il segno dell'untore
Una giornata calda, afosa, di quelle che passarle in città è già di per sé un delirio, una follia e un tormento.

A cavallo di ferragosto, nel giorno dodicesimo dell’anno del Signore 1576, Niccolò Taverna, notaio criminale in Milano, spalanca gli occhi sotto i peggiori auspici.

Sua moglie, colpita dalla peste, è stata trasferita al Lazzaretto Maggiore, dal quale uscirà cadavere in poche ore, ma Niccolò, ancora stordito dalle vicissitudini personali, è costretto a fare appello a tutta la sua lucidità per risolvere non uno, bensì due casi investigativi che definire spinosi è un eufemismo.

Il primo sembrerebbe una bazzecola paragonato al secondo: il furto di un candelabro (opera di Benvenuto Cellini) dal Duomo di Milano in costruzione. Un oggetto di scarso interesse commerciale, anche se pur sempre un manufatto di pregio dall’elevato valore simbolico. Nulla però rispetto all’omicidio del Commissario Inquisitoriale Bernardino da Savona, personaggio di spicco nei delicati equilibri fra potere secolare (la Corona di Spagna) e potere temporale (la Chiesa di Milano).

 

Un rompicapo che solo alla fine di un’estenuante giornata vede finalmente profilarsi lo scioglimento dell’enigma. E che di enigma si tratti non vi è dubbio neanche per le parti a vario titolo coinvolte. Un puzzle che appare sempre lontano dal ricomporsi e che solo per un colpo di genio (o di altro, se preferite) porta a un collegamento ‘mentale’ fra i due casi, un crogiolo di incredibili coincidenze dominate dalla Sfiga.

 

La fortuna di Niccolò sta nell’aver incrociato un angelo custode dall’aspetto quanto mai carnale, Isabella Landolfi, una semplice osservazione della quale fa scoccare l’illuminazione nella sua mente ottenebrata…

 

Certo, restano alcuni punti oscuri, non tanto su chi ha commesso il furto e l’omicidio, i cui responsabili vengono assicurati alla giustizia, sia divina (dato che il ladruncolo passa a miglior vita) che terrena (assassini alquanto spregiudicati in una città messa a ferro e fuoco dalla peste, oltre che da crimini ordinari). Sono i dubbi sugli oscuri legami fra il disgraziato inquisitore e i potentati che hanno ingaggiato una lotta senza esclusione di colpi.

 

Poco avvezzi a scandagliare certe trame, Niccolò e i suoi assistenti vengono proiettati all’ombra di palazzi e di segrete, chiamati a mantenere i nervi saldi pur fra dubbi, accuse, minacce e velate insinuazioni. E non mancano nemmeno i rischi per l’incolumità personale.

 

Nondimeno, in questa piccola odissea si trova il tempo per alcune note liete.

 

L’incontro con quella giovane fanciulla d’aspetto celestiale e carattere indomabilmente peperino (Isabella Landolfi) dà a Niccolò la forza per proseguire la sua attività con la stessa convinzione e lena del passato, insieme all’illusione o convinzione di allontanare dal suo cuore i morsi del dolore e lo spettro di una forzata, futura solitudine.

 

 

Vado, lo scovo e torno… Franco Forte

 

Questo, in sintesi, il pensiero e il percorso che sottendono un intrigante “giallo-noir storico”, Il segno dell’untore di Franco Forte, pubblicato per Mondadori e disponibile dallo scorso gennaio in più formati come si addice alle moderne abitudini di lettura.

 

Moderne sì, fatemelo dire, e ‘cecaocchi’ pure, con neologismo forse poco elegante ma esplicativo. Si dà il caso che la sottoscritta abbia letto il malloppo, anche per scelta, sullo schermo fisso di un Mac un po’ datato, ormai.

