di Flavia Chiarolanza

        pulcinella                      vicoli

Maggio non è solo il mese degli amori che sbocciano insieme alle rose. Per la città di Napoli, esso è foriero di altri risvegli.
I turisti si mescolano in strada ai cittadini che amano riscoprire ogni anno i tesori della nostra cultura.
Musei, chiese e palazzi antichi si aprono e si concedono senza sosta, in un fiorire di bellezze nate per il volere alterno dell’uomo e della natura.
Non è raro di questi tempi incrociare sguardi che si sorprendono dinanzi alle mura del nostro Castello più famoso, circondato dalle acque del golfo. In lontananza, le forme del Vesuvio giacente nel suo sonno come dea o sirena.
Le fiabe che nascono tra i vicoli della città, i panni stesi e le voci urlanti, finiscono nei racconti di poeti nostrani sempre lesti a coglierne il fascino.

 

Mi piace usare il termine poeta, per parlarvi di un autore – Gennaro Patrone – che ha scritto una favola bellissima ispirata ad un’opera del maestro Aniello Scotto. Arte che genera arte, parole che nascono dal marmo e diventano colori. Il silenzio si muta in canto. E due artisti si omaggiano con i loro talenti, in uno scambio generoso che potrebbe trasformarsi in sodalizio.

Il titolo dell’opera in marmo è già monito, perla di saggezza popolare espressa in quel dialetto che ha la forza di un’autentica lingua: “Chi vò o male e ll’ate o suoje stà areta a porta!” Tanto è bastato perlocandina la nascita del testo teatrale, diretto dallo stesso Patrone e rappresentato nella prima domenica del mese in occasione del Maggio dei monumenti. “Mangiare veleno per partorire morte”, ma non inganni il titolo di quest’opera gioiosa che merita fino in fondo gli applausi ricevuti dal pubblico, e l’encomio di chi cerca nell’arte lo stimolo della riflessione oltre alla bellezza.

La pièce ha avuto luogo nel teatro Antonio Niccolini presso la Reale Accademia di Belle Arti, una delle più antiche d’Europa, faro della pittura napoletana negli anni del suo splendore artistico.
In scena la storia di un Pulcinella inedito, che prova sulla pelle le ferite brucianti di un amore corrisposto ma osteggiato dalla realtà. E dunque infinitamente più doloroso. In preda alla sofferenza, egli tenta perfino un suicidio che fallisce miseramente come si conviene ad una maschera amara e comica. Struggente e buffa.
Patrone ne incarna l’indole alla perfezione, con la sua splendida voce che si dona anche al canto e a mille altre facezie sonore. Un trasformista della voce, potremmo dire; e anche del corpo. L’autore mostra infatti una fisicità agile. Saltella e si inchina con eleganza, mai rinunciando a quell’aura di delicata malinconia che da sempre caratterizza la nostra maschera.

 

Bravissimi gli interpreti che affiancano Patrone sul palco: Imma Ferrari non ha alcuna esitazione nell’abbandonare il portamento da nobildonna, per incurvarsi e assumere l’aspetto di una orribile strega, mutando all’istante la propria voce. Molti spettatori si sono chiesti se non fossero per caso due le attrici in scena.

Salvatore Cirillo è magnifico nei panni del rivale di Pulcinella: vittima di un sortilegio che tuttavia non lo spinge a cambiare, ma farà di lui un tenace antieroe, devoto alla sua indole fino all’ultimo. Capace di negare l’evidenza perfino dinanzi alla magia della strega, che evoca i ricordi del suo passato colpevole.

Un’autentica simpatia accomuna questi quattro personaggi; e il pubblico non sarà mai indotto a parteggiare per l’uno o per l’altro, sebbene sia evidente dove risieda l’ingiustizia. C’è spazio per comprendere le ragion di ognuno, e questo è dovuto all’abilità narrativa di Patrone.

