modigliani - nudo adagiantesi

Questa volta parleremo di parole che cambiano… sesso. In verità, per essere precisi, si deve parlare di genere, e vi assicuro che c’è molta confusione!

Lasciate stare il quadro dell’immagine, ma, per la cronaca, sappiate che è un magnifico Modigliani (“Nudo adagiantesi”, se non erro).

Di termini che cambiano genere nel corso del tempo ce ne sarebbero tanti, io ne ho scelti tre: cellofan, gala, guardaroba.

 

IL CELLOFAN O LA CELLOFAN?

Il primo vocabolo che ho scelto di mettere sotto la lente investigativa è Cellofan.

Voi come dite:

  • Il cellofan?
  • La cellofan?

E l’accento dove lo ponete?

  • Cèllofan?
  • Cellofàn?

Ho scoperto che molte persone invece di consultare un vocabolario, vanno su Google e scrivono il termine (o la frase) per vedere se lo stesso motore di ricerca li corregge oppure per affidarsi alla soluzione con più risultati. Facciamo un esempio: ho digitato tra virgolette (in modo che Google cerchi in modo esatto, così come l’ho scritto) “il cellofan” e “la cellofan”.

Ecco i risultati:

  • Il cellofan conta 10.800 pagine.
  • La cellofan ne conta solo 34.

La supremazia è netta, ma possiamo dire che “la maggioranza vince”? Per scoprirlo dobbiamo consultare qualche fonte autorevole come i vocabolari.

  • Grande Dizionario Hoepli: maschile, cèllofan.
  • Garzanti linguistica: maschile, cèllofan, cellofàn.
  • Zingarelli: femminile, cellofàn.
  • Sabatini Coletti: maschile, cèllofan, cellofàn.
  • Enciclopedia Treccani: femminile (dal francese), cèllofan, cellofàn.

Insomma qual è la verità? Per provare a chiarirlo, se mai ci riusciremo (lo so, è inquietante), dobbiamo risalire alle origini e alla sua etimologia. Iniziamo col dire che cellofan è un francesismo e viene da cellophane, composto da “cello” abbreviazione di “cellulosa” e “phanos” termine greco che vuol dire lucido, trasparente; in altre parole: “cellulosa trasparente”. Il cellofan è quindi un materiale inventato proprio dai francesi i quali ne coniarono anche il nome e, di conseguenza, il genere. Per i francesi cellophane è femminile. Quando questo materiale diventò di uso comune anche in Spagna, gli spagnoli non si posero molti dubbi e l’adattarono in la celòfana appunto al femminile. In Italia no… noi no, noi abbiamo dubbi sul sesso, ci confondiamo, lo temiamo… ecco quindi che ne cambiamo il genere e lo pronunciamo al maschile.

Allora qual è il modo giusto? Mi spiace deludervi, ma una risposta definitiva non c’è, o meglio, c’è ma non mi soddisfa pienamente. Volendo considerare la maggioranza, non solo su Google, ma anche nei dizionari italiani, ormai per la maggiore va la definizione di genere maschile; tuttavia, considerando l’origine del termine, esso andrebbe pronunciato al femminile. Ah, ultima cosa: l’accento. In francese si pronuncia “cellofàn”, ma a noi, si sa, il vezzo di mettere l’accento sulla prima sillaba per tutti i vocaboli tronchi in consonante non lo toglie nessuno, e quindi: cèllofan, fèstival, cògnac, questi ultimi due invece dovrebbero essere pronunciati (almeno in origine) come festivàl e cognàc.

 

UN GALA O UNA GALA?

Ecco un altro vocabolo che ultimamente sta cambiando sesso… non sarà una degenerazione della nostra società moderna? Va be’, andiamo avanti; dunque, “una gala di beneficenza” oppure “un gala di beneficenza”?

