di Enzo Buscemi

 

Cara M.

con l’augurio che possa leggere le mie lamentazioni o quello che verrà, perché non ho idee chiare su quanto sto scrivendo.

Mattinata carica di problemi, tanto per cambiare. Umore quasi pessimo, auto antica con guasto grave ancora da valutare, nessuna voglia di lavorare, e repulsione a incontrare le solite facce di ogni giorno. Basta così o preferisci che continui?

Non sento proteste: vado avanti.

L’indole di queste righe è certamente diversa da quelle che non hai mai avuto dalla Sicilia.

Queste, certamente, saranno oltremodo sconnesse, perché la testa proprio non ci sta. Ma non è detto che la mancanza di ordine non sia, a suo modo, divertente. Di che cosa vogliamo parlare? Non ho idea.

Mi sbaglierò ma siamo nella stagione da molti dedicata al mare. Ma qui il mare che adoro, proprio non lo vedo. E immagino come stia conducendo la sua eterna lotta a convincere la terra che lui ne fa parte. Il suo moto è continuo e assillante. Viene avanti, torna indietro, si ripropone con la stessa intensità, e se la terra non dà segni di averlo notato torna ancora, con violenza. Lui ce la mette tutta. Le spiagge si lasciano consumare, ma non si integrano con l’acqua che incalza. Una sorta di similitudine con la nostra stessa esistenza. Perché da sempre, tentiamo di convincere il mondo che ci siamo. E come il mare, a un certo punto, mettiamo da parte la dolcezza e diventiamo violenti corrompendo quanto ci circonda. Ma il mondo ci ignora. Innumerevoli vicende gli scorrono sopra, da milioni di anni, ma lui non ci fa caso. Ne sopporta, insensibile, le ingiurie. Si lascia stravolgere, ma non dà il minimo segno di compiacenza alle fatiche di ognuno. E più aumenta la nostra fatica, più, cresce e diventa immensa l’indifferenza. Uno stato mostruoso che finisce sempre nel nulla, che per noi è morte. La riconsegna di un abito già usato, ricevuto in prestito, e poi da restituire. E questo accade quasi sempre quando la fattura è al limite della perfezione, e dovrebbero cominciare i momenti giusti per sfoggiarlo.

Ti metto in crisi, pazienza, potrai scaldarti con un sole non necessariamente pallido, ma pensando a quanto ne potrai godere cambiando latitudine. Filosofia di distruzione per una mattinata uggiosa ma certezza di universale inutilità. Precarietà, forse, che nessuna voglia di fare, può cancellare del tutto. E allora tenti di gioire di un’attesa infinita. Rassegnata. Perché il dopo è irrinunciabile. E ti viene in mente quanto di più bislacco, perché sei così stanco che potresti riconsegnare l’abito senza nemmeno un preavviso. Solo, ti preoccupa la possibilità della sorte che sarà riservata ai tuoi libri, ai tuoi mille piccoli segreti, alle pagine con le tue più remote sensazioni che nessuno ha mai letto e che per pigrizia hai sempre dimenticato di distruggere.

Pensieri normalmente tristi, certezza vecchia quanto il mondo e senza tema di smentita. Risultato di miliardi di movimenti, di azioni di ogni genere. Onda incessante di ipotesi semplici o contorte, ma tutte rivolte a dimenticare che, come ogni cosa che ha una vita normale, in natura, siamo stranamente ignorati. Che basta un soffio per cancellarci, e che non sono sufficienti nemmeno i ricordi a riportarci in vita, secondo una pietosa lusinga sempre più romanzata e compiacente. Da questo la necessità di vivere il momento con la minor sofferenza possibile, anzi, tentando di alleviare quelle che i colti chiamano ‘ambasce’ anche nelle persone che, per un verso o per l’altro ti sono momentaneamente vicine.

Sono abbastanza sconvolgente o aumento la dose? Nemmeno adesso tenti di mandarmi a quel paese. Sei d’accordo con qualcosa che ho appena detto o non hai voglia di pensare? Proseguo perché credo che intuisca come il mio comportamento possa apparire spesso contraddittorio. Ma in effetti è limpido. Ho pochissime, quasi nessuna certezza globale. E tento di vivere senza subire, più di quanto non mi sia imposto. A questo punto, ogni momento guadagnato diventa stupendo se riesco ad accantonare le afflizioni perenni. Su questo credo che tu sia d’accordo. È anche dimostrato, perché insieme abbiamo vissuto attimi, minuti, ore, bellissimi e se le onde non saranno più violente del solito credo fermamente nella possibilità di trovare altri momenti di grazia. Ragazza bionda, svestirsi dei problemi e annullarsi per quanto concesso, è difficile, ma credo che per noi, anche se a rate semestrali, sia straordinariamente facile. La curiosità della prossima volta è impagabile e ogni volta, capita che le sincronie di dolcezza o altre più fulminanti siano talmente belle (almeno per me) da accendere sempre più forte la voglia di te. Ed è per questo che la mia povera fantasia spesso si figura accanto a te in un posto che non conosco, a guardare un canale che immagino con filari di alberi addobbati di foglie non solo verdi ma con gradazioni che sfociano in tinte morbide e luminose. Scenografia forse appena simile ma che io dipingo con grande cura anche se ogni volta modifico, soprattutto nella tonalità della luce, tanto importante a dare corpo alle cose. A creare suggestioni talmente intense da farmi sentire la tiepida radiazione di un corpo che mi affascina e che (nel sogno) ho la facoltà suprema di possedere donandogli il mio. Momento fatto di mille altre sensazioni che sfociano in un appagamento capace di farti stare in silenzio ad ascoltare te stesso senza chiedere spiegazioni di nulla a nessuno, perché, in realtà, quella parte di mondo che ogni volta ti costruisci intorno è tua e basta. Ragazza bionda, tu almeno sai dove immaginarmi. Anche mentre leggi le mie follie puoi vedermi esattamente com’ero quando le scrivevo. Ma se insisti sono anche disposto a ricreare dal vero la mia figurazione fantastica. Debbo però modificare sensibilmente la scenografia. Qui sotto non c’è un canale, c’è una sorta di bolgia maleodorante. Però pensandoti riesco a farla diventare una via romantica davanti a un bosco. I quattro stecchi di avocado che stanno sul balcone diventano le quinte davanti a un cottage in prossimità degli alberi alti, e più in là, ne sono certo, c’è anche un fiume in fondo alla valle. Quella sera, la prima, ne ascoltavamo lo scorrere affacciati alla balaustra del borgo medievale. Avevi freddo e io non ti avevo ancora baciato. 

 
Maggio 1993

 

Immagine di copertina di Enzo Buscemi 

Gamy Moore
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