napolet'amo

di Flavia Chiarolanza

 

 

Il Teatro Orazio è incastonato come un gioiello nel cuore di una di quelle strade napoletane che affacciano sul Golfo e vantano dunque il privilegio di ammirare il Vesuvio al tramonto.

Teatro giovane, piccolo e grazioso, che accoglie lo spettatore con una lunga scalinata e una elegante sala dai colori vivaci.

Come ogni nuovo nato, si offre fiducioso alle compagnie emergenti senza esigere spinte dall’alto o garanzie di sale gremite e pubblico selezionato.

In tempi di crisi si rincorrono favori. Il nudo talento, porto sul palmo delle proprie mani anziché su ricchi vassoi di nota provenienza, stenta a ricevere credito.

 

Il popolo di Napoli si ingegna come può, in quel suo modo fantasioso che ne aiuta da sempre la sopravvivenza. E c’è chi stringe alleanze curiose. Avete presente i bus a due piani di britannica ispirazione, che da un po’ di tempo si vedono circolare anche nelle nostre città? Una piccola deviazione e la sala del teatro Orazio diventa la tappa finale del percorso per gruppi di turisti in visita a Napoli. Dopo il canonico itinerario nei luoghi più belli della città, i visitatori saranno accolti da artisti in costume e resi partecipi di uno spettacolo dal sapore folcloristico e, tuttavia, di respiro internazionale.

 

Le note delle canzoni napoletane risuonano ovunque nel mondo, ma solo noi possiamo spiegarne le origini, affidando la narrazione alla viva voce di attori e cantanti. E ai fluidi movimenti di ballerini esperti, in modo da stimolare l’immaginazione solitaria dell’ascoltatore.

Nasce così “Napolet’amo”, grazie all’alleanza stretta tra la Titania Teatro, il teatro Orazio e i pullman CITYSIGHTSEEING. Un “veicolo”, è proprio il caso di dirlo, di informazioni e aneddoti sulla storia di una città il cui fascino non si limita alla ricca tradizione musicale, ma nasce da secoli di svariate contaminazioni.

 

Quanti sanno che il termine “guappo”, usato in dialetto napoletano per indicare e anche marchiare i bulli di quartiere, deriva la sua etimologia dalla parola spagnola “guapo” che significa bello? Esso nasce dunque con un’accezione positiva e poi subisce la metamorfosi dovuta agli usi e costumi partenopei.

Come dirà sulla scena la bella e brava Vera Cavuto, che accompagna con la sua voce lo svolgimento della trama, il mattatore Massimo Masiello per essere “guapo” è “guapo” e finora nessuno tra gli spettatori ha mai avuto da ridire: si nota in lui quel fascino mediterraneo che a tutt’oggi spinge le forestiere tra le braccia dei nostri uomini latini, quello sguardo furbetto che è tratto distintivo del maschio napoletano. Se a ciò si aggiungono un fisico atletico e una voce suadente, direi che l’aggettivo bello – nella sua accezione più nobile ed ampia – non venga affatto sprecato.

È lui il protagonista maschile delle vicende narrate nei testi delle canzoni: il seduttore, l’innamorato respinto, il soldato al fronte, il nostalgico della terra abbandonata in cerca di fortuna.

Ad affiancarlo un quartetto di ballerini coordinati da Lorenzo Falconetti che, attraverso un ottimo lavoro coreografico, evoca i volti e i corpi che finora si potevano solo immaginare grazie alle famose liriche dei brani intonati.

 

Bravissime le sue danzatrici – Simona Buonanno, Anna Chiara Natale, Adele Ruopoli – abili nell’interagire sia con il loro coreografo sia con il protagonista Masiello. I movimenti di scena sono valorizzati dalla musica che echeggia dal vivo grazie alle note di Sandro Spalice, Roberto Natullo, Agostino Oliviero e Giovanni Migliaccio.

veronica capezzuto

 

Completa questo straordinario cast, magistralmente diretto da Daniela Silvia Cenciotti, la poliedrica Veronica Capezzuto, che si alterna tra canto e recitazione al pari del collega Masiello.

 

Ho avuto il piacere di incontrare il “guapo” non solo al termine dello spettacolo, ma anche successivamente in uno dei bar più in voga tra gli artisti napoletani. Ne è seguita una piacevole chiacchierata, nonostante la mia pochezza nelle arti che rendono invece lui così popolare.

 

 

Sulla scena ti mostri talentuoso sia come attore sia come cantante. E non sfugge l’abilità con cui ti sei esibito nel difficile ballo del tango. In quale di questi settori ha avuto inizio la tua formazione primaria?

Nel settore del canto. Ho iniziato a sedici anni, studiando da privatista con maestri del calibro di Antonio Sinagra e Tonino Esposito. Entrambi hanno cercato di impartirmi un insegnamento tradizionale e metodico, unitamente a quella disciplina che è fondamentale per la crescita di un uomo di spettacolo.

 

Prediligi una in particolare di queste arti sceniche, sebbene siano tutte ugualmente necessarie al completamento della personalità di un attore?

Direi proprio il canto, inteso quale momento di assoluta liberazione. Riesco a dare il meglio quando mi abbandono alla melodia di un brano musicale. Naturalmente amo con slancio anche la danza. Quanto al teatro, l’amore è scoccato all’età di sei anni: vidi sul palco l’esibizione di un bambino mio coetaneo, e la cosa mi colpì al punto da desiderare di emularlo. Quel bambino era Sal Da Vinci, mio attuale amico e collega. La prima volta che ci siamo incontrati gli ho detto espressamente: “Faccio questo lavoro per merito tuo”

 

Avvincere il pubblico è sempre difficile. Lo diventa ancora di più dinanzi ad una platea variamente composita, come nel caso di un gruppo di turisti da avvicinare a tradizioni sconosciute. Ti è mai capitato di dover modificare la tua interpretazione, sull’onda di sollecitazioni inaspettate?

