di Beatrice Nefertiti

 

 

 

 

 

 

 

 

L’inferno in cui mi guadagno da vivere è luogo di pianto e stridor di denti, ma anche di riflessioni sugli aspetti peggiori della natura umana. Un antropologo, o meglio un criminologo, troverebbe materia per i suoi studi.

La specie che vorrei presentarvi oggi è quella del “non è per i soldi ma per il principio”. Tipicamente ha origine tra gli ex contestatori degli anni ’60 e ’70, in particolare tra i vecchi sessantottini di stampo integralista e talebano, i “duri e puri” del tazebao. Alla faccia dei loro vecchi slogan, molti di loro si sono annidati nelle posizioni di potere come topi nel formaggio, e hanno fatto anche carriera. Ho avuto l’onore di lavorare con due di questi esemplari, il Porro e l’Avvoltoio.

Dell’Avvoltoio ho già avuto il piacere di parlare, è uno dei capiufficio più efficienti e più amati dalla direzione suprema, un essere ripugnante che batte ogni primato di schifezza morale, prepotente con i deboli e viscido con i potenti. Figlio di un pezzo grosso della politica locale, dopo una balda gioventù trascorsa ai cortei con una copia spiegazzata di Lotta Continua sottobraccio (quella del giorno prima, perché era troppo avaro per comprarne una nuova) fu sistemato dal paparino in una solida organizzazione, e da allora decise di importare i suoi sani e inflessibili principi al servizio del totalitarismo, al fine di farlo funzionare in modo ancor più spietato.

Il Porro era una donnetta alta un metro e venti, brutta come un lunedì piovoso e deturpata da una pessima escrescenza vicino al labbro, che nella sua incommensurabile avarizia non si fece mai togliere. Era figlia di un industrialotto locale che aveva fatto i soldi e poi era “fallito” lasciando gli operai sul lastrico, ma aveva conservato ricchezza sufficiente a mantenere nel lusso due famiglie.

Il Porro aveva trascorso la giovinezza tra cortei e bandiere rosse ma quando il vecchio tirò le cuoia, lasciandola erede di una immensa fortuna, si guardò bene dal fare un gesto da compagna e lasciare il posto a un disoccupato. Rimase attaccata alla scrivania come una zecca, usando la sua ricchezza come arma per ricattare. Aveva alleggerito il suo orario di lavoro con tutti gli strumenti possibili, part time e aspettative, ma tacciava di lavativi tutti gli altri che ne usufruivano, e si era scelta da sola il lavoro che più le piaceva, controllare i colleghi. Ho avuto il suo porro dietro la schiena per vent’anni. Il controllo minuzioso dei pensieri, delle parole e delle opere del suo prossimo e la conseguente delazione ai superiori la infiammavano del sacro fuoco della Giovanna d’Arco dedita a salvare i destini della nazione, e non c’è stato svago, diritto o sollievo, pur se piccoli, che siano sfuggiti al suo indice inquisitorio e alla minaccia di farne verificare la legalità dal suo avvocato. A meno che non fosse lei stessa ad usufruirne, naturalmente.

L’Avvoltoio e il Porro erano amici, avevano in comune il passato “di lotta” e dall’alto della loro inflessibilità e purezza fustigavano costumi a tutto spiano e si davano man forte a vicenda nell’arte del controllo a distanza e della delazione, ricavandone ampi benefici di carriera, ma naturalmente non lo facevano per i soldi, bensì per il principio. I due compagni non erano nemmeno iscritti al sindacato, ma guai a ventilare l’ipotesi che fosse per risparmiare la trattenuta mensile sullo stipendio. Giammai. I sindacati non erano mai abbastanza duri e puri per loro.

I nostri inflessibili Robespierre esercitavano la loro attività di controllo e di delazione con una selezione oculata: tutti i dipendenti erano uguali, ma alcuni erano più uguali degli altri. Per esempio i precari, quei poveri ragazzi senza diritti, gli anelli deboli della catena del cesso: non credo che fosse loro permesso di respirare più di due volte l’ora. Oppure i cani sciolti figli di operai, come me, quelli che non conoscevano nessuno, non contavano niente, e non facevano temere rappresaglie.

Un giorno il Porro portò in ufficio una foto degli anni ’70 in cui comparivano lei e il compagno Avvoltoio ad una manifestazione, col bravo pugnetto alzato e la bella bandiera al vento. Commossi, mostravano i vicini di corteo, che guarda caso erano diventati tutti pezzi grossi di enti o aziende parastatali.

Naturalmente non perché erano pargoli di famiglie benestanti, collocati in ottime posizioni dirigenziali dopo la febbre contestataria… no, guai a pensarlo. Perché l’impegno e il rigore morale pagano, cosa credete voi?

Il Porro è andata in pensione l’anno scorso, e credo che non si stia godendo i soldi che il fallimento di papà portò via agli operai. Ci pensa il suo adorato figliolo, nipote di cotanto nonno, a spenderli fino all’ultimo euro.

L’Avvoltoio è rimasto orfano della sua unica compagna, e non ha più trovato nessuno che gli portasse un caffè dalla macchinetta senza averci prima sputato dentro. Tra un mese va in pensione anche lui, ed è un uomo distrutto, fuori dalle miniere di Golconda non sarà più nessuno. Dovrà stare a casa con la moglie, falciare il prato della villetta a schiera, e in breve sarà sostituito da un altro capetto più giovane, più efficiente e ancora più spietato.

Così è la vita, non c’è riconoscenza per le coscienze dure e pure… Ma posso dire che non mi fa pena?

 


Editing by G.M. (l’occhio che uccide)

 

 

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One thought on “Non per soldi ma per denaro

  1. Oh, giusto un’informativa per gli avvocati del Porro. Ogni riferimento a persone cose o fatti realmente accaduti è puramente casuale 😉

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