 

In tal guisa non ve lo consiglio, molto meglio la lettura orientabile sull’ipad (anche se da buona ‘antica’ la preferisco in cartaceo), così da sperare che, tecnologie future permettendo, anche gli aromi di cui spesso si tratta, eccezion fatta per quello della peste e della carne umana abbrustolita nei fopponi, vi raggiungano. Ma è certo che qualche audace si sentirebbe deprivato della Storia senza l’aroma della malattia e dei suoi segni clinici, e dunque si scatenerebbe in rete la lotta per accaparrarsi i reperti.

 

In ogni caso, consiglierei agli esperti tecnici di evitare, o edulcorare, l’aroma dei fagioli stufati nel lardo o della pagnottella macerata in birra acida (la famigerata birraia) o almeno di avvertire preventivamente che certe alchimie sensoriali sono alquanto sconsigliate a palati fini o ai deboli di stomaco…

 

A tutti proporrei invece la fragranza della sensuale madonna che non a caso circuisce in pochi istanti il cuore addolorato di messer Taverna.

 

Riso e sorriso, ebbene sì l’ho fatto. E tanto pure.

Hanno elogiato l’accuratezza storica, il meccanismo ben congegnato, la prosa calibrata, mai affettata. E della vena comica dobbiam tacere?

 

Che personaggio il Niccolò Taverna…

 

Alto, moro, piacente e passionale, e anche giovane che poi non guasta. E in più improvvisamente vedovo senza nessuna colpa, nonostante quel che sostiene la moribonda. Arguto, abituato a ragionar milano e niccolòdi crimini, a trattar di malaffare con nonchalance, diplomazia, a fronteggiare da pari a pari teste coronate e non, senza mai sfigurare, checché ne pensi suo padre… Non potrà forse sfoggiare nobili natali o vesti sopraffine come il suo superiore Pescanti, ma riesce a mettere a segno una partita che sembrava persa sulla carta e ad aspirare alle attenzioni di una fra le donne più attraenti di Milano.

 

Una Milano da bere, da assaporare senza fretta e senza affanno, perché da un giorno all’altro non si perde il filo, ti viene incontro la tessitura del romanzo.

Testo che si segnala dunque, nel panorama generale, oltre che in quello di genere, per il piacevole intrattenimento e l’occasione di imparare. Forse non si diventerà ‘esperti d’arme’, come il Forte, ma restano assolutamente impressi gli astrusi gusti culinari e la cucina dell’epoca, insieme a tanti dettagli di un mondo mai abbastanza conosciuto.

 

Tranquilli, non viene fuori un’abbuffata, né rimangono chili di troppo: pur fermi a leggere la testa si muove eccome, a rincorrere il Taverna su e giù per l’antica capitale del ducato. E magari a gareggiare con lui nel cercare la sospirata soluzione…

 

Un mix di ingredienti ben dosati, un bel pranzetto insomma, con tutte le portate e anche il dolce.

E il conto non è salato, 15 euro tutto compreso.

 

 

PS

Milano sarà cambiata, è vero… per fortuna che il Duomo c’è.

 

 

ariete
Proviamo a espugnare il Forte…

(La prima indagine semiseria di una pericolosa criminale)

 

 

A vederlo così, di primo acchito, viene di pensare che Franco Forte dev’essere un parente, chessò un cugino, di Carlo Lucarelli. In comune una certa fisionomia, l’occhietto mobile e l’espressione di chi conosce bene il mondo della comunicazione pur mantenendo quel minimo di emotività tipica della gente comune di fronte all’obiettivo o a una telecamera.

 

Ne approfittiamo per carpire al volo qualcosa di non ancora detto e scritto, fiumi di inchiostro ormai, sul suo ultimo romanzo, Il segno dell’untore. La prima indagine criminale di Niccolò Taverna.

 

“Un uomo una garanzia”: dopo aver pianto la morte della moglie, aver vomitato, esser stato in giro tutto il giorno, a contatto con polvere, umori infetti e con un dito tagliato, avere quindi mangiato fagioli stufati nel lardo, e mai neanche fatto pipì, il nostro eroe ha perfino l’ardire di baciare con passione la fanciulla che l’ha colpito al cuore.

