di Giuseppe Vera

 

Napul’è n’ammesca ‘e colori

N’ammesca d’allucch di gioia e paura,

ca t’accumpagnano pe tutt’a jurnata.

 

I bassi di Napoli sono un paesotto nella città. Se devi andarci a vivere, appena arrivato, tutti sono informati sul tuo conto, sanno da dove vieni, che cosa sei venuto a fare, qual è l’abitazione che occuperai e chi è il tuo “locatore in nero”. Sei del quartiere, sei “protetto”, è difficile che ti accada qualcosa di spiacevole; se per sbaglio ti dovesse succedere, sanno già come rimediare, per questo hanno un’ottima organizzazione!
Così arrivi al punto che tutto quello che prima guardavi con apprensione, diventa normalità. Diventa normale sapere che sotto il tuo palazzo c’è Totore, un bambino di otto anni, che parla come un uomo, perché è già un uomo; che la mamma, per non farlo crescere per strada e per fargli “portare a casa qualche soldo”, lo manda a lavorare in un laboratorio di San Gregorio. È normale anche che Mena ti apra le porte a qualsiasi ora della notte per venderti prodotti alimentari e bevande di ogni genere, oltre alle immancabili sigarette.
Tutto diventa normale, anche il buio della notte, interrotto di tanto in tanto dalle luci fioche appese ai fili, che illuminano le stradine sempre attraversate da qualcuno, perché a Napoli non sei mai solo, neanche nelle ore più impensate. Così, rientrando a casa, potresti trovare davanti al portone un tossico che ti aspetta per farsi comprare la dose o un amico che ti chiede di ospitarlo per quella notte. L’immondizia raramente trasborda appena dai cassonetti, normalmente devi camminarci in mezzo, respirandone il cattivo odore; di notte, poi, la incendiano.
Napoli è sempre stata così, colorata e rumorosa, bella e brutta, inferno e paradiso, gioia e dolore, creazione e distruzione!

Mi diverte sfiorare chi ha un altro modo di muoversi, di pensare, di sopravvivere, di organizzarsi: si fanno il segno della croce prima di azzardare uno scippo o una rapina, si stringono la mano per suggellare un patto che nessun giudice, nessun vescovo potrà mai sciogliere, chiamano tutti ‘signurì’ per connotare chi è fuori dal loro rione… Eppure si rischia a percorrere Spaccanapoli, con il brivido addosso per qualche sorpresa incombente, magari durante la trattativa per una stecca di sigarette o durante l’inseguimento della polizia ostacolato in tutti i modi dalle donne che ritirano lentamente le quattro cianfrusaglie in bella mostra su uno scatolone a mo’ di bancarella…

Quarant’anni fa mio padre mi costringeva a percorrere a passo lesto il tratto che va da Forcella a P.za Dante.
– Non ti fermare per nessuna ragione, non rispondere a nessuno e tieni le mani in tasca che ti fregano la carta d’identità.
Mi diceva questo, memore del fatto che la volta precedente, per soffermarsi a dare spiegazioni a un giovane tra la folla della Maddalena, si era ritrovato senza portafogli, fatto cadere a terra con un abile taglio della giacca in direzione della tasca interna.
– E non guardare quelle donne davanti al portone, che poi dovrai confessarti. Approssimative e grossolane, si presentavano con la pancia grossa, i capelli corvini e le sopracciglia marcate dalla matita scura; erano state buttate sulla strada dalle case d’appuntamento e mi chiedevo come potessero essere desiderate dai clienti. Oggi i gruppetti di prostitute hanno cambiato costituzione: esili, latte/caffè del Brasile, nero Africa e biondo/pallido dell’est Europa.

I veri artisti di Forcella erano i confezionatori di pacchi, quelli che dovevano costruire l’involucro giusto per un giradischi, per una macchina fotografica o per una radio.
Giungevi a Forcella con in testa il modello da comprare a costo ridottissimo e l’opportunità ti si presentava subito, appena superavi la bancarella del pesce e quella della frutta: ti si accostava un ragazzo e ti chiedeva di cosa avessi bisogno.
– Un Pionier per la macchina.
– Sei fortunato, vieni con me.
E lo seguivi nel vicoletto a sinistra, con una strettoia da far paura, con le lenzuola che calavano dalle finestre, con il viavai di facce strane, fino a quando avevi tra le mani l’oggetto richiesto. Trattavi il prezzo, ottenevi lo sconto desiderato e alla fine scambiavi le lire con il pacco preparato da un complice. Scappavi, non bisognava lasciarsi beccare dalla polizia; solo a casa scoprivi di aver pagato centomila lire un mattone avvolto in carta da imballaggio: da vergognarsi, da non raccontare a nessuno, da meritare per l’imprudenza, per aver tentato di fregare lo stato.