“Gala” viene dal francese “gale” che si traduce come “allegria, divertimento, festa”. A dire il vero anche i francesi hanno rubacchiato da altre nazioni, cioè dalla Germania, in particolare dal termine “galer” che vuol dire “divertimento” (a questo punto mi chiedo quale sia l’etimologia italiana di “galera”!). Intorno al 1200 (qualcuno dice 1300) in Italia si cominciò a usare il francesismo “la gala”, non solo come sinonimo di festa, questo termine assunse anche altri significati: “nastro”, “trina” (“un abito pieno di gale”), ma anche di sfarzo, lusso, “mettersi in gala”.

Attenzione perché qui avviene qualcosa di curioso. Ricapitoliamo: i francesi prendono il germanico “galer” e coniano “gala” al femminile, il cui significato è sostanzialmente “festa”. Gli italiani lo importano al femminile e gli attribuiscono anche altri significati: nastro, trina, sfarzo, lusso. Nel Settecento… cosa accade nel Settecento? I francesi importano il nostro “gala” con tutti questi nuovi significati ma… lo usano al maschile: “le gala” con l’accento sulla “a” finale (galà)! Ma allora tra italiani e francesi davvero c’è qualcosa che non va!

A questo punto siamo fregati. Infatti i traduttori (poco attenti) iniziarono a tradurre frasi come “le gala de cour” in “il gala di corte”, da qui la diffusione in Italia del genere maschile.

Allora? Anche qui non abbiamo una risposta precisa? Questa volta no, qualcuno di voi più attento ricorderà che “gala” si pronuncia in due modi diversi: “galà” e “gàla”. È solo un vezzo? No, ma vanno usati in due modi altrettanto diversi.

“Gàla” si mantiene al femminile e porta con sé i significati di ornamento, lusso, sfarzo; diremo infatti “un abito di gàla”, “una serata di gàla”.

Quando spostiamo l’accento sulla finale “galà”, dobbiamo anche cambiare il significato del termine; difatti “galà” sta per “festa” ed in questo caso possiamo considerarlo (alla francese) di genere maschile: “il galà di Capodanno”.

 

UN GUARDAROBA O UNA GUARDAROBA?

Personalmente ho sempre detto “il guardaroba”, ma ho scoperto che qualcuno lo intende al femminile: “la guardaroba”. Così ho indagato e ho scoperto che all’origine il termine era di genere femminile, inoltre, anche in questo caso, c’entrano i francesi!

Questa volta invece dei dizionari e di Google, vediamo cosa scrivono i grandi scrittori del passato.

  • Franco Sacchetti (poeta, scrittore italiano, 1332-1400): <<[…] e volendo andare alla guardaroba […]>> (da Novelle, pag. 213).
  • Angelo Firenzuola (poeta italiano, 1489-1543): <<[…] fummo menati da lui a una guardaroba […]>> (Garzanti, pag. 176).
  • Paolo Segneri (gesuita, scrittore italiano, 1694): <<[…] Fanno serbare ogni cosa nelle guardaroba […]>>
  • Benedetto Varchi (umanista, scrittore italiano, 1503-1565): <<[…] una ricchissima guardaroba […]>>

L’origine del termine è, come ho detto, francese ovvero “la garderobe”, quindi di genere femminile. Gli spagnoli, come per cellofan, hanno importato il genere femminile e dicono “la guardarropa”, ma noi no, noi lo abbiamo trasformato in maschile: “il guardaroba”, nonostante all’inizio gli scrittori più precisi hanno tentato di mantenerne il genere.

Oggi come oggi, il modo giusto è di pronunciare guardaroba al maschile: il guardaroba, i guardaroba, anche se qualche dizionario porta il termine in ambigenere; tuttavia c’è da aggiungere che la variante al femminile, in questi dizionari, è sempre accompagnata dall’aggettivo “raro”.


editing: Maryann Mazzella

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Per lavoro mi occupo di Web Marketing, ma per passione scrivo racconti, romanzi e rappresentazioni teatrali. Gioco a basket... beh dovrei dire che "mi fanno giocare a basket" i miei cari amici del weekend. Ho creato community di appassionati di cucina e... di diete! Sì, in me vivono demoni e angeli, per tutto il resto c'è il mio blog www.massimopetrucci.it 🙂
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