Il suo testo racconta una storia la cui morale è racchiusa in entrambi i titoli: dell’opera in marmo e della pièce. E tuttavia non lascia presagire il finale, che si apre a molteplici letture nonostante l’ingresso in scena della Morte. Ad interpretarla è Vivien Valli, con un tocco di raffinatezza che mai ci aspetteremmo dalla nunzia crudele. Bellissima nel suo lungo mantello, dolce nella voce, paziente nell’ascolto e lontana dall’immaginario che la vuole  donna ostile e sbrigativa nei modi.

Ottimo il lavoro svolto dalla Scuola di Scenografia dell’Accademia, grazie ai giovani allievi che hanno generosamente donato il loro talento: Giulia Nocerino, Sara Galdi, Giuseppe Spagnuolo, Davide Carità.
Da encomiare infine le splendide musiche di Rosario Ariosto, che ha curato anche gli arrangiamenti riuscendo perfettamente nel compito di sottolineare le continue metamorfosi degli attori in scena; e i costumi curati da Alessandra Lagozino, bravissima scenografa e costumista formatasi alla stessa scuola dell’Accademia partenopea.

 

Tornando all’inusuale immagine della Morte, vorrei iniziare da qui la mia conversazione con Gennaro a cui tributo tutta la mia stima sia per la splendida prova – di attore, regista e autore – sia per la scelta degli ottimi interpreti.

 

la morteLa Morte entra in scena, sul finale della pièce, dopo aver annunciato il proprio arrivo tramite una lettera. Si è trattato di una citazione di José Saramago, e quindi di un omaggio al suo romanzo “Le intermittenze della morte”, oppure hai avuto la stessa intuizione del grande scrittore portoghese?

Non conosco quel romanzo di Saramago, e quindi è stata una semplice coincidenza. In realtà ho voluto ispirarmi alla poesia del grande Antonio De Curtis, “La livella”, poiché nel mio testo la Morte spiega chiaramente che i titoli nobiliari non hanno alcun valore per lei: varcata la fatidica soglia, diventiamo tutti uguali. Nel mio quotidiano, prediligo la lettura di opere teatrali e racconti brevi.

 

Come e quando hai conosciuto l’opera che ti ha ispirato?

Era il 2011: il maestro Aniello Scotto espose la sua opera in occasione di una mostra dal titolo Sacrificium nella Chiesa di S. Maria delle anime del Purgatorio ad Arco, a cui poi la scultura fu donata. Io sono nato e cresciuto nel quartiere Sanità di Napoli, e quindi nel cuore della Necropoli ove sorge anche il cimitero delle Fontanelle. Per me il pensiero della morte è innato, ma non nel senso macabro della parola. Come Eduardo, credo nella giustizia divina, nella morte intesa appunto come livellatrice. Non a caso uno dei miei film preferiti è Il settimo Sigillo di Bergman.

 

Quali corde sono state solleticate, dopo la visione di questa scultura? In che modo cioè la tua sensibilità ti ha suggerito la trama della favola, che poi è divenuta pièce teatrale?

Quello che normalmente ispira i miei scritti è la suggestione dei luoghi in cui mi trovo, come appunto la Chiesa ove fu inaugurata la mostra. E poi mi ha colpito il titolo dell’opera di Scotto, che trasmette un insegnamento ben preciso e reso più efficace dalla forza dell’immagine. Così ho pensato subito alla favola: cos’altro può contenere meglio una morale?

 

In quanto tempo è stata realizzata la tua impresa?

Scrivo di getto, se sono pienamente convinto della mia idea. Il testo è nato quasi subito, per la realizzazione del progetto ci è voluto un anno.

 

Hai deciso fin da subito di riservare a te stesso il ruolo di Pulcinella?

Sì! Amo questa maschera e ne studio le caratteristiche da quando ho intrapreso la carriera di attore. La mia ricerca di ogni sua più piccola sfumatura è sempre fervente.

 

Si tratta di un personaggio molto difficile. Nell’interpretarlo, hai messo in campo tutte le tue doti: voce, movimento, canto. Sei riuscito a dirigerti senza difficoltà?

