Diario di una maîtresse

 

di Sabrina Glorioso

 

Il coraggio di una donna, l’estremo gesto d’amore in risposta alla crudeltà.

 

Esistono storie che hanno il dono di graffiarti l’anima, che riportano alla luce un passato sepolto e ti costringono ad aprire gli occhi quando il sole è accecante, o di fronte alle quali semplicemente vuoi tenerli chiusi. Aprire un libro e trovarci dentro una storia che non ti aspettavi è un regalo prezioso che a volte sottovaluto. Ma esistono ancora sprazzi di poesia nell’orrore, storie mai raccontate che qualcuno decide di mettere per iscritto, vite come quella di Ester che ti piombano addosso come un secchio d’acqua gelata. Dal Diario di una maîtresse ho ricevuto tanto, ho scoperto una storia non vera che potrebbe esserlo stata, e un’altra vera che mi sembra quasi incredibile.

Cosenza e il suo spento fulgore negli anni ’60, il dopoguerra, una bellezza che sfiorisce ma non passa, ritratta a punta di pennello nell’inchiostro rosso; il ritratto del meridione e del suo secolare abbandono, quel vivere di espedienti, un senso inevaso di rivalsa con la consapevolezza che si potrebbe tutti stare meglio, ma nello stare peggio chi è più furbo passa avanti.

Tonino ha quindici anni e cresce nella povertà a tratti dignitosa altri meno, il padre in galera accusato di furto, il fratello al militare, la sorella persa nelle sue fantasticherie da fotoromanzo. Lasciata la scuola troppo in fretta, oltre la porta lo aspettano amarezza e duro lavoro, due cose a cui Tonino cerca di sfuggire come alla peste; lui, che capisce d’essere nessuno per la gente che lo circonda, vuole interrompere quel circolo, e magari darsi ai furti con gli amici di scorribande, sposare la Gina, avere qualche soldo in tasca da spendere a prostitute. Eppure tutto sembra così ingiusto a Tonino, la vita è avara e lui quasi non sa che farsene, non può che andare a piangere i suoi dolori d’adolescente dall’anziana zia Genia, non propriamente una zia di sangue, ma una donna saggia e piena di misteri, ciascuno abilmente nascosto sotto i fili d’argento che spiovono sugli occhi verdi.

Zia Genia ne ha viste e ne ha passate tante, ben più del ragazzino che ora piange sulle sue ginocchia, a cui decide di confidare un segreto che mai ad altri aveva raccontato. È così che inizia la storia di Ester – o Esterina come la chiama affettuosamente – donna vissuta per amore e nel dolore.

Zia Genia aveva il bordello più rinomato della città, le ragazze più belle, i frutti migliori da offrire. Nella casa dalla finestra gialla ha visto e sentito tutto, la sa lunga sulla vita e sul dolore, e sa tutto di Ester. Una donna bella e gentile coi capelli rossi, un fiore estirpato alla radice e trapiantato in un campo di erbacce, quando nella primavera del ’40 i servi del Duce la deportano al vicino campo di Ferramonti. Un campo di concentramento, un luogo di umiliazione e segregazione a cui è destinata poiché ebrea. Questa è la grande colpa di Ester e dei suoi bambini, il marchio dell’infamia che li condanna a passare l’inferno.

Il racconto di zia Genia è il racconto dei sacrifici di Ester, disposta a dare tutto compreso il suo corpo, in cambio di un giorno in più, anche se miserabile, per i suoi figli. Piacere in cambio di un tozzo di pane, di un sorso d’acqua, di un altro giorno. Un prezzo equo? Una degradazione senza ritorno? Forse solo l’unico scambio possibile nell’inferno del lager. Ester vende se stessa per i suoi cari, e quando neppure loro ci sono più, espia la sua colpa regalandosi agli ultimi. Regalerà amore ai prigionieri come lei, darà loro l’unica cosa che le è rimasta, in cambio di nulla.

Da madre a prostituta infine martire, Esterina è tutto questo e molto altro; la sua anima ferita irrimediabilmente si prende cura delle ferite altrui, in cerca di redenzione, o forse solo di sollievo, della fine di tutto. Il diario diventa una confessione, una catarsi necessaria che ipnotizza Tonino e lo fa precipitare in un passato oscuro, in un mondo di cui prima ignorava l’esistenza eppure è a portata di mano.

L’architettura della città è protagonista insieme al suo popolo – un campionario umano fatto di prostitute, derelitti e gran signori – è viva, vibrante, profuma di storia. Forse non c’è mai stata una Ester ma mille, forse abbiamo tutti dimenticato, ma Ferramonti è esistito davvero; l’orrore del genocidio, la reclusione, lo sterminio hanno toccato il suolo italico più di altri. Dalla ricostruzione di un pezzo di storia, l’autore ci prende per mano e ci accompagna in un viaggio nell’amore in senso ampio, sulle tracce di una donna lacerata, offesa, ma mai arrendevole.

Più che maîtresse Genia è maestra di vita, testimone di un tempo che i più vogliono dimenticare.

 

Sergio Barletta, Diario di una maîtresse, edizioni Pellegrini, 2012

 

http://disogniedinchiostro-it.webnode.it

 

 

Editing by Maria Montefrancesco

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