The Oath – Il giuramento: la metamorfosi violenta di un uomo qualunque

 

di Francesco Grano

 

The Oath locandina

 

Islanda, giorni nostri. Finnur (Baltasar Kormákur) è uno stimato cardiochirurgo che trascorre la sua esistenza tra lavoro, vita famigliare con la seconda moglie e l’attività sportiva. Colpito dal lutto del padre, Finnur si preoccupa per l’incolumità, sia fisica sia mentale, della figlia maggiore Anna (Hera Hillman), diventata tossicodipendente con la complicità di Óttar (Gísli Örn Garðarsson), suo fidanzato dalla dubbia fedina penale. Sempre più in ansia, Finnur cerca in tutti i modi di allontanare Óttar da Anna. Dopo aver segnalato la presenza di uno zaino pieno di droga in casa del ragazzo, quest’ultimo inizia a rendere la vita del medico un inferno: dalle minacce passa alla violenza fisica, fino all’estorsione di denaro. Messo alle strette e senza il supporto della legge, a Finnur non resta che farsi giustizia da sé, ricorrendo a metodi poco ortodossi e puliti.

 

   figlia   figlia e padre

 

Scritto (insieme a Ólafur Egilsson), diretto e interpretato da Baltasar Kormákur, regista di Contraband, Cani sciolti ed Everest, The Oath – Il giuramento (Eiðurinn, 2016) si incastra alla perfezione nel filone del thriller nordico, in quella produzione cinematografica dell’estrema Europa tanto in voga nell’ultimo decennio. Mai distribuito nelle nostre sale e passato in rassegna in numerosi festival, The Oath è un thriller dalle forti venature noir che – di pari passo – attinge anche a quel sottogenere a volte amato e a volte odiato del revenge movie. Fin da una delle prime scene (ovvero quella che vede il protagonista riporre al sicuro un vecchio fucile da caccia nella casa del defunto padre), The Oath decodifica e trasmette allo spettatore quello che è e sarà il suo contenuto d’insieme: la distruzione della quiete famigliare. Senza citare a caso la oramai legge della pistola di Anton Čhecov, quel ricorso drammaturgico che, spesso e volentieri, si rivela fondamentale per l’avanzamento della storia, in The Oath diventa rivelatore delle intenzioni del regista: grazie alla rappresentazione filmica di un gesto – apparentemente – senza significato, Kormákur dà il via a una escalation senza soluzione di continuità fatta di disperazione e violenza.

Finnur è un uomo tranquillo, placido e in cerca di un equilibrio, di una risoluzione pacifica con l’intruso, con il nemico privato rappresentato dallopadre e intruso squallido pusher Óttar, soggetto incapace di empatia o rimorso per l’induzione all’autodistruzione di una mente fragile come quella di Anna. Eppure, come già altre pellicole hanno saputo di(mostrare), su tutte il controverso e – a tratti – estremo Cane di paglia di Sam Peckinpah, ogni uomo, senza esclusione alcuna, di fronte all’ottusità e alla violenza altrui, a sua volta si trasforma nel riflesso speculare dell’altro da sé. Incapace di affidarsi alla giustizia, a quelle autorità che dovrebbero assicurare l’incolumità dei cittadini, a Finnur non resta altro che diventare, in extrema ratio, giudice, giuria e giustiziere pur di salvare ciò che resta di sua figlia e della sua famiglia. Tra scorci urbani coperti dalla neve e le lande fredde e desolate al di fuori della metropoli, si assiste a quell’eterno scontro tra la culla della società (la città) e i luoghi ancestrali e originari dell’uomo, quelle terre a volte tanto brutali quanto prive di legge. Non a caso il personaggio di Finnur, ben caratterizzato e interpretato da Baltasar Kormákur, e la sua freddezza d’animo coincidono, si sovrappongono con ciò che lo circonda: da una parte la metropoli, centro nevralgico dell’uomo modello e ben integrato nel tessuto societario, rispondente a un’etica di comportamento fondata su diritti e doveri, dall’altra parte la natura, lontana dal cemento e dall’acciaio, depauperata da qualsiasi tipo di sistema legislativo (tranne per quello della Madre Terra), lasciando così spazio alla vendetta (e al delitto “perfetto”).

In mezzo a interni algidi e scuri, strade innevate, scene diurne e notturne, sobborghi lussuosi fatti di vetro e trasparenze, The Oath mette in scena l’inevitabile implosione del nucleo famigliare e – contemporaneamente – l’esplosione della violenza brutale (e cieca). Grazie a una regia essenziale ma molto precisa, Baltasar Kormákur riesce a rappresentare in maniera diretta e senza sbavature la metamorfosi violenta di un uomo qualunque, di un cittadino modello che, potendo far affidamento solo ed esclusivamente sulle proprie forze, diventa a sua volta vittima di se stesso, trasfigurando il padre di famiglia amorevole e il medico di carriera in un giustiziere assetato di vendetta. Facendo ricorso a numerosi primi e allo specchioprimissimi piani, Kormákur rende partecipe lo spettatore della consapevolezza acquisita dallo stesso Finnur: quella di aver varcato il punto di non ritorno e, così, di essere diventato un “estraneo” ai suoi occhi che si riflette nelle lastre di vetro della sua casa. Uno “straniero” che non si vuole accettare ma, tuttavia, alberga dentro di lui.

Thriller dai tempi lenti e dalle forti implicazioni etiche e morali, The Oath dimostra di essere un buon esercizio di stile registico. Sospendendo il giudizio sul fatto se la giustizia fai da te sia o non sia accettabile, il regista islandese confeziona un lungometraggio interessante da ogni punto di vista e che, mettendo da parte il politically correct, si avvia verso un finale amaro e lasciato, liberamente e volutamente, aperto.

 

 

Gamy Moore
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