Le difficoltà maggiori le ho incontrate sul canto, poiché tendo ad emozionarmi molto quando mi cimento in quest’arte. E nel sentire sul palco l’applauso del pubblico al termine del brano musicale, stavo quasi per piangere sotto la maschera. Un mio caro amico cantante, Ciro Sciallo, mi dice sempre: “Il cantante non è colui che ha una bella voce, ma colui che ha cuore”.

 

attoriGli attori che ti affiancano in scena sono tutti straordinari, e tra di voi c’è una grande intesa. Da quanto tempo dura la vostra collaborazione?

Lavoriamo insieme da circa due anni, e la nostra compagnia si chiama Officina teatro.  Salvatore l’ho visto per la prima volta sul palcoscenico, con Imma invece la collaborazione ha avuto inizio in strada dove mi capita spesso di recitare.

 

Ogni personaggio è studiato nei minimi dettagli, ed ha una sua precisa caratterizzazione. In che misura gli interpreti hanno contribuito alla costruzione di personalità così complesse?

Abbiamo contribuito tutti. Io cerco di carpire le potenzialità delle persone con cui lavoro, e sono sempre disponibile ad adattare il loro carattere a quello dei personaggi.

 

Come mai avete deciso di affidare ad Imma Ferrari il duplice ruolo della dama e della strega? È stata una scelta audace, considerando che nelle prime scene l’alternanza tra i due personaggi è subitanea e lei presta alla strega anche la voce fuori campo.

Imma nutre un amore viscerale per i personaggi della commedia dell’arte, ed ha straordinarie doti di interprete: considera che viene dalla scuola di Michele Monetta. Io mi sono limitato a valorizzarla, assecondando il suo desiderio di cimentarsi in ruoli diversi e antitetici.

 

Potremmo dire che anche tu interpreti due ruoli: nella seconda parte dello spettacolo infatti Pulcinella abbandona la maschera e indossa i panni di un personaggiobalbuziente completamente diverso, goffo e balbuziente. È stata un’ottima prova attoriale.

Anch’io amo da sempre e studio a fondo la commedia dell’arte. Nell’ambito del suo variegato filone esistono due tipologie di “tartaglia”: quello che sbaglia la parola e ne trasforma completamente il senso, per poi correggersi; e quello che invece gioca abilmente con il suono delle parole. Io ho scelto la seconda tipologia. E l’ho fatto sulla base di un mio studio e una mia ricerca personali.

 

Il tuo rivale – Salvatore Cirillo – incarna i mali peggiori dell’essere umano: avarizia, ingordigia, egoismo. E perde anche l’ultima occasione di riscatto davanti alla Morte. Eppure suscita grande simpatia tra il pubblico. Questo si deve alla bravura del suo interprete, oppure il personaggio nasce per essere così accattivante?

Quando cerco di costruire il personaggio in base alle caratteristiche dell’attore che deve interpretarlo, prendo in considerazione vari fattori: memoria, gestualità, timbro della voce, disinvoltura sulla scena. Questo lo devo alla lunga attività di laboratorio con i ragazzi del mio quartiere, spesso provenienti da contesti di forte disagio sociale. Comunque, nelle mie intenzioni di autore il conte Eugenio doveva essere simpatico nonostante vestisse i panni del cattivo per eccellenza.

 

Hai in mente di scrivere altri copioni?

Certamente! La mia attività di autore procede in parallelo a quella di regista e attore. Il prossimo spettacolo, basato anch’esso su una storia originale, si intitola “Fobia…loghi” e andrà in scena il 17/18 maggio al teatro Le poche. Si tratta di due monologhi interpretati da Imma e Salvatore, con i quali dunque il rapporto collaborativo prosegue in maniera prolifera.

 

Come si vede il mese di maggio promette ancora bene per il nostro simpatico artista, dopo essersi lasciato inaugurare da lui in quello che è il periodo migliore per sbrigliare le redini della creatività.

Ciao, e auguri a tutti di simpatiche attese davanti ai Musei…

 

 

 

Foto di Antonio Cagnazzo

 

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