Tutto intuito, istinto ed esperienza, perfino pronto a sorvolare su qualche piccola imperfezione di bellezza…

Wow, fatemi conoscere quest’uomo!

 

Dunque la prima indagine di Niccolò Taverna, un ‘notaio criminale’ di Milano.
Avevo pensato, prima di avviare la lettura, che potesse trattarsi dell’indagine su un notaio che commetteva crimini, e magari beffasse i suoi colleghi… E invece…

Questo bel personaggio non ha scheletri nell’armadio (sua moglie a parte)?

 

Lui gli scheletri li trova negli armadi degli altri! È questo il suo mestiere (mestiere tipico della Milano del 500, che ha molte analogie con quello del commissario di polizia d’oggi e del PM, il Pubblico Ministero, in un mix assolutamente originale per la narrativa thriller e crime), e Niccolò lo sa fare bene. L’ha imparato da suo padre, prima, e sul campo poi, arrabattandosi fra omicidi e ruberie in una città che di armadi pieni di scheletri ne aveva a iosa, in quegli anni.

 

Ti senti tu stesso un po’ Niccolò, un po’ notaio criminale, quando ti accingi a delineare la nuova indagine, ovvero lo schema di un nuovo romanzo?

 

Il processo d’immedesimazione è una croce sulla testa di tutti gli scrittori, temo, e io non ne sono certo immune. Però, dai, non è male immedesimarsi in uno come Niccolò Taverna, che tutto sommato è un figo mica da ridere, uno che non abbassa la testa di fronte a niente (a parte gli occhi di smeraldo di Isabella Landolfi) e che va dritto verso la meta che si è prefissato, costi quello che costi, anche in un periodo in cui se sgarravi ti tagliavano la testa. Del resto, tanti anni di studio per capire le tecniche d’investigazione di questi magistrati non potevano non lasciare un segno dentro di me. E qualcosa di me dentro Niccolò, naturalmente…

 

 

Lo ammetto, sono deformata (qualcuno direbbe ‘tarata’), ma non peggioro di molto la mia pessima fama nel porti la seguente domanda: quali fra i nostri attori potrebbe interpretare il tuo protagonista? Chi convocheresti per il casting? alessandra mastronardi
Sono sicura che qualcuno avrà già pensato di realizzarne una serie televisiva.

E già che stiamo, chi vedresti nel ruolo di Isabella?

 

Ah, santo cielo! Così mi freghi, perché non posso rispondere che vorrei fare io Niccolò Taverna. Mi toccherà ripiegare su qualcuno con meno pancia e più capelli, magari che ha già lavorato per serie investigative come “RIS – Delitti imperfetti”, per cui ho lavorato anch’io (quindi ti direi Stefano Pesce, che forse ha quell’aria torbida da bravo ragazzo che inganna che non mi dispiace). Per quanto riguarda Isabella, invece, non mi dispiacerebbe una Martina Stella con lenti a contatto verdi, oppure una Alessandra Mastronardi in versione “Prova a volare”, non certo Cesaroni.

 

 

È evidente che non sono la sola ad essere ‘deformata’: la tua predilezione per l’orrore è ormai universalmente nota sia in rete che in cartaceo, e non è un caso che anche in questo thriller storico l’ambientazione (una Milano da evitare) sia di per sé alquanto orrida. Penso soprattutto ai bubboni purulenti che emettono liquido giallastro e marroncino, per tacere degli unguenti maleodoranti usati per lenire gli esiti ‘perversi’ della malattia.

Ma tu ci sei o ci fai? Cosa combini a casa?

