[estratto da: Le continuazioni di Marco Candida]
Navalny è stato fatto fuori e Assange continua a essere nella palta e la situazione politica internazionale è sempre più una pentola a pressione a rischio esplosione tra gli scenari di guerra in Ucraina e quelli sul fronte mediorientale ad allargarsi a macchia d’olio… Quanti scenari guerreschi può sopportare il nostro pianeta prima che la situazione scappi di mano e qualcuno la faccia fuori dal vaso determinando una guerra mondiale – che magari con le paventate tecnologie russo-putiniane congiuntamente a quelle di Elon Musk potrebbe trasformarsi, per la prima volta, in un conflitto lunare e marziano in una sorta di scontro interplanetario alla Star Wars? La guerra Russia-Ucraina fa paura, certo, così come il conflitto a Gaza tra Israele e Hamas, ma che dire del Myanmar, del Sudan, di Haiti e degli scontri nella Repubblica Democratica del Congo? Quanto ancora questo crogiolo potrà resistere prima che si spacchi? Il numero di conflitti in corso nel mondo si attesterebbe a 59. Il più alto dal 1945. Guerra nello Yemen. Conflitto del Tigray in Etiopia. Il casino nel Maghreb. In Occidente si organizzano incontri sul climate-change o sulla carne coltivata. Ci si comporta come se al mondo le vecchie priorità (garantire un livello accettabile di pace nel mondo affinché non si sfoci in una guerra nucleare) fossero obsolete: e invece c’è mezzo mondo ancora invischiato in quella roba e sempre più armato fino ai denti può distruggere qualsiasi innovazione occidentale in un attimo. Nel planare con lo sguardo su queste notizie si vorrebbe cambiarle, raddrizzarle. Si viene in continuazione sballottati da news di call-out sulla scia dei movimenti #MeToo e Black Lives Matter e highlights sulla cancel culture ancora più propriamente detti a cui si affiancano tentativi di accountability culture contro pregiudizi sessisti, omofobi o razzisti in una culture war senza soluzione di continuità. Ma non ci si rende conto che le culture wars sono il sessantesimo scenario di guerra oltre ai 59 individuati dalle Nazioni Unite? Culture wars è anti-cultura d’acqua più limpida. Come si fa ad associare la parola “cultura” alla parola “guerra” se la cultura è l’ingrediente fondamentale di qualsiasi passo verso il vivere civile? È il principio d’identità a essere in crisi. Un moltiplicarsi esasperato di etichette, da appiccicarsi però ai portoni di cattedrali, parrocchie, agguerriti sistemi di potere. Non sono certo semplici pezzetti di carta con della colla sopra, quelle etichette. L’identità iper-inclusiva lgbt ha dato origine alla variante lgbtq e lgbtqq o anche lgtb?, che magari non è nemmeno un sinonimo, ma un’ulteriore etichetta-bandiera da stendere lungo la merlatura dell’ennesimo agguerrito castello. Nella dispersione d’ogni principio identitario, non ci si può raccapezzare e si rimane ammutoliti. Certo, ammutolirsi, questo il futuro: nessuno potrà più lasciarsi sfuggire un commento se non vuole affrontare critiche ferali d’area progressista o conservatrice, sempre che anche questo distinguo non sia un’inaccettabile semplificazione politicizzante. Muti. In futuro saremo muti. Solo sofisticate forme di chatgpt potranno esprimersi sulla lgbtq e noi con il lucchetto alle bocche non potremo far altro che assistere sempre più spettatori, sempre meno protagonisti, sempre più spettrali. L’ondata woke è una sterilizzazione di massa del senso umano più caratterizzante ovverosia la parola. Non che un’ondata di silenzio faccia poi così tanto dispiacere. Chiudere la boccaccia e condividere il silenzio in santa pace, fino a quando parole nuove, parole umane torneranno a fiorire. E lasciare alle intelligenze artificiali i dibattiti televisivi. A noi non rimangono se non vallate di silenzio. I discorsi sono finiti. Non ci sono più parole. Solo pochi decenni fa i poeti ammettevano i grandi libri fossero già stati scritti e i grandi detti già pronunciati, appendevano le cetre abbracciando il silenzio come arma d’indignazione, ma adesso si apre una stagione nuova nella quale le parole, tutte, non saranno più possibili, comprese quelle già scritte, e dove ci si accorgerà che tutto è stato ed è sbagliato, espressione di barbarie, a livello discorsivo, ormai nemmeno più concepibili. Rimarremo ammutoliti. Le parole sono pietre e ce ne siamo accorti: attraverso la lente woke e attraverso l’intossicazione del linguaggio delle riprogrammazioni linguistiche e della MK-ultra. Parlarsi è diventato uccidersi.
Sinossi
Un a day in a year life novel, che si svolge dalle 6.00 alle 20.30 del 16 giugno 2024 come l’Ulisse di Joyce. Un everyman sfaccendato e neghittoso ammazza il tempo in attesa di un appuntamento hot con una sottomessa e una dominatrice. Il soggetto dell’azione cambia di continuo identità e anche locazione spazio-temporale. Il romanzo è una messa in crisi del principio d’identità e una critica radicale alla società attuale. All’interno tante storie e situazioni e alcune riflessioni sul concetto di attualità, su bora e mercati, su sesso e pornografia. Attenzione: benché il romanzo prometta tuoni e fulmini, non ci sono scene esplicite di sesso né volgarità.
Marco Candida, Le continuazioni, Arca edizioni, 2025
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