Poveri? No, G.G. Belli

 

Premio Belli   

 

Avventura che difficilmente scorderò. Due sole ore che, a volerle raccontare, ci viene giù un romanzo.

E dire che la giornata era partita con la consueta routine che precede cerimonie di questo tipo. Sveglia all’alba per essere pronta per le 3 del pomeriggio. Un must. Come sarà mai possibile tutto ciò – direte voi – lo sa soltanto il Mister lassù e magari qualche altro povero diavolo del girone dei lentoni (un altro di quelli non previsti dalla Commedia del mio amico Dante). Non è una novità che io sia lenta – io però correggerei in serafica – ma a onor del vero pure gli imprevisti hanno la loro colpa. In quelle ore cruciali, ovvero mentre stai per entrare nella doccia, tutto il mondo decide di sottoporti le sue pratiche/problematiche, ripescando dal dimenticatoio amici che necessitano di un supporto immediato dopo secoli di silenzio assoluto, tal che non sai neanche più dove si era rimasti, ere addietro… Poi magari arriva pure il gatto coi suoi disturbi intestinali o irragionevoli richieste di super coccole, oltre quelle regolamentari. E intanto le ore letteralmente fuggono e pare che quel giorno andrà tutto storto, stante il carico di stress già bell’e accumulato.

Non ci si mette anche la pioggia? Certo, sperare che il 15 dicembre soffi un ponentino dopo pranzo, o un venticello che attenui la tensione di non raggiungere in tempo il luogo deputato, equivale a una bestemmia in pieno clima natalizio. “Fate i buoni”, suggerisce il mago del pandoro. O erano i biscotti?
Predisporre la mise – inutile dire – è sempre problematico: troppo leggera, in previsione dei rigori della serata; troppo pesante, farà un caldo boia nell’aula delle feste, quel salotto buono che vale la pena visitare solo per dire “sono stata in Campidoglio ieri…” e non per sposarmi o fare daCampidoglio testimone a qualche incauto che ancora crede nell’amore, non avendo letto i miei sproloqui letterari. Essere lì per la finale del Premio Nazionale Letterario, d’Arte e Cultura Giuseppe Gioachino Belli. Un nome, una garanzia. Il suo. Il mio non saprei, ma sono stata avvisata/convocata da regolare mail, sono ufficialmente in finale, dunque dovrò ballare…

Improvvisamente consapevole, mi sale, enorme, anche l’imbarazzo. Già lenta e tesa, cambierò pure colore. Ma essendo aliena, ci può stare.

Entro e ovviamente mi inchioda la vigilanza: praticamente mi scannerizzano che quasi quasi chiedo la stampa tridimensionale e dunque la mappatura del mio corpo, sai mai possa servire per una copertina fantascientifica o, meglio ancora, nel mio caso, horror.

Orde di ragazzetti scalmanati si affrettano intanto a conquistare i posti a sedere e pure quelli in piedi, con la scusa che, essendo piccolini, dietro non vedrebbero nulla.
E io che dovrei dire, che – come direbbe l’Anna nazionale – sono anche cecata?

Non solo cecata, pure sorda e mentecatta, visto che quando qualcuno pronuncia il mio nome mi scopro smemorata di Collegno. Ma è proprio sicuro che hanno chiamato me? Con quale dei miei tanti nomi?

Vedo intorno a me facce smarrite. Decido allora non so come che è meglio farmi avanti e sperare mi consegnino qualcosa senza farmi neanche pronunciare una parola. Non vorrete mica che legga, anzi declami, la mia poesia? Non sono fatta per certe cose, sono una da backstage, dal di qua della “barricata, mdp, selfie e compagnia bella”. Ecco, sono perfino astemia, dunque evitiamo brindisi, frizzi, lazzi e hip hip urrà… Così mi ritrovo fra le mani una targa con qualcosa inciso sopra, applausi a scena aperta e neanche una via di fuga. Più tardi qualcuno mi dirà “bella la tua poesia”, e allora saprò di averlo fatto davvero quel fugace passaggio sotto le luci della ribalta, circondata da sguardi compiaciuti e sorrisi ammiccanti, dopo avere accennato anche qualche passo di danza con inchino finale a Giuria e astanti. Anche quello, ormai, un marchio di fabbrica.

