Televisione spazzatura

Quando imboccammo la strada del ventunesimo secolo in molti dicevano che nulla sarebbe stato più come prima. Temevano catastrofi e sortilegi, di essere trasformati in porci come sull’isola di Circe (e a dirla tutta qualcuno deve essere proprio passato da lì visti i risultati). I più pessimisti temevano addirittura la fine del mondo, per altro traslata al 2012, e invece ci è toccata una sorte ancora più nefasta.

Cominciò tutto per caso nell’estate del 2000 (bontà mia ero ancora una pupa… per chiarezza non una di quelle signorine vestite di sola pelle umana nell’inutile trasmissione “La pupa e il secchione”) con i primi casting dell’allora sconosciuto format del “Grande Fratello”. In principio la padrona di casa era l’impomatata erre moscia di Daria Bignardi che, alquanto sofferente e prendendosi a sberle da sola, si diceva “ma io non ci volevo venire!”. Poi è toccata alla verace Barbara D’Urso, dall’occhio lucido facile e dalla morale costruita, con conseguente ulteriore regressione (e non è che prima potessimo proprio essere orgogliosi della combriccola!). E infine le redini della conduzione della casa più spiata d’Italia è passata nelle mani della più activia di tutte, Alessia Marcuzzi.

E ora, signore e signori, sono tornati. E se il buongiorno si vede dal mattino allora non sorprendiamoci delle giornatacce di questi tempi. Cavolo, questo nuovo inizio mi spaventa più della serie Tremors. Mi vengono i brividi come quando da piccola mi bastava vedere la sola pubblicità con i Graboid, immaginari vermi assassini residenti nel sottosuolo, per non chiudere occhio tutta la notte. In questo caso più che Graboid, però, li chiamerei Salvo il pizzaiolo al veleno, Veronica e Sarah le finte indecise (o furbette del quartierino), Cristina la bambola gonfiabile di nuova generazione (parla e cammina perfino) and more, more and more.

E allora ecco cosa ci piomberà sulla testa: una sfilza di rotocalchi discutibili su come la gatta morta di turno (Marina La Rosa docet) sa fare miao e il finto macho sa fare bau (perché chissà perché partono leoni e finiscono… beh non fatemi continuare…sono una signora io!). E poi l’analisi dettagliata dell’unghia incarnita del caso umano di turno ovviamente studiato a tavolino, ricongiungimenti improbabili con familiari di cui non si hanno notizie dalla nascita ma che come funghi d’autunno a furia di lacrime d’oro vengon fuori, e persino proposte di matrimonio in diretta salvo poi non sposarsi mai. Ne sono esempio i due marpioni della scorsa edizione George, il principe del congiuntivo generoso, e la sicilianuzza Carmela acqua e vodka (perché spero proprio avesse bevuto quella sera quando “Le Iene” tendendole una trappola la ripresero a insultare quella poveretta all’ingresso rea di non averla riconosciuta!)

Gulp!

E ancora videomessaggi di fidanzati delusi, mogli e figli che con la “disperazione” di chi ha appena assaporato il gusto dell’euro facile con paginoni di interviste a “Chi, quando e perché”, urlano un fasullo “Torna, sta’ casa aspetta a te” con la speranza che resti in quella di Cinecittà. Disposti a tutto, dunque, pur di apparire in tv per i cosiddetti “15 minutes of fame” decantati da Andy Warhol, quelli che io dal basso della mia metrata di altezza chiamo “15 minuti di circo” . Facessero ridere almeno!

Nei soli pochi minuti che ho visto della prima puntata (giuro che ho smesso!) ho avuto un irrefrenabile moto di rabbia. Tributo calcolato, sebbene per alcuni dovuto, in nome di Taricone con tanto di frase ad effetto con primo piano gigante di una Marcuzzi pagata per sembrare emozionata: “Ciao Pietro, ti vogliamo bene e te ne vorremo sempre” con il festival dell’ipocrisia servito caldo caldo, e soprattutto striptease inutili e urla tante urla. Troppe.
Una delle nuove inquiline a un certo punto mi ha fatta addirittura preoccupare. La tizia in lacrime, starnazzava come una gallina che teme di diventare brodo e si prostrava alla dea telecamera. Mi son detta: chi è morto? Povera ragazza…
E invece la “povera ragazza” aveva avuto solo la lieta novella: dopo un finto e precedente rifiuto era stata ammessa nel grande bordello.

Ed in quel momento ho capito che i poveretti siamo noi che ci emozioniamo davanti ai fatti di cronaca, ci indignamo per le furbate politiche e le figuracce internazionali, che viviamo alla giornata sbarcando il lunario, che tentiamo di crescere partendo dal sudore umiliati da chi senza meriti indossa occhiali da mille euro. Noi che amiamo la poesia, l’ironia sorniona, il senso civico e gli insegnamenti in musica di Giorgio Gaber. Noi che abbiamo letto George Orwell e il suo romanzo distopico “1984” al quale si deve l’intuizione originaria del Grande Fratello.
Peccato che l’idea non era quella di Endemol.

Povero Orwell! Poveri noi!

4 thoughts on “Grande Fratello: povero Orwell, poveri noi!

  1. Complimenti per il pezzo. C’è da dire che il Grande Fratello di oggi è molto cambiato rispetto al primo con Salvo il Pizzaiolo ed in effetti quello è stato un vero esperimento sociologico mentre gli ultimi sono soltanto una sfilata di corpi umani e sentimenti a prezzi stracciati. Io, sinceramente, preferisco spiare la casalinga che sta cucinando dall’altra parte della via.

  2. Aggiungo solo che come in questo caso, il peggior difetto dell’essere umano è quello di abituarsi a tutto… io non ci riesco ancora, ma agiudicare dalle cifre c’è chi ce la fa.

  3. Mi ricordo che nel 2000 non riuscivo a guardare la trasmissione, mi sentivo intimamente in imbarazzo nello spiare gente che seppure lo avesse autorizzato, si trovava in una casa “privata”, mi sembrava di spiare qualcuno senza essere vista e non riuscivo a sostenerlo.
    Le mie amiche (laureande in psicologia come me) dicevano che era un incredibile esperimento di sociologia e come tale andava guardato. A me la spiegazione non convinceva e non convince oggi. Mi sento immorale a guardare i reality, pur essendo oggi la morale comune piuttosto lassa. E sinceramente mi resta l’impressione di camminare per i quartieri a luci rosse di Amsterdam e ne faccio volentieri a meno.

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