macondo

Divagazioni estive dalla Calabria assolata.
Questo è il terzo pezzo che pubblico su LetterMagazine scritto dal mio rifugio preferito nella seconda parte di agosto. Spero, soprattutto per me, che altri ne seguiranno.
Quello dell’anno scorso si intitolava Ella Fitzgerald e la paura della morte (potete andarlo a rileggere se volete, non era male e poi convenite che ha un bel titolo intrigante), il titolo del primo non me lo ricordo e qua la connessione Internet è un problema.
Due parole sul posto dal quale scrivo. Sono in un agriturismo che si chiama Santacinnara, dal nome della località che corrisponde a Santa Cenere (se fate un salto su Google trovate il sito) nel comune di Soveria Simeri vicino a Catanzaro. Colline dolcissime, a pochi passi dallo Ionio splendido e fresco dove trovate una lunga spiaggia che confina con una grande pineta miracolosamente sopravvissuta ai crimini del cemento, poca gente se evitate le ore di punta. Oggi alle 14 per 200 metri da una parte e 200 metri dall’altra non avevo nessuno, nonostante fosse l’ultima domenica d’agosto e poco prima c’era un cavallo immerso nel mare.
Ci vengo da circa dieci anni, ma magica è la baita che occupo da tre anni, è sopra le altre casette, nessun’altra casa vicina… se non voglio vedere nessuno e non voglio essere visto sono nel posto giusto… docce nude all’aperto ogni volta che ho voglia… musica anche di notte, non mi sente nessuno… sono lontano dalle luci discrete dell’agriturismo e quindi se spengo le mie, milioni di stelle che ormai non vediamo quasi mai.
Per le docce, il silenzio e le stelle mi sembra di essere tornato a Ginostra, il lato selvaggio di Stromboli dove ho passato tante estati e dove non vado da decenni perché sono troppo vecchio e troppo fumatore per farmi quelle salite… e poi mai tornare dopo anni di assenza nei posti che hanno avuto un significato importante nella tua vita.
Non cambiamo solo noi, cambiano anche i posti e mai in meglio se ci piacevano tanto.
Questa è un’estate particolare, la mia prima estate da settantenne e noi stupidamente diamo grande importanza ai numeri, avere 70 anni segna una svolta, averne 69 o 71 no.
Ho una fottuta paura delle malattie che ti avviliscono, ti portano dolore e degrado, ma non ho cattivo rapporto con la vecchiaia. La considero naturale, tanti dolorini ogni giorno diversi, affaticarsi a fare cose che prima facevi normalmente… no, la vecchiaia è logica e normale.
Per anni, da ex bello, biondo con gli occhi azzurri, ho detestato gli specchi, poi intorno ai 60 ho scoperto di assomigliare a Hemingway (per uno scrittore assomigliare a Hemingway è importante) e mi sono riconciliato con la mia immagine. Tutto sta nel non cercare, alla mia età, di essere un passabile sessantenne, ma provare a essere, come direbbe Moretti, uno splendido settantenne.
Ed io spero di esserci riuscito. Modestia a parte, naturalmente.
Anche qua il mio tempo per la maggior parte è diviso tra la lettura e la scrittura. Continuare, cercando di avanzare verso la fine, il romanzo su cui lavoro, nuovo record, da un anno e 6 mesi e naturalmente leggere.
Ho portato con me, oltre ad altri libri, Cent’anni di solitudine per rileggerlo non so bene se per la quarta o la quinta volta.
Per la prima volta l’ho letto d’estate proprio a Ginostra, succursale eoliana di Macondo, scendevo a mare con una borsa con dentro il libro e il transistor per non perdermi Alto gradimento alla radio.
Ho considerato l’opera di Marquez come una Bibbia dal giorno che stavo leggendo su un canottino chiamato La sindrome (che usavamo pure per fare pesca subacquea sotto la Sciara, usando come muta una maglietta) poco fuori dal porto di Ginostra, il porto più piccolo del mondo. Stavo leggendo le pagine in cui un forestiero spia da un buco nel tetto Remedios la bella mentre si fa il bagno e poi tegole marce si schiantarono in uno strepito di sciagura e l’uomo precipita nella stanza da bagno e muore.
Ecco, arrivato alle righe che descrivono il crollo, davanti ai miei occhi è franato a mare un costone della montagna con grande fragore. Da allora spesso aprivamo una pagina a caso la mattina per trarre auspici sulla giornata.
Rileggere Cent’anni di solitudine in campagna su una lounge chair all’ombra di un ulivo calabrese, guardando la vallata di fronte con le pecore che cercano il fresco sotto un albero solitario… invidiatemi pure, voi cittadini di Macondo, che mi capite!
Sto scrivendo un romanzo sul ritorno di Ulisse da Troia e lo sto scrivendo in prima persona, è Ulisse che racconta quello che fa e quello che vede. Questo mi ha permesso di evitare tutte le pagine noiose dell’Odissea.
È il terzo romanzo di seguito che sto scrivendo in prima persona e vi assicuro che scrivere in prima persona, senza contare quelli che scrivono di se stessi, è impresa difficile ma affascinante.
Se non racconti in terza persona, soluzione che ti permette di mantenere le giuste distanze dalla storia che scrivi, ma racconti, invece, dal punto di vista di un altro, se vuoi fare un buon lavoro, almeno in parte devi diventare quell’altro.
Nel primo romanzo è stato relativamente facile per me, l’io narrante era un gatto rosso.
Ma non immaginatevi un racconto per bambini, La vendetta, questo è il suo titolo, è un vero noir con sangue, delitti e complotti. E questi crimini non si svolgono certamente nel mondo degli animali.
È ambientato in un paesino della Sicilia nel primo dopoguerra.