Gli extracomunitari non potevano sostare tra i vicoli, niente banchetti per loro, nessun commercio abusivo. Il loro posto doveva essere ai margini dei bassi, lungo la strada che dai quattro palazzi sale fino al Duomo. Borse firmate, dischi, cappellini, chincaglieria, senza concorrenza e senza calche di clienti; bisognava avere sempre gli occhi aperti, i vigili urbani potevano essere in agguato. Allora meglio esporre la merce su grossi foulard, in modo da nascondere tutto unendo i quattro angoli… ma guai ad attardarsi con qualche cliente: i vigili sopraggiungevano all’improvviso e facevano volare con calcioni spiritosi le poche cose in esposizione; e loro, i negri atletici e dimessi, si disponevano anche a ricevere qualche randellata pur di non essere accompagnati al commissariato, dove avrebbero dovuto fare i nomi dei loro fornitori, pena il rimpatrio immediato. I vigili da parte loro sapevano che stavano essi stessi recitando una farsa, perché fossero soddisfatti i passanti, tutti i passanti, da quelli che covavano forme ataviche di razzismo a quelli che sognavano una società in cui la norma fosse al di sopra di tutti, a coloro che credevano che questo fosse il sistema per far pagare le tasse a tutti; perfino i cattolici avevano la possibilità di provare almeno per una volta il sentimento di pietà per i deboli di fronte ai prepotenti.

I ragazzini dei bassi si organizzavano per la domenica sulla neve a Roccaraso. Il boss li faceva salire alle sette del mattino sui pullman da lui stesso noleggiati e raccomandava di comportarsi secondo la legge del quartiere: ogni occasione doveva diventare esercizio di abilità. Così quando il pullman si fermava alla prima stazione di servizio della regione vicina, l’autista, prima di far scendere, si preoccupava di avvisare il barista che stava per avere a che fare con i terribili ladruncoli dei bassi napoletani, che doveva tenere gli occhi ben aperti.
Poi si scopriva che la preoccupazione dell’autista non riguardava i furtarelli dei ragazzini, ma le buste di patatine fritte rubate, che finivano inesorabilmente sui sedili e sulla moquette della corriera. A sera, al rientro nei bassi, veniva proclamato il vincitore della gara dei furti; generalmente si trattava del ragazzino che portava più bustine di patatine rispetto agli altri compagni. Dopo tre vittorie poteva essere avviato allo spaccio o allo scippo.

Passano gli anni e nel ventre di Napoli si sente sempre l’odore dei panni stesi, quell’odore che quando cammini stranamente ti rasserena, che porti con te anche quando vai via dalla città. La confusione regna sempre: i motorini sfrecciano su e giù e ogni volta che li senti ti giri d’istinto e stringi forte la borsa vuota; le mamme urlano mentre chiamano i figli; i negozianti richiamano l’attenzione dei passanti con frasi originali e salutano i conoscenti con buffi soprannomi; una porta aperta permette di apprezzare l’abilità di una donna che lava il pavimento con secchiate d’acqua, arte appresa dal marito carcerato a Poggioreale…

Mi viene in mente il Candelaio; il tempo scorre altrove, qui nulla cambia, i napoletani lo sanno e svolgono con rassegnazione il ruolo di anomali viandanti nei luoghi in cui la natura ha prodotto il meglio di sé.

 

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15 thoughts on “Mena, Totore e gli altri

  1. Spett. Prof,

    con estrema curiosità ho cliccato su questo link per leggere cosa ci fosse scritto della mia città ed ho provato con lei a ripercorrere i vari momenti descritti…..bhe, a differenza deglialtri “commentatori” non posso dire di essere rimasta piacevolmente impressionata o colpita:ogni riga di questo scritto ha provocato in me una tristezza di volta in volta più profonda.Chissà, forse perchè so che la realtà napoletana è fatta anche di questo o forse perchè mi è sembrato di leggere una vena troppo critica in queste righe, quasi come a voler far risaltare solo il marcio di una città che non riesce a trovare una via d’uscita, di una città che combatte da secoli per sopravvivere, una città che il vero sole lo vede soltanto nelle riproduzioni (volgarmente dette “cartoline”). Stamattina ho attraversato quasi tutti i vicoli dei quartieri spagnoli per arrivare in via Toledo (le strade ormai sono tutte a traffico limitato)e ho sorriso guardando quei balconi che quasi si danno la mano, quelle donne fuori agli usci (chiuse nei loro vestitini colorati e con le pinze in testa)estremamente affaccendate,la biancheria stesa che faceva odore di buono, bandiere della squadra del cuore appese fuori ai balconi,bambini che gridavano e ragazzi in motorino contromano…corni porta fortuna rossi e pulcinella di ceramica in ogni dove….sì,sorridevo prof. perchè pensavo che in quei vicoletti si conserva l’anima del napoletano, quello che si arrangia, quello che non si arrende e che lotta col sorriso sulle labbra, sorriso di uomo che sa che chi vive in questa città è costretto a sopravvivere, costretto a compromessi più o meno favorevoli….sì,Napoli è questo,ma è anche molto di più..