 

Per fortuna io ne scrivo soltanto. Pensa chi ci viveva, in quell’atmosfera da girone dell’inferno. E a chi, come il povero Niccolò Taverna, ci doveva anche lavorare, svolgendo delle indagini complicatissime con il fiato sul collo dei superiori. Ovvio che le cose cambiano, se anziché all’inferno avessi collocato Niccolò in una tranquilla cittadina di mare, con il rumore della risacca sullo sfondo e la possibilità di fare il punto sulle indagini rosolandosi al sole. La scenografia è importante, e quando si scrivono romanzi storici occorre ricreare nella maniera più credibile possibile gli odori, i rumori, i suoni, le impressioni e le suggestioni di epoche passate. La peste, terribile disgrazia che ha mietuto vite a decine di migliaia, è perfetta per dare un contorno nero ma veritiero alle vicende ambientate nel 1500. E io, tutto sommato, mi sono limitato a fare cronaca, non ci ho mica sguazzato…

  

appestati

 

Cefalea, febbre alta, debolezza, disturbi del sonno, fotosensibilità, dolore alle estremità, vomito e delirio. Mi capitano spesso, sai. La prossima volta che mi ritrovo con questi sintomi dovrò controllare se da qualche parte son sorti anche i bubboni della peste.

Scherzi a parte, secondo te qual è la vera peste del nostro secolo?

 

L’indifferenza. La convinzione di essere al centro del mondo, e che gli altri non siano nulla per cui valga la pena spendere un centesimo delle nostre energie. Siamo egoisti, sociopatici e globalizzati. E adesso ne paghiamo le conseguenze, con questa crisi che ci spernacchia e se la ride della nostra convinzione di essere i numeri uno. Chissà, ci vorrebbe una bella epidemia di peste, per scuotere un po’ certa gente…

 

 

Nascere in quell’epoca mi avrebbe comportato seri problemi, soprattutto a tavola: non bevo birra e dubito di digerire i fagioli stufati nel lardo.
Rammenti qualcosa che avrei potuto mangiare senza rischiare un eritema eczematoso?

 

Be’, carne alla griglia se ne cuoceva in continuazione, anche se purtroppo non era troppo gradita, dato che l’odore si confondeva con quello dei corpi bruciati nelle fosse comuni. In effetti, adesso che ci penso, credo che se tu fossi nata a quell’epoca ti saresti abituata in fretta alla birraia e ai fagioli stufati nel lardo…

 

 

Eppure dobbiamo molto a quegli anni. La Storia non sarebbe la stessa senza il Duomo e il cardinale Borromeo.

 

Diciamo che il Duomo era un simbolo per dare energia e desiderio di vivere a molti disgraziati, e che Carlo Borromeo è stato una colonna a cui molti si sono aggrappati per non sprofondare all’inferno. Milano a quel tempo era il crocevia d’Europa per raggiungere l’Oriente, e dunque eserciti, Papi e imperatori passavano tutti di lì. Per questo nel 1500 era la città più importante d’Italia, anche se pochi ne parlano, nei libri di storia.

 

armi

1) Spiedo dei lanzichenecchi, 1550; 2) Picca, 1660; 3) Lancia, 1500; 4 ) Spiedo da caccia, 1600; 5) Buttafuoco, 1700; 6) Falcione, 1550; 7) Partigiana, 1600; 8) Alabarda, 1520; 9) Alabarda, 1650; 10) Roncone, 1650; 11) Mazzapicchio, 1500; 12) Berdica.


Sono rimasti in sospeso il saglio e lo zuppone (capo di vestiario, non una zuppa grande), cadeniglie e granducciati. In compenso, di picche, spadoni e partigiane ho fatto anche il disegnino a mano.

 

Vedi, alcuni termini servono a dare il sapore e il gusto di un’epoca, anche se poi alla fine l’autore non spiega esattamente di che si tratta (e non potrei certo farlo, perché sono un narratore, non uno storico, e quindi non posso mettere note a margine). Leggendo capisci che cosa sono, te li immagini a modo tuo, e questo basta. Poche cose, poche parole misteriose ma dal chiaro suono d’epoca, che rendono più autentica la ricostruzione storica che sottende tutta la vicenda e i personaggi coinvolti. Dopodiché, io so benissimo di che si tratta, ma… me lo tengo per me!

