiunque non può non riconoscere che il samaritano ha agito così bene da essere preso da esempio, ha fatto realmente quello che implica il concetto di prossimo, l’essere vicino, il creare relazioni, l’essere pieno di misericordia, il farsi prossimo, vicino a chi si trova nel bisogno disperato.parabola buon samaritano

Gesù non permette all’ascoltatore di fermarsi al primo significato, ad una semplice teoria, ad un concetto che rimane astratto ma lo proietta nella completezza: «Chi di questi tre ti pare che sia stato prossimo per colui che si era imbattuto nei ladroni?». Non ci devono essere barriere di nessun tipo tra le persone, non c’è divisione, c’è solamente reale prossimità, misericordia, il farsi realmente vicino all’altro, che è qualsiasi uomo in difficoltà. In questo caso, la risposta è certa: «Chi ha avuto compassione di lui».

Fare discernimento è fondamentale, l’invito ad agire come il samaritano è rivolto a tutti: «Gesù gli disse: «va’ e anche tu fa’ così». C’è un “tu” che sottolinea l’importanza di ogni singolo, davanti all’imperativo: ciascuno può mostrare che l’amore che si manifesta – quando è concreto – è la condizione per la vita eterna. Gesù si pone nella prospettiva del legista, ma alla domanda su chi sia il prossimo ne rovescia la logica della risposta, infatti quelli che sono considerati secondo la casistica dell’epoca “prossimo”, alla fine si comportano come “non prossimi”, al contrario quelli che si è soliti chiamare non prossimi, alla fine realmente fanno capire cosa voglia significare esserlo.

Con questa parabola è chiaro il comportamento di Dio, il suo amore, nella proclamazione della vicinanza del Regno che è giunto con Gesù, che ha infinita misericordia, amore incommensurabile, per gli uomini peccatori.

Tutti siamo chiamati a mettere in pratica l’amore che ha dimostrato il samaritano, a seguire quello che per Gesù è più di un consiglio, più di un invito, partendo da me, “vai e fai come lui”!  

 

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