È stato facile perché io sono anche un gatto.
E ho avuto e ho da tanti anni tanti gatti.
Dico tanti perché averne uno solo non aiuta a capire la mentalità dei gatti ma quella del tuo gatto. I gatti sono talmente diversi in molte cose l’uno dall’altro.
Scrivendo La vendetta dovevo descrivere fatti che accadevano agli umani e vederli come li avrebbe visti un gatto.
Per farlo per mesi ho dovuto essere, quando scrivevo e quando pensavo a cosa scrivere, cioè quasi sempre, un gatto.
E credo di esserci riuscito, La vendetta è molto originale e non è niente male, così mi hanno detto i miei lettori abituali, anzi un paio mi hanno detto che è un gioiellino, ma sono amanti dei gatti… e poi io sono modesto per natura e quindi non vi cito il loro parere. Niente male, basta.
È ancora inedito e non ho nessuna fretta di pubblicarlo.
Il mio agente lo aveva mandato incautamente a una casa specializzata in storie di animali, e non penso proprio che quella fosse la sua destinazione giusta e gli hanno risposto che il romanzo poteva andare con qualche modifica perché c’erano pochi dialoghi… pochi dialoghi? In una storia narrata da un gatto? Quali dialoghi?
Poi è arrivato Senza nome, il romanzo che uscirà tra qualche mese.
E stavolta tutto era più difficile. Il protagonista è un bravo killer a pagamento. Ed io non sono bravo e non sono un killer.
Però almeno in parte dovevo pensare come il protagonista del mio romanzo che racconta la sua storia dalla sua nascita, figlio illegittimo di una contadina, in un piccolo paese del Sud. Pronto a una vita normale da manovale o da bracciante. Ma un giorno, quando ha 19 anni, un avvenimento cambia per sempre la sua vita e lo porta lontano.
Ma il mio personaggio (non posso citarlo per nome, il suo nome nel romanzo non viene mai detto) non si sogna nemmeno di diventare una persona che uccide altre persone, assassino lo diventerà la prima volta per vendicare la morte inutile della sola persona a cui in quel momento vuole bene. E pensa che sia finita là. Ma sarà di nuovo costretto a uccidere per difendersi. Ma anche questa volta si ripromette di non uccidere più. Ma sangue chiama sangue e presto, chiamato a decidere che cosa fare della sua vità si rende conto che l’unica cosa che sa fare bene è uccidere. Senza piacere e rendendosi conto di commettere un crimine. Ma lo sa fare bene e quindi continua a farlo, è la strada più facile, facendosi pagare molto. Entrare in questo personaggio e pensare come lui non è stato facile per me, ma è stata comunque un’esperienza affascinante e intrigante (io adoro tutto ciò che è intrigante).
Ho fatto narrare al mio personaggio tutta la sua vita fino al momento in cui decide di ritirarsi dagli affari.
La seconda parte del romanzo che narra quello che succede dopo è in terza persona. Nuovi personaggi entrano in scena e hanno diritto con i loro pensieri allo spazio che solo la narrazione in terza persona può garantire.
Prima di cominciare a scrivere Senza nome ci ho pensato sopra un paio di mesi, non perché avessi dei dubbi sull’opportunità di scriverlo, la storia mi affascinava, ma perché gli eventi che volevo descrivere sono spesso mutati. Credo di aver rifatto la scaletta almeno cinque volte.
Mia moglie e un paio di amici dicono che è la cosa migliore che ho scritto finora e io sono d’accordo con loro.
L’ho mandato alla Sellerio e mi hanno chiesto di non venderlo per alcuni mesi a un altro editore perché erano interessati. Poi non si son fatti sentire ed io non li ho chiamati. Sono fatto così. Uscirà presto per Nuova Ipsa Editore che l’ha avuto per le mani per un caso e si è dichiarato subito interessato.
Il romanzo che sto scrivendo adesso, come vi ho detto ispirato all’Odissea, si intitola al momento Il mio nome è Odisseo.
Quindi stavolta nel narrare dovevo essere Odisseo, o Ulisse come diciamo più comunemente.
Anche questo tutt’altro che facile.
Ma in fondo se ci si pensa sopra, Odisseo è un personaggio di Omero e probabilmente non è mai esistito.
Quindi mi son preso tutte le libertà possibili. Ho creato il mio Odisseo come pensavo dovesse essere e poi gli ho fatto raccontare le sue avventure, perché è un romanzo di straordinarie avventure quello che sto scrivendo.
Il mio Odisseo mette in chiaro quale è il suo carattere fin dal primo capitolo, come se fosse un’introduzione e il suo comportamento successivo è conseguente alle premesse iniziali.
Sì, ripensandoci forse è il più facile da scrivere in prima persona dei tre. E allora come mai ci lavoro da una vita?
Pensate che per essere meglio Odisseo, mi son fatto crescere la barba e i capelli lunghi, molto più lunghi di quanto li avessi prima, pensando che il mio eroe, escluse le parentesi con Circe e Calipso, non aveva di certo molto tempo per tagliarseli.
Solo che c’è un problema. Odisseo alla fine della guerra di Troia dovrebbe avere secondo me circa 35 anni e 45 anni quando ritorna a Itaca. Quindi un uomo nel pieno della sua maturità. Mentre io sono bianco di barba e capelli.
Così qualche giorno fa guardandomi allo specchio non ho visto l’immagine di Odisseo che speravo di vedere.
La superficie lucida mi ha rimandato il volto del suo mortale nemico, il dio Poseidone, che mi sorrideva beffardamente.

 


Si ringrazia per l’editing Benedetta Volontè.

Latest posts by Giovanni Merenda (see all)

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Time limit is exhausted. Please reload CAPTCHA.