Uscendo dalla sala guardo sorniona la fila interminabile di busti che solenni mi avvisano che mancano esattamente 24 ore.
Ne deduco, svegliandomi di colpo, che la fatidica giornata è ancora da venire. E chissà chi lo sa, come sarà…

 

15 dicembre 2017, ore 17 passate

…Da scampato infarto, per cominciare. L’autista del bus confonde il Campidoglio col Quirinale, ma dopo il mio urlo alla Munch conclude: “C’ha ragione Signò, deve scendere qua!”
E dire che non sono io la romana…

Piazza del CampidoglioPiazza del Campidoglio, di sera, al freddo – per fortuna non eccessivo – e nonostante la pioggia, è uno spettacolo che non finisce mai di incantare.
Mi vedo costretta tuttavia a rinviare visioni ed estasi. Sono già in ritardissimo!

Rischio cadute e scivoloni alla Potëmkin, causa viscido fondo stradale e suola di gomma: altissimo. Arrivata in vetta, evito di baciare il pavimento come farebbe il Papa ma un ringraziamento alla mia buona stella lo mastico comunque.

Do un’occhiata intorno, e già intravedo sagome illustri. Di pregiato marmo, o altro materiale da scultori.
Scorgo nel contempo uomini e donne – in carne e ossa – e in divisa; sarà per i controlli, immagino.

Ma de che, ahò? Non mi fermano neppure, e allora mi fiondo come un Frecciarossa alla reception per ritiro diploma e connesso librone. Nonostante il mio aspetto da gatto arruffato, la segretaria mi consegna all’istante la pergamena e anche una copia dell’Antologia, senza neanche accertarsi della prenotazione, peraltro regolarmente effettuata. “Gliela consegno sulla fiducia”, dice. E io che non riesco a credere alle mie orecchie. Sarò meno arruffata di quanto penso.

 

Bella la Sala, Belli il Premio

Gremita oltremisura, 300 fortunati sono già assisi a favore di Giuria; gli altri, ritardatari o lentoni, a fondo campo, nella quasi vana speranza di vedere liberarsi un posto.

Mi sistemo in un angoletto affollato, fra ombrelli e incrocio di fili. Non scorgo nessuno a me noto ma sono ugualmente in ottima compagnia: accanto a me riconosco un volto amatissimo. L’immenso Giacomo.

Staziono per tutto il tempo (in piedi o accovacciata) al suo cospetto. Lo sguardo non è accigliato, sembra perfino tenero: mi accorgo di vaneggiare. Tutt’al più sarà compassionevole, mi dico io; almeno lo spero.

Perché ne ho di cose da farmi perdonare, prima fra tutte L’in-piccante, che osa parafrasare il suo meraviglioso Infinito rendendolo bruciante. Orrore!!! Ma i Sommi e i Vati sono ormai avvezzi alle mie castronerie. Non a caso, la distanza fra me e il divino Dante resta abissale. Lui, giustamente, alle spalle della Giuria, supervisiona le operazioni. Io lontana anni luce, nella mia postazione di reietta.

Seppur cecata, scorgo un’intera tavolata stracolma di trofei. Li intuisco soltanto, essendo la sala più profonda delle mie capacità visive. Non so se ci saràcoppe e targhe da bere, tanto io sono già bell’e ubriaca osservando i suoi fregi e marmi, quadri e arazzi. Volendo esprimermi, direi che la Protomoteca è sontuosa (mirabile per ricchezza ed eleganza d’apparati) seppure misurata. Certamente il salotto più accreditato e consono a un premio come il Belli. Così ricco (di Cultura e respiro) e soprattutto variegato.

