di Emma Fenu

 
vintage e shabby chic

 

Ho sempre un fiore in testa, sia nelle mattine afose e soleggiate, sia sotto un ombrello grondante di pioggia o ben celato da un cappello di lana, mentre imperversa la neve; o nelle tarde serate trascorse al mare, con i piedi scalzi sulla sabbia leggermente umida; durante le feste di fine estate, sotto il cielo stellato, in cui i tacchi, fedeli alleati, mi fanno svettare di 10 centimetri in 10 secondi.

No, non lo innaffio e non cresce di sua sponte. È solo una corolla di petali di stoffa, talvolta con inserti in tulle o con un vezzoso baffo di veletta, col quale appunto una ciocca di capelli a lato del viso.

 

I fiori hanno un’influenza misteriosa e sottile sui sentimenti, analogamente a certe melodie musicali”.

H.W. Beecher

 

rossettoPotrei etichettarmi in molteplici modi, ricorrendo ad un folto novero di aggettivi e sciorinando una discreta capacità di barcamenarmi fra metafore, similitudini e metonimie.

Tuttavia, non sono una creatura classificabile in un archivio ordinato per sequenze numeriche e alfabetiche. Mi presento, invece, come un’armonia di note contrastanti, ossia come una Donna, non complicata, ma, senza dubbio alcuno, complessa.

 

 

 

Buttate pure via ogni opera in versi o in prosa. Nessuno è mai riuscito a dire cos’è, nella sua essenza, una rosa”.

Giorgio Caproni

 

In questa sede, però, mi limiterò a definirmi, con orgoglio, Vintage e Shabby Chic.

Impresa ardua raccontarsi, anche se solo tramite il filtro prismatico di uno stile, proprio oggi, sempre più amato e in voga.

Ma è giunto il momento di incominciare.

 

L’inizio è la parte più importante del lavoro.”

Platone

 

Vivo in un mondo di latteo candore impreziosito da colori pastello, che virano dal rosa cipria, all’azzurro “polveroso”, al verde acqua, e scaldato da tocchi di tortora, beige e marrone.

Immaginate un tavolino da salotto stile anni ‘20, dal legno dolcemente usurato dalle troppe carezze di mani delle donne che si sono avvicendate, nel fluire delle generazioni, nella medesimatè casa.

Seguitemi, in questo percorso di memorie e di figure evocate.

Al centro del tavolino è posto un centrino, appena ingiallito per il lungo tempo trascorso chiuso dentro un baule ligneo. Un rettangolo di lino ricamato, con maestria, con la tecnica dell’intaglio o bordato da una fine trina realizzata con i fuselli del tombolo.

Sopra vi sono disposte alcune tazzine da tè in porcellana, in nuances delicate e tenui, con un piccolo fiore dipinto all’interno, destinato a tingersi dello scarlatto del rossetto sprigionato dalle labbra che vi si poggeranno, come farfalle, per suggerne la bevanda aromatizzata alla vaniglia. E, accanto alla teiera, biscotti al burro, che evocano le terre del nord, macarons deliziosi, che raccontano, come in un bisbiglio, le meraviglie di Parigi, un fascio di fiori di lavanda, che fa sognare le distese profumate della Provenza.

Le mie unghie sono pittate con la half moon, ispirata alle dive dei primi decenni del secolo scorso, la mia gonna disegna una ruota in cui danzano minuti pois, come quelle delle pin up, fanciulle sorridenti nelle locandine pubblicitarie del periodo post bellico, e le mie scarpe ornano, con la sagoma di una T, il mio piede nudo.

 

Ognuno è fatalmente legato al passato dalla memoria delle cose, delle piccole cose che sono come molecole di noi stessi”.

Carlo Maria Franzero

 

Ma non solo quanto descritto sopra è essere “vintage”. E neppure solo circondarsi di credenze decapate, valigie consunte, impilate a formare comodini, foto in bianco e nero, onde fra i capelli, brocche di ferro smaltato in cui ospitare rose e peonie, specchi ovali in cui si rincorrono volute floreali, scatole di latta che serbarono, un tempo, lettere d’amore vergate a mano, pizzo a profusione, lampadari con gocce di prezioso cristallo che ci fanno rammentare i fasci di luce variopinti, descritti nel romanzo, letto da bambine, in cui si celebra la prorompente vitalità di Pollyanna.

 

Pollyanna dal letto fissava la striscia di luce colorata proveniente da un prisma appeso alla finestra e che danzava sul soffitto. […] Adoro gli arcobaleni. Sono così contenta che Mister Pendleton mi abbia regalato quei prismi di cristallo”.

Eleanor H. Porter, Pollyanna

anni '20 

Essere “vintage” è, soprattutto, amare epoche lontane, immergersi nell’odore soave dei ricordi, divorare libri di grandi autori del passato, ricercare con bramosia ciò che è stato perduto, pur consapevoli che non tutto era “buono” e che il progresso ci ha regalato nuovi orizzonti di conoscenza e inestimabile libertà.

Essere “vintage” è, pertanto, prendere coscienza di ciò che siamo oggi, donne e uomini risultato di icone di stile imperituro, di arredi dal fascino immutato, ma anche di vite smarrite nei meandri della Storia e dimenticate. Eppure tutti figli del mondo odierno, in evoluzione continua e rapida, in balia di un click sulla tastiera di un pc grazie al quale immetterci nella magia del futuro imminente.

Tutto ciò, con un fiore in testa. Perché no? È così deliziosamente shabby!

 

L’incomprensione del presente cresce fatalmente dall’ignoranza del passato”.

Marc Bloch

 

 

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