    1. Qui non si tratta solo di impressioni positive o negative, dato che esiste il problema Napoli; si riproducono qui le contraddizioni dalle quali prendono ossigeno i fatti che si succedono e alimentano l’etichetta indelebile di città che si arrangia, che fa del sommerso e dell’illecito sistema e virtù tipicamente meridionale; ma si propone come luogo bellissimo di cui, però, non bisogna capire niente.

      Questo produce tristezza e risentimento e si è portati a far emegere come qualità preminente la bellezza del luogo e dei suoi tesori.

      Sappiamo tutti, però, che Napoli è un vero laboratorio di idee e di creatività, forse utili più alla Nazione che alla città stessa e credo che il problema di fondo sia quello di garantire la libertà proprio a quegli intellettuali che si sentono schiacciati, forse solo condizionati, che si tengono fuori per garantirsi la sopravvivenza negli spazi faticosamente conquistati.

  2. Quando in cielo la luna è talmente vicina che ci puoi parlare, mi viene in mente l’imprecazione che uscì spontanea la sera in cui mi resi conto che certe emozioni si provano poche volte nella vita; bisogna star sempre lì attenti a non lasciarsele scivolare addosso.

  3. La odio perchè mi fa tremare, l’amo perchè mi commuove, mi stupisce, scopro un’manità diversa da quella confezionata dai media.

  4. Tornaci pure, Antonella, ti assicuro che ogni bagno nelle strade di Napoli ti consente di scoprire qualcosa di nuovo. E’ un tesoro inesauribile.

  5. La natura le ha dato tanto, ma l’uomo sembra quasi condannato a perseverare in comportamenti che mettono a rischio la stessa sopravvivenza della città.

  6. E’ vero, si piange due volte…
    E’ il caos, forse, che spinge a tornarci, anche se hai avuto fregature; sono il commercio invisibile e i modi di relazionarsi della gente del posto che ti fanno stare in guardia e ti attirano… impianti una sfida quando cerchi di scavare più a fondo.

  7. Sono stata a Napoli poche volte e sempre di fretta, ma è così!!!una realtà con Mena Totore e gli altri grazie di avermi fatto ricordare………”se vai a Napoli piangi 2 volte,sia quando arrivi sia quando te ne vai”
    Complimenti e a presto con il prossimo libro o articolo.!?!?!?!

  8. la tua descrizione è una finestra aperta sulla realtà e da essa entra il profumo della nostra bella Napoli. Complimenti Prof!!

  9. La tua descrizione è una finestra aperta sulla resltà e da essa entra il profumo della nostra bella Napoli. Complimenti Prof!!

  10. Ogni dettaglio, ogni piccolo particolare, dagli odori ai rumori, dai suoni ai colori, tutto ciò che popola la variopinta e folcloristica realtà napoletana, viene accuratamente e sapientemente descritto, con la manifesta capacità di rendere “magiche” e “banali” dinamiche sociali complesse e soprattutto, sotto certi aspetti, preoccupanti..
    E sì.. questa è Napoli: un microcosmo fatto di sue regole, suoi usi, sue tradizioni, una realtà che non accetta modifiche, che non vuole correggersi , che non si piega alle leggi dello Stato…
    Ed è proprio nella sua fiera ed orgogliosa diversità ed autarchia che risiede il fascino di una città simbolo di un vero e proprio modus vivendi..

  11. <>.
    La canzone dice tutto! Compare Giuseppe, ci stupisci ogni giorno di più. Una sì doviziosa descrizione non poteva che scaturire da un ingegno come il tuo; sei una persona straordinaria e il tempo e la distanza di certo non hanno scalfito la mia ammirazione verso di te. Baci e W Napoli!
    Mimmo

  12. Ho ripercorso con te, Peppino, un tragitto di emozioni. Si può percorrere il mondo intero, Napoli, signora e prostituta, è lì. E il mondo, a sua volta, si stempera nelle viscere della bella Napoli. Questo mi dice il tuo racconto. Grazie e continua a scriverne!

  13. “Napule è mille culure”recita una famosa canzone di Pino Daniele.Chi ha visitato questa città così variopinta,ne rimane comunque innamorato.Vi ho trascorso una notte e un giorno con mio padre.Avevo solo ventanni e non ne conservo un bel ricordo.Abbiamo pure bisticciato perchè temevo che ci perdessimo.
    Credo proprio che prima o poi dovrò tornarci,visto che mio figlio ha la ragazza napoletana doc.Alcune cose che lei mi ha raccontato della sua città,le ritrovo in questo tuo bellissimo articolo dal quale mi sembra capire che ami Napoli nel cui ventre,la vita scorre come quaranta anni fa.Complimenti Giuseppe.Spero di leggerti ancora in questa rivista che seguo puntualmente.

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