Gennaro e Ciro, in quel di San Siro

L’essenza dell’umano è uguale ad ogni latitudine
(G. M.)

 

Peccato che il regista Massimo Costa ci abbia lasciato troppo presto, oggi il suo film è più che mai attuale, per non dire profetico, e andrebbe visto insieme al più incensato Giù al nord, bel film che ha in più il merito di aver avuto miglior fortuna nelle sale.

Poco conosciuto, passato quasi inosservato, La repubblica di San Gennaro è una commedia grottesco-leggera, non priva di consueto fondo amaro, senza i tromboni o i moralismi che inneggiano a un dovere di unità spesso fittizia o puramente burocratica del  Belpaese.

Non sono per la secessione, ma a chi la invoca a gran voce ammetto che pur senza referendum volentieri la ‘concederei’.

L’Italia, da sud a nord, è bella perché è varia, ma a volte sarebbe un bene, come due amanti, restare un po’ divisi per ritornare ad apprezzarsi di più.

Nel film ognuno va per la sua strada. Se non si può convivere in pari dignità, meglio una dignitosa separazione.

 

Una repubblica fondata sul lavoro (di chi?)

Italia nel 2013: sancita con referendum la secessione, penisola divisa in due.

Un uomo del sud (Gennaro Strummolo), residente a Milano, un lavoro in fabbrica, vuole farsi adottare a tutti i costi dalla Padania,  cui ha fornito tempo e fatica, ma il nord lo rinnega. Per essere ammesso deve superare il programma di ‘civilizzazione’, che in realtà consiste in un semplice snaturamento, già da tempo avviato.

Sua sorella (Addolorata) è invece sempre alla ricerca di un ‘biglietto di ritorno’ per la capitale partenopea, alla quale, diversamente dal fratello, non si vergogna di appartenere.

Ma neanche il sud li rivuole.

Alla fine, disgustati e disillusi dal trattamento subito da immigrati reietti in Patria, s’imbarcano con uno stratagemma (fingersi ‘profughi’ con passaporto jugoslavo, in modo da sbarcare nell’Italia del sud via mare e chiedere quindi asilo politico), entrambi convinti di aver fatto la cosa giusta, ritrovando, soprattutto lui, perduta dignità ed affetti, e un futuro magari incerto, ma all’insegna dell’autenticità.

 

Gennaro e Ciro, polenta e pastiera

Gennaro Strummolo e Ciro Cacace (il fidanzato napoletanissimo di Addolorata) sono agli antipodi, esattamente come i due santi nella devozione popolare. Unica cosa in comune (Addolorata a parte), ronzano come api intorno all’algida, ma poi non tanto, funzionaria settentrionale, che può disporre dei loro destini burocratici.

La meglio l’ha, ovviamente, il caliente giovanotto dall’appeal meridionale.

 

Non possiamo certo dire che il film faccia a meno di stereotipi (la polenta e il panettone che tentano di insidiare pastiera e limoncello, il sacro Po che tenta di sbaragliare il Tevere, la carica erotica travolgente e passionale dell’amante del sud di contro alla freddezza o timidezza nordici).

Volano e si rimbeccano poi sonorità napoletane, cadenze italiote nobili e sussiegose, accenti strascicati o stretti e striduli, improponibili ma divertenti storpiature all’anagrafe.

Tuttavia, se si eccettuano un paio di digressioni inutili, il film pur non mancando di difetti tecnici scorre sinuoso, con tratti esilaranti (v. la cerimonia degli aspiranti cavalieri del Sacro Po).

Il tutto condito dal tormentone dei Gipsi Fint.

 

Vizi e virtù stanno dappertutto, a nord come a sud, e forse si vorrebbe anche in un film un po’ più di satira feroce, governo ladro… Il film poteva essere un inizio… nessuno ha poi battuto questa strada.

Pare infatti che gli sceneggiatori italiani s’impegnino a fondo oggi solo nell’esplorare in lungo e in largo l’idea della Famiglia rapportata a se stessa, facendone una sacra istituzione laddove la realtà vera insegna che è spesso poco più di una finzione.

 

httpv://www.youtube.com/watch?v=xy32ywaeGX4


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La repubblica di San Gennaro, Italia, 2002 (uscita 2003), regia di Massimo Costa

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