 

 

E veniamo al linguaggio, o meglio alla lingua (anche ‘lunga’…) del romanzo.
Da quando ho completato la lettura non riesco più a parlare in italiano attuale, soprattutto se si parla di vestiario. E dire che mi davano già tutti dell’antica…

Sicché, messere, le porgo la domanda: davvero all’epoca si diceva ‘stronzate’ dal longobardo ‘strunz’? («Perché non la pianti con queste stronzate?» cfr. p. 275)
Oddio, è pur sempre sulla bocca di un monatto…

 

Guarda, in un famoso romanzo di Christian Jacq, Ramses diceva: “Quel cavallo corre come un razzo!” Non ricordo esattamente quando sono stati inventati i razzi, ma certo non all’epoca di Ramses nell’antico Egitto. Eppure, Jacq stesso ebbe a dire che non c’era nulla di sbagliato, in quello che aveva scritto, perché la sua operazione era stata quella di mettere un linguaggio moderno, con espressioni moderne, in bocca ai suoi personaggi, che però si muovevano all’interno di un contesto storico ricostruito in maniera rigorosa. Non avrebbe potuto far parlare Ramses come all’epoca, quindi ha senso che, “ritradotto” oggi, parlasse come noi. E i lettori hanno apprezzato, visto che il Ramses ha venduto decine di milioni di copie in tutto il mondo.

Io me la sono presa più comoda, e non sono stato certo a modernizzare fino a quel punto il linguaggio dei miei personaggi, però non ho voluto eccedere, non ho voluto esagerare con la “localizzazione” linguistica, e quindi, pur cercando di mantenere valido un certo “tono” cinquecentesco, non ho avuto scrupoli a far parlare Niccolò e gli altri in forma più moderna, più vicina ai canoni del lettore medio. E credo che se facessimo un sondaggio, risulterebbe che ben pochi si sono accorti di quel “stronzate” che hai rilevato tu. Il che ti fa onore, sia chiaro, per quanto non sia sbagliato, da un punto di vista storico. Ma neppure voluto…

 

 

E chiudiamo con una curiosità: nell’epilogo del romanzo hai fornito un assaggio della prossima indagine di Niccolò? O era solo un depistaggio?

 

No, sto scrivendo adesso quel romanzo, e parto proprio da lì. Questa dovrebbe essere una caratteristica della serie di Niccolò Taverna: al termine di ogni romanzo, metterò il primo capitolo del successivo, perché non bisogna mai scordare che, all’epoca, un magistrato non aveva mai momenti di riposo.

 

 

Suggerimento al prossimo killer: al posto dello stocco a quadrello nelle carni (che punge e magari fa male), non potremmo avere la prossima volta un avvelenamento con un bel piatto di quadrucci?

Magari preparati da donna Isabella…

 

E perché no? Suggerimento accolto.

 

 

httpv://www.youtube.com/watch?v=UDNHTUH1C-k&feature=related 

 

Chi è Niccolò Taverna?
http://www.youtube.com/watch?v=QHL5itE4cp0

 

Lettura brano 1 
http://www.youtube.com/watch?v=nTvUmhMZrF4&feature=related 

 

Lettura brano 2 
http://www.youtube.com/watch?v=sz03jAGYaLw

 

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Franco Forte, Il segno dell’untore, Mondadori, 2012

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Gamy Moore

Gamy Moore, ovvero Paoletta, Piumetta, e chi più ne ha più ne metta... Croce e delizia della rete.
Sceneggiatrice, scrittrice, poetessa in rima.
E il mondo viveva meglio prima.
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One thought on “Che la peste sia con voi!

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