Fino a ieri dominavamo il mondo.

È stata la superbia a tradirci. La sete di potere, l’aspirazione ad una super razza padrona.

Quando nel ’76 i miei antenati uccisero l’ultimo, dovevano accontentarsi.

Invece si è voluto prendere il suo sangue e mischiarlo al nostro, si è voluto creare l’essere supremo.

Non è stato immediato. La nostra scienza non era pronta, sono passati decenni prima di poter partire realmente con l’esperimento. Decenni di dominio, di prosperità. Perché non ci siamo accontentati?

Cento esemplari, fatti crescere dentro le incubatrici rapide: vent’anni in 48 mesi, istruzione compresa, grazie ai sensori inseriti nei cervelli.

Possibilità di errore: zero. Almeno secondo i nostri scienziati.

Superbia.

Ricordo le visite guidate dentro il centro di Creazione.

La presentazione dell’Essere Supremo avvenne nel palazzo del congresso.

Il giorno in cui le incubatrici sono state aperte era presente tutto lo stato maggiore: i grandi capi riuniti, per una volta dimenticate le beghe tra i clan.

Le incubatrici erano tutte al centro del palazzo, disposte a formare l’immagine del sole. Ironia della sorte.

Fu il Grande Vecchio, l’ultimo a ricordarsi il giorno della vittoria, a premere il pulsante.

Beethoven accompagnò l’apertura delle macchine, l’alzarsi dei primi Supremi. I grandi erano in visibilio, la folla in estasi. I primi scienziati si avvicinarono per abbracciare le creature.

E la creatura prese lo scienziato tra le sue braccia, gli accarezzò la testa e, come se nulla fosse, la staccò di netto. In meno di due ore i cento esemplari avevano ucciso tutte le persone presenti nella sala. Non si salvò nessuno.

L’Essere Supremo era stato creato, ma a vincere era stato il gene umano, il gene di Robert Neville.

Di lui aveva la tenacia, la resistenza, l’intelligenza. E la rabbia. Unite alla forza e alla mancanza totale di pietà per la nostra razza: il risultato fu micidiale.

I Supremi si impadronirono subito dei laboratori, in poco tempo il loro numero crebbe a dismisura.

Le nostre armate non riuscivano a ucciderne mai abbastanza, mentre bastava uno di loro per decimare interi paesi.

E dopo nemmeno cinque anni, eccomi. Sono l’ultimo. Morirò all’alba. Bruciato vivo. Ma a differenza di Neville, io sarò solo un numero. Nessuno mi teme ormai, nessuno mi vede come un nemico.

Io, l’ultimo dei vampiri. Nessuna leggenda, solo un piccolo, misero numero.

 

La storia di Robert Neville è stata raccontata da Richard Matheson nell’unico romanzo horror-fantascientifico che io ami.

Non ci sono scene splatter, non ci sono mostri a quattro teste o alieni mangia persone. C’è solo la fredda consapevolezza dell’essere l’ultimo, di combattere una battaglia senza senso e senza significato: la battaglia per rimanere umano, in mezzo ai vampiri che si sono impossessati del mondo.

Ma attenzione: i vampiri non sono i mostri alla Dracula. Questi vampiri sono il frutto di un esperimento andato a male. Sono mostri creati da quella stessa specie che lui vuole a tutti i costi mantenere viva.

Io sono leggenda è un libro forte, bello, in cui la lotta si unisce alla disperata consapevolezza di non avere null’altro per cui lottare se non i propri ricordi.

Talmente bella che neppure il brutto film con Will Smith riesce a scalfirne il valore.

 

Con Affetto

 

InkKiller

 

Giudizio di Io sono leggendaRichard Matheson, Fanucci Editore, 2007: per capire perché lottare anche se sei l’ultimo rimasto.

httpv://www.youtube.com/watch?v=thHx7cdoaAc

Juan Jose

Un killer con la sua etica.
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