di Margherita Merone

 

tempesta sedata

 

Tra i tanti miracoli fatti da Gesù quello che da piccola mi affascinava di più era quello sulla natura. Che Gesù riuscisse a fare una cosa simile mi lasciava sorpresa, più facilmente comprendevo un prodigio fatto verso una persona, meno sulla creazione.

Il passo della tempesta calmata (Lc 8, 22-25) era, pertanto, il mio preferito. Continuamente mi domandavo cosa voleva dire Gesù. Il brano inizia che Egli monta sulla barca insieme ai suoi discepoli, subito dopo prendono il largo e fin qui tutto procede bene, tanto che Gesù, probabilmente stanco dopo un’intera giornata passata in giro a predicare, si addormenta; durante la navigazione, però, si abbatte sul lago un forte vento. I discepoli sono spaventati, si sentono in pericolo, svegliano Gesù che seguita a riposare tranquillo, ma quando sente: «Maestro, maestro, siamo perduti!», si sveglia, minaccia il vento, le onde e subito sopraggiunge la bonaccia. Prima quindi risolve la questione spinosa, poi si rivolge ai discepoli con un solenne rimprovero: «Dov’è la vostra fede?»; intanto i discepoli stupiti di fronte a tanta potenza in un uomo, si chiedono: «Chi è dunque costui che comanda anche ai venti e all’acqua e gli obbediscono?».

Subito c’è da dire che Israele non è un popolo di marinai, per di più il lago, comunque il mare, in particolar modo quando è agitato, suscita l’idea di grande potenza, qualcosa di ostile, di difficile da dominare. Al contrario degli altri popoli che tendono a divinizzarlo, gli ebrei considerano il mare qualcosa che fa parte della creazione di Dio, con un suo posto preciso e suoi limiti: Lui solo può dominarlo. La tempesta sedata è, dunque, un miracolo sulla natura, certamente difficile da accettare per l’uomo razionalista.

Gesù prende l’iniziativa, i discepoli obbediscono, lo seguono. Ha in mente qualcosa, questa gita non è casuale. Gesù, sovrano assoluto sulla natura, si addormenta. Il contrasto tra Gesù che riposa sereno e il terrore che investe i discepoli, è evidente. Sono loro il soggetto dei verbi, navigano, imbarcanotempesta acqua, sono in pericolo. Lo chiamano con insistenza, maestro, maestro, la paura di morire è tanta, tutto ciò è naturale. Sanno che si possono rivolgere a lui, in ogni momento, in ogni circostanza, quando c’è un pericolo è lui che si deve cercare. Gesù può restituirci quella calma, quella serenità, di più, la pace di Dio, l’armonia della creazione.

Dov’è la vostra fede? Si capisce ora il motivo della gita in barca, non è stato un capriccio di Gesù, la sua iniziativa cela un intento ben preciso, far provare ai suoi discepoli un’esperienza di fede attraverso l’esperienza della prova, devono cioè rinforzare la fiducia nel Signore in vista della loro missione futura. Il tema è l’educazione alla fede. Nel pericolo i discepoli sono chiamati a fidarsi ciecamente del loro maestro, a mostrare una fede incrollabile, e la paura va subito annientata. Non possono vivere una fede incerta, piccola, instabile, è fondamentale che poggi su un fondamento solido, su Gesù, il loro maestro che, anche se dorme, è presente, vigile, attento, protegge chi lo segue. Siamo perduti, gridano i discepoli, periamo, verbo che sottintende qualsiasi pericolo fisico e spirituale che i cristiani devono affrontare durante tutta la vita. Così l’appello al maestro diventa preghiera. Mai infatti si deve pensare che Egli si allontani da noi o, peggio, che ci lasci affrontare da soli le circostanze avverse della vita. Nel momento della prova è a Lui che ci dobbiamo rivolgere e qualsiasi pericolo è distrutto. Gesù ha la sovranità su tutto, la fede è necessaria.

Alla fine del brano c’è una domanda cristologica precisa, ci si chiede chi sia, perché un uomo non può fare una cosa simile, l’unica spiegazione è che si trovano davanti ad un intervento divino. Gesù mostra di avere la stessa sovranità di Dio. La sorpresa dei discepoli è comprensibile.

C’è poi un’altra finalità nel viaggio. I discepoli compiono un viaggio missionario, dato che si dirigono verso “l’altra riva del lago”, ossia verso una terra pagana. La cosa è particolarmente interessante e significativa, perché è l’unica volta, nel terzo vangelo, che Gesù è diretto in terra pagana.

Il viaggio è paradigmatico, anticipa e soprattutto incoraggia la missione degli apostoli che l’evangelista narrerà nel libro degli Atti degli apostoli. Chi va in missione non può permettersi incertezze, deve avere una fede incrollabile.

Facile a questo punto comprendere cosa si celi nel racconto e la sua importanza. La tempesta prefigura le persecuzioni, tutti gli ostacoli, i disagi, gli inconvenienti, le preoccupazioni che i missionari e la comunità dovranno affrontare a causa della Parola e che potranno superare, vincere solo con una fiducia totale in Gesù risorto. L’evangelista punta l’attenzione, non tanto sulla barca, quanto su chi sta sopra, le persone che sono la Chiesa e tutti quelli che, come i discepoli, si mettono alla sequela del vangelo, con l’intenzione di proclamarlo a tutte le creature.

Che poi ci si diriga verso una terra pagana o si rimanga nei pressi della propria casa non è importante, anzi si deve cominciare da chi è prossimo e non conosce la via della serenità, della pace, che si realizza solamente rimanendo accanto a Gesù, che è morto ma è risorto e fino alla fine sarà sempre con noi.

Dov’è la nostra fede? Dove poggia? Di fronte alla gravità di un pericolo, ad un’angoscia che ci tormenta, ad un dolore che supera la soglia di sopportazione, ad una persecuzione fisica o psicologica che sia, in tutte le tempeste che ci pioveranno addosso nel corso della vita, va provata la nostra fede, confermandola nella potenza divina di Gesù.

Lo ha detto chiaramente: «Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Mt 28, 20).

 

tempesta e Gesù

 

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