Credo sia impossibile non riuscire a comunicare attraverso la canzone napoletana, che arriva dritta al cuore anche della persona più diffidente verso una città spesso disonorata dalle pagine di cronaca.

 

Nell’approcciare platee differenti, quanto conta l’arte dell’improvvisazione?

Conta moltissimo. Ma da sola non può nulla, occorre l’esperienza. Occorrono anni di militanza sul palcoscenico, e di confronto nonché sfida e dialogo con gli altri artisti durante il periodo della gavetta. Oggi si fa di tutto per evitarla, scegliendo le famose scorciatoie. Sono rimasti in pochi ad insegnare quanto sia invece indispensabile, soprattutto per fronteggiare eventuali emergenze “a scena aperta”. Solo uno studio capillare permette di comprendere a fondo l’arte, trasmessa dai Maestri.

 

Parliamo di Napolet’amo: sei tra gli artefici del progetto oppure i suoi ideatori ti hanno appositamente ingaggiato, ben conoscendo la tua esperienza ormai ventennale?

Il progetto è di Daniela Cenciotti, che ha curato anche la regia, e Paola Esposito: lo avevano in cantiere già da un anno, aspettavano il momento giusto per realizzarlo e a quel punto hanno chiamato me. Non ho mai avuto il minimo dubbio nell’accettare la parte.

 

Questo progetto ha pochi giorni di vita, e ha visto la luce sul palcoscenico del Teatro Orazio. Avete già in mente una strategia di promozione? Quali sono le modalità di divulgazione da voi prescelte?

Una strategia esiste, e rappresenta per tutti noi un punto fermo: la ricerca di un Teatro che possa diventare stabile. Ne stiamo discutendo con il cast e con le responsabili del progetto.

 

In che misura il giovane Teatro Orazio ha fornito il suo contributo? Possiamo considerarlo un buon ritrovo per quanti scelgono le vie meno tradizionali dello spettacolo, in una piazza purtroppo difficile come quella napoletana?

Dal Teatro Orazio abbiamo ricevuto fin dall’inizio la massima disponibilità, in quella maniera spontanea che è tipica di chi crede nel valore dell’intraprendenza e nella volontà di mantenere l’arte sempre vitale nella nostra città.

 

Questo nascente legame si protrarrà nel tempo, estendendosi a futuri scenari di sperimentazione?

L’augurio è di proseguire in un percorso comune, e c’è indubbiamente una sorta di progettualità in fieri.

 

Parliamo ancora di te: preferisci fondere ognuno dei tuoi talenti ogni volta che sei in scena o ti capita anche di “recitare soltanto”? E in quest’ultimo caso ti sembra dimasiello vivere una sorta di menomazione?

Menomazione? Nooo! Ma quando calco le scene, ho sempre il desiderio e l’ambizione di fare tutte e tre le cose insieme. Per me corpo, voce, mani sono sempre inscindibili. Nello spettacolo che mi vede attualmente impegnato, Ditegli sempre di sì di Eduardo De Filippo – per la regia di Maurizio Panici – “recito soltanto” per riprendere la tua espressione, ed affianco in scena due grandi del teatro napoletano: Gigi Savoia e Antonio Casagrande.

 

C’è un genere di drammaturgia in cui ti piacerebbe cimentarti?

Non ho mai sperimentato il teatro dell’assurdo, che tocca il suo apice con Jonesco, né il teatro drammatico di Bertolt Brecht e quello surreale di Samuel Beckett. Mi piacerebbe provare a confrontarmi con testi e personaggi resi immortali dal genio dei loro autori.

 

Sei un artista dal “multiforme ingegno”, artefice anche di numerosi successi discografici. Ti senti dunque pienamente a tuo agio anche nelle sale di registrazione?

No! Non mi sento affatto a mio agio – checché, come direbbe Totò (n.d.a.) – e lo affermo con forza! La differenza tra una sala di incisione e un concerto dal vivo è il 50% di vocalità e di emozioni in meno. Non c’è niente al mondo che possa sostituirsi al contatto diretto con il pubblico.

 

Cosa deve sapere colui o colei che in futuro vorrebbe lavorare con te? Quanto deve essere allettante e nuova una sfida, per convincerti ad accettarla?

Io ho voglia di continuare ad apprendere e di imparare anche dai più giovani. Sono pronto a mettermi in gioco in qualunque momento, perché la ricerca della sperimentazione è la strada giusta per migliorarsi. Ultimamente mi è capitato di leggere e di apprezzare il testo di un giovane autore campano, Cristiano Izzo. E la drammaturgia giovane è il terreno più fertile su cui aprire confronti.

 

 

Dalle mie parti si dice di un ragazzo che sembra uno “scugnizzo” quando si mostra così irresistibilmente furbetto, da meritare il perdono – o quantomeno una sfacciata benevolenza – per qualsiasi cosa di sbagliato faccia o dica.

Massimo è così: l’uomo ideale per porsi alla guida di questo viaggio nell’anima di una città già di per sé incantevole.

 

Ciao, e auguri a tutti di simpatiche e danzanti gite turistiche.

 

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