di Marco Candida

 

Mi è successa una cosa che non pensavo mi avrebbe mai riguardato. Ho capito Alessandro Baricco. Se dici di aver capito Kafka, allora è chiaro quello che stai dichiarando. Chiara la sfida che ritieni di aver vinto. Hai sciolto un enigma. Risolto un rebus. Illimpidito un’acqua torbida. Lo stesso si può dire per Joyce. Lo stesso per la Bibbia. In realtà, ogni autore considerato un classico, deliberatamente oscuro o meno, va capito non meno di Kafka, Joyce o la Bibbia; e se lo “capisci” da quel momento in avanti vai sul velluto: in un certo senso, non hai nemmeno più bisogno di leggerlo, quel classico, puoi permetterti il lusso di abbandonarlo, quel classico, di dedicarti ad altro. Ma le cose si complicano quando l’autore oggetto di un tuo improvviso lampo di intuizione è autore contemporaneo. Quando ciò accade, ti rendi conto anche e soprattutto che di quell’autore c’era effettivamente, fin da principio, qualcosa da capire. Capendo certi autori, insomma, capisci anche che di quegli autori c’era qualcosa da capire, e proprio questo non avevi capito. Sembra uno scioglilingua, ma vale la pena rifletterci.

Alessandro Baricco un segreto lo ha. Ha scritto per lo più storie di poche decine di pagine. Ha scritto romanzi brevi. Predilige forme brevi. Ma non ha taglio minimalista. Non ha uno stile icastico in senso stretto. Dunque, come ci riesce? Come fa Baricco a stregare milioni di lettori con romanzi di un centinaio di pagine se va bene? In realtà, come ci riesca, se si fa attenzione, lo spiega Baricco stesso (gli scappa detto) in uno dei suoi incontri. Baricco è attratto, nelle storie, dalla magia del tempo. L’idea di poter scrivere (esempio inventato): “Un uomo ha un’idea nel 1927”. Punto. A capo. “Nel 1958 quell’idea lo fa diventare l’uomo più ricco del mondo”. Questa specifica prerogativa. In due righe una compressione fortissima di tempo, un addensamento di vita concentratissimo. A pensarci, sconvolgente, quasi. Uno sballo, quasi. Ecco cosa eccita Baricco. L’idea che in una pagina tu possa racchiudere quarant’anni di vita. Il tempo. La cronologia. Le date. Che si tirano dietro anche l’idea di spazio e azione. Si tirano dietro tutto. Nella stessa pagina un uomo naviga e solca mari e attraversa continenti mettendoci anni. Tutto nella stessa pagina. In poche righe. Poche parole. Ecco la regola. Il segreto. E se è questo che Baricco vuole fare, se è questo il piacere che Baricco ha in volontà di trasmettere ai suoi lettori, il piacere di vedere lì nella cornice di una pagina inscatolata una quantità di tempo enorme, con tutto quello che ciò eventualmente possa significare, allora si capisce che in questo