di Beatrice Nefertiti


Nell’inferno in cui mi guadagno da vivere ho compreso appieno il concetto di “banalità del male”. Nella teoria, nella pratica, e con esempi.
La varia “umanità” con cui mi trovo a dover condividere gli spazi mostra la gamma completa delle abiezioni e dello squallore della nostra specie, e ogni giorno, se credessi in un dio, mi verrebbe da pregarlo di estinguerci.

Alcuni anni fa venne assunto un ragazzo un po’ diverso dagli altri. Alberto mi colpì in primo luogo perché era molto bello. Ebbene, sono una donna, anche se anziana e miope, e non potevo non notarlo. In seguito, mi accorsi che era gentile, bene educato, riservato, e amava la musica.

Per “musica” intendo alcuni generi che dentro al nostro inferno non sono considerati nemmeno legali: il jazz, il rock degli anni Settanta, i gruppi del periodo punk. Siccome anch’io sono una musicofila, abbiamo cominciato a scambiarci dischi, quasi clandestinamente. Poi ho scoperto che lui si faceva anche centinaia di chilometri per andare a vedere i più bei concerti rock e jazz in circolazione, e conservava i biglietti. Abbiamo fotografato le rispettive collezioni, la mia era da museo perché conteneva cimeli degli anni ’70 e ’80, ma non c’è niente da invidiare alla vecchiaia.

 

Ricordo un lunedì in cui arrivai al lavoro furibonda perché il sabato sera ero andata al Cassero a Bologna con le mie amiche e mi ero beccata un multone orribile per divieto di sosta pluriaggravato. Per chi non è della zona, il Cassero era un locale gay che negli anni ’90 andava molto, anche solo per bere qualcosa.

Non era mia abitudine raccontare ai colleghi come passavo le serate, mi ero sfogata con Alberto semplicemente perché lui mi aveva detto che andava spesso a Bologna, ed ero veramente incavolata con i vigili. Lui mi guardò con occhi stupefatti e sospettosi: nel mio quasi autismo, non pensai nemmeno per un attimo alla connotazione del locale, ma solo che fosse meravigliato della somma idiozia di parcheggiare in via Saragozza, famigerata per le multe. Col tempo, ho capito che aveva creduto che io gli avessi voluto giocare un tiro per farlo uscire allo scoperto.

 

Il tempo passava penosamente come sempre. Tutti e due eravamo creature riservate, schive e silenziose, e potevano passare settimane prima che ci rivolgessimo la parola. Ci scambiavamo sottovoce il titolo di un film da vedere, un nuovo CD, le date di un concerto, la meta di un viaggio. Il resto del nostro tempo era dedicato a mimetizzarci e a difenderci.

 

Furono le donne le prime a metterlo alla berlina. Alberto era bello, giovane e riservato. Non faceva lo scemo con le ragazze, non raccoglieva nemmeno le loro battute pesanti. Ogni tanto qualcuna di loro mi chiedeva maliziosamente “Oh, tu che lo conosci, non sarà mica finocchio?”. A me veniva naturale pensare “Piuttosto che toccare una chiattona come te…” ma ovviamente non lo potevo dire e rispondevo con i miei soliti modi urbani, alzando le spalle. Non ho l’abitudine di sprecare parole con questa sottospecie malriuscita, e non ho nemmeno l’abitudine di pormi il problema di chi scopa con chi.

A farmi prendere atto della persecuzione di cui era diventato oggetto fu il suo capufficio. Questo essere ripugnante batte ogni primato di schifezza morale anche in un inferno come il nostro. Confidenzialmente io lo chiamo L’Avvoltoio. Prepotente con i deboli e viscido con i potenti, la mattina arriva un’ora prima degli altri per ispezionare le loro scrivanie e le cronologie dei loro PC, e trascorre la giornata come un avvoltoio appollaiato su una discarica, a scrutare coi suoi occhietti malevoli non solo la quantità di lavoro svolto, ma anche l’espressione delle persone, dal suo punto di vista mai abbastanza entusiaste di avere l’onore di lavorare in quell’antro fetido. Marchierebbe a fuoco chi non fa lo straordinario, e considera un peccato mortale andare in ferie. Se una conversazione dura un secondo di troppo, si materializza come un malocchio, col ditino puntato sull’orologio, a sbraitare “Avanti col lavoro!”.

Alberto faceva di tutto per non entrare nelle mire di questa dolce personcina: arrivava puntuale al mattino, non alzava la testa dalla tastiera, non parlava mai. Come me del resto. Ma non era sufficiente. L’Avvoltoio lo ha perseguitato e offeso per anni. In certi lunghi pomeriggi, così eterni da rendere perfettamente l’idea del “Fine pena mai” lo sentivo rivolgergli insulti pesantissimi, trattarlo come una specie di delinquente, accusarlo per colpe mai commesse. Alberto non fiatava.

Normalmente non ho la tendenza a fare il paladino degli oppressi, in quel posto, perché non sono nella posizione per potermelo permettere, sono così malvista che condannerei l’oppresso ad una pena peggiore, ma un giorno lo presi da parte e gli chiesi per quale motivo tollerava di farsi trattare così. Non dicevo di prenderlo a pugni, la rissa in ufficio è punita col licenziamento, ma almeno una risposta a tono, la minaccia di rivolgersi ai sindacati, per quel che contano da noi… Lui scosse la testa e mi disse che non capivo. In effetti, ci ho messo ancora molto tempo a capire che l’Avvoltoio lo stava punendo non per il suo comportamento sul lavoro, che era ineccepibile, ma per la sua vita privata.

Alberto si è mosso in silenzio ed è riuscito ad ottenere un trasferimento a Bologna. In sordina, senza clamore, in modo riservato, come è nella sua natura. Io spero che in una grande città la sua “diversità” passi inosservata così come era passata con me, che in lui apprezzavo la gentilezza, la buona educazione, e i gusti musicali.

L’Avvoltoio è ancora lì, furibondo perché dopo Alberto non gli hanno offerto una nuova vittima da sbranare. E purtroppo anch’io sono ancora lì, a raccontare ad uso e consumo dei posteri come la diversità di ogni tipo dia fastidio all’apparato, che prima o poi la espelle.

 

 

 


Special editing by G.M.

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2 thoughts on “Una piccola storia ignobile

  1. … almeno che sia fonte di ispirazione! Non posso certo paragonarmi al Sommo Poeta, però scrivere dei propri inferni aiuta a sopravvivere. E’ un consiglio che do a tutti: scrivete del vostro inferno, e possibilmente prendetelo per il culo. Funziona!

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