intervista di Luigi Pirani a Mauro Cristofani 

In occasione di una sua recente mostra personale, ho intervistato l’artista Mauro Cristofani.

Maestro, nella sua opera il gatto è una presenza diffusa.

-Sì, il gatto compariva nella mia prima opera, e successivamente è un soggetto che ho sempre ripetuto, trasfigurandolo in vari modi, talvolta rivestito di corazze bizantine vagamente aggressive, talaltra figura docile apparentemente offerente sui vellutati cuscini del tepore domestico, ma sempre creatura felpata e complessa, carica di molteplici sensi. Il gatto come simbolo dell’imprendibilità, di tutto quello che non riusciamo ad afferrare, destinato perciò a restare desiderio inappagato e a conservare quindi tutto il suo fascino.

-Nel panorama della pittura italiana, la sua posizione appare eccentrica, un caso originale e raro, che in qualche modo si ricollega all’iconografia simbolista e all’Art Nouveau. Come vede il suo rapporto con la cultura figurativa contemporanea?

-Credo di vivere pienamente la mia epoca, non sono un nostalgico a tutti i costi. Ritengo che, per farsi interprete del proprio tempo, sia un vantaggio anche saper utilizzare gli strumenti grafici e cromatici più fini e acuti.

-Mi sembra che la sua opera, così ricca di preziosi elementi decorativi, sia contrassegnata da una visione della vita centrata sull’amore della bellezza, che prevale sempre sull’impeto delle passioni. Che importanza ha l’urgenza dei contenuti nella sua pittura?

-Ogni mia composizione nasce da un episodio vissuto, sofferto o goduto: così, brani della mia esistenza diventano linee e colori sublimati in simboli che, talvolta, diventano anche per me misteriosi…

-Certe sue invenzioni pittoriche sembrano la proposta, non priva di autoironia, di modi espressivi che richiamano i doni della grazia ellenica o della saggezza orientale. È questa una possibile chiave di lettura delle sue opere?

IMG_0729La mia sensibilità è sempre stata attratta da certi periodi storici: dapprima quello greco ed etrusco, quindi il tardo manierismo e poi il grande momento della fine del secolo XIX. Queste sono le mie radici culturali.

-In certi quadri appaiono mostri fantastici: simboleggiano forse le minacce epocali che insidiano la sopravvivenza dell’umanità?

-I miei “mostri” sono le mie passioni più segrete, vagamente autodistruttive: è come se desiderassi di visualizzarle nel tentativo, un po’ infantile, di esorcizzarle. Mostri come raffigurazione dell’inconscio da cui provengono impulsi misteriosi quanto prepotenti, spesso in contrasto con le regole di condotta morale cui l’uomo deve attenersi per salvaguardare se stesso e l’assetto sociale nel quale è inserito.

-Ma torniamo ai suoi gatti, e a quello rosso che ha scelto come logo trainante di questa mostra.

-È un gatto orgoglioso, ammiccante quanto enigmatico, pronto a manifestare crudelmente la propria ripulsa o mollemente languido nell’offerta di sé, ma sempre e soltanto per il proprio piacere, ambigua deità a cui tutto è concesso.

-Maestro, la narrativa negli ultimi anni ha occupato un posto preminente nella sua attività.

-I miei racconti fantastici non sono che la traduzione letteraria delle immagini dipinte: aprono alla dimensione del meraviglioso, prendono per mano il lettore per trasportarlo in uno scenario fantastico, dove si realizzano i desideri nascosti in una comunione intima con la natura.

Iric 097 (2)Sembra che, come narratore lei abbia il dono di calamitare il lettore con sottili e allentanti sortilegi, tanto da indurlo ad andare avanti fino ad immedesimarsi in storie infinite di sensazioni e sentimenti, avvolti in un alone di sogno e mistero.

-I protagonisti dei miei racconti vivono esperienze avventurose, tra fantasia e realtà, che si concludono quasi sempre in un finale rasserenante. Sono favole che hanno il gusto smaliziato del divertimento, rivelano spesso lo svolgimento di una parabola, dotata in qualche caso di una sua morale positiva.

Lasciamo l’artista nella sua casa-rifugio e torniamo ad aggirarci nelle sale del Porton Rosso, dove un gatto rosso si aggira furtivo ed elegante, compiaciuto di tanta ammirazione e mai emozionalmente coinvolto. Ronfante e lontano, imprendibile e misterioso, curioso. Ci fissa con occhi strabici e gialli, trionfante perché sa che avrà sempre adoratori e carezze.

 

Si ringrazia Micaela Lazzari per l’editing

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