di Cinzia Randazzo

  

sinagoga

 

In diverse chiese locali il concetto di chiesa viene ormai inteso purtroppo più come luogo di relazioni interpersonali di parte e di realizzazione dei propri interessi, che come luogo di pieno assoggettamento della volontà individuale a quella di Dio. Eppure l’idea stessa di sinagoga racchiude in sé immense ricchezze spirituali che potremmo adottare, per vivere appieno il culto “sabbatico”, anche nelle nostre chiese cristiane.    

 

 

 

Il ruolo della sinagoga nella tradizione giudaica      

 

Sebbene la nascita della sinagoga non possa essere datata con certezza, generalmente si ritiene che essa ebbe origine durante l’esilio babilonese dopo la distruzione del tempio di Gerusalemme, quando gli ebrei, non potendosi radunare più nel tempio distrutto, si riunivano in abitazioni private per poter continuare il loro culto. Fin dalle origini la sinagoga era intesa essenzialmente come casa di preghiera, nella quale gli ebrei si riunivano per leggere le Scritture, ascoltarne le esortazioni e gli insegnamenti.

 

I fedeli si riunivano nella sinagoga solo di sabato e nei giorni festivi per le loro funzioni religiose. Queste funzioni erano costituite da una professione di fede ebraica o Šema‘ (ascolta), la quale era recitata da tutta la comunità, il cui argomento principale è l’amore verso Dio, comandamento da interiorizzare e trasmettere di generazione in generazione.

La liturgia sinagogale ha come punto focale proprio l’esigenza di esprimere, ricordare e trasmettere l’amore verso la divinità.

 

Un momento centrale era la partecipazione degli adunati alla lettura del rotolo della Torah, in cui tutti insieme, nessuno escluso, si dovevano compiere certi rituali (agitare un drappo e rispondere amen). Ci si sedeva per conto proprio e ordinatamente, distinti per categorie lavorative.

Il settimo giorno era dedicato a istruirsi nelle leggi e nella filosofia dei Padri, con l’ascolto e lo studio della Torah.  

 

 

Il ruolo della sinagoga nella tradizione neotestamentaria

 

Rispettando le regole del servizio sinagogale, Gesù entra in essa di sabato e si alza a leggere il passo di Isaia 61,1-2.

Appropriandosi di tale passo profetico, Gesù fa intuire che proprio di sabato e nella sinagoga di Nazareth ha origine un nuovo culto sabbatico, di cui egli è incarnazione, in quanto unto dal Padre. In sinagoga annunzia quello che il Padre gli dice, perché il suo spirito è volto unicamente a proclamare di fronte all’assemblea ciò che il Padre gli ispira.

Egli compie fattivamente questo suo ufficio messianico nel portare ai poveri il lieto annunzio, nel proclamare ai prigionieri la liberazione, nel rimettere in libertà gli oppressi, proprio a partire dalla sinagoga. La sinagoga diviene perciò segno tangibile e concreto di questa sua ferma volontà di esternare al mondo, e quindi tra i fedeli presenti, l’eterno messaggio di libertà e di amore che lo unisce al Padre.

 

 torah

 

Quando Gesù legge il passo di Isaia, gli ebrei nella sinagoga ascoltano attentamente le sue parole, lasciando da parte preoccupazioni o interessi mondani.

L’insegnamento che se ne può trarre è che sull’esempio degli ebrei, anche i fedeli cristiani nelle nostre chiese dovrebbero tenere gli occhi fissi su Gesù di Nazareth, presente durante la celebrazione liturgica, senza distogliere lo sguardo da lui, in modo da non far prevalere meschini interessi di parte.

 

Gesù prediligeva il silenzio alle chiacchiere. Ciò che conta è la ferma predisposizione di ognuno ad aprire il proprio cuore a Dio, e questa forma di culto sabbatico in senso verticale si realizza nel silenzio, dove la propria anima è sola con Dio, in un dialogo interiore. Anche in senso orizzontale Gesù predilige la categoria del silenzio, perché le opere di carità prevalgano sulle parole. Solo così le nostre chiese locali, immagini viventi della sinagoga, potranno divenire luoghi di salvezza fisica e spirituale.

 

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