5 le sezioni a concorso per la XXIX edizione: Poesia in Lingua Italiana, Poesia in Dialetto, Pubblicazione, Arti Figurative, Sezione Green (minori fino a 13 anni) per un totale quest’anno di 494 finalisti, giunti a Roma da ogni parte d’Italia. Oltre 3000 le opere a concorso. La Giuria si è detta soddisfatta e incoraggiata a proseguire negli intenti, ovvero «non premiare artisti già noti e riconosciuti, ma soprattutto nuovi talenti che meritano di emergere».
Io concorrevo con La Gamyriosa (una delle mie famigerate Rime e rimacce), testo in lingua italiana con qualche sfumatura in dialetto; in sostanza un ibrido, categoria alla quale pare sia affezionata, se si pensi al successivo Zerowatt. Opere peraltro strettamente correlate.

Dopo l’elenco dei patrocini e la nomina dei nuovi Accademici (coloro i quali si sono distinti, e il cui contributo viene premiato in concomitanza al concorso) si è arrivati ai riconoscimenti agli autori. Particolare attenzione è stata riservata quest’anno ai giovanissimi (premiati, fra i tanti, gli alunni di un istituto, arrivati con la maestra, provenienti da Santeramo in Colle) e i sempre giovani – ma anagraficamente più in là con l’età – come il Maestro Giorgio Onorato che ha deliziato la platea con la sua voce ancora potentissima (alla faccia dei 90 compiuti).
Doveroso il ricordo e l’omaggio a Lando Fiorini, l’anima romantica della città eterna.

diploma finalista BelliDue ore che hanno visto sfilare, fra applausi ed encomi, i vincitori di ogni sezione. Ai finalisti, giunti al “diploma” e presenti nell’antologia, sarà riservata a breve una seconda intrigante opportunità, siglata dall’Accademia: leggere e commentare tutti insieme le opere pubblicate. Si è già avuto modo in prima serata di stringere contatti e amicizie fra noantri, come direbbe il poeta, ed è altamente probabile che anche il prosieguo riservi scintille.

Essere infine scambiata da tanti per un’altra scrittrice può definirsi la ciliegina sulla torta; copione, questo, già andato in scena alla recente Fiera Più Libri Più Liberi.

Chi sarà mai la sventurata che mi somiglia come una goccia d’acqua e che tutti scambiano con me, resta un mistero. I suoi amici e conoscenti, stringendomi la mano e ossequiandomi, erano più che sicuri di avere di fronte lei.

Cara collega, dunque, se ci sei, batti un colpo. E magari la prossima volta facciamo un duetto.

Tante, anche troppe, le emozioni in una sola serata… Ma alla fine siamo passati indenni da ogni pericolo e soprattutto carichi di rinnovate energie. Per una volta, le paure che inconsciamente ci affliggono sono sembrate svanire in un contesto – e in un luogo – fuori dal Tempo. Perché, contrariamente a quanto ci aspettavamo, non c’è stata la minima ombra di: consegna documenti, controlli, metal detector, apertura di borse e zaini; men che meno pericolosi imbucati… Cose che ormai siamo abituati a mettere in conto in occasione di eventi pubblici o privati a ogni latitudine.

Ciò che più mi ha commosso è però la risposta dell’addetta alla segreteria che, sorridendo – porgendomi l’Antologia – si è così espressa: “Gliela consegnoantologia Premio Belli 2017 sulla fiducia”. Rassicurante parola che vale più di qualsiasi encomio.

In conclusione, bello fu il luogo, bella la cerimonia, Belli il Premio e quanti vi hanno contribuito.
È proprio vero che la Bellezza genera sempre altra Bellezza. L’unico virus da cui conviene sempre e comunque farsi infettare.

E alla fine pure Spelacchio lascia il segno nella memoria. Non sarà il più maestoso fra gli alberi natalizi passati alla Storia, certamente non regge il confronto col complesso dinanzi al quale vorrebbe svettare. Ma le luci e la tanta gente per strada riescono a mettere ancora allegria.
La realtà questa sera è stata più bella di ogni possibile fantasia (e ci esce una pessima rima, ma meglio di niente…).

 

E allora, alla prossima! Magari dal Quirinale.
Sempre che anche allora non sbagli autobus. O autista!

 

 

 

locandina cerimonia Belli 2017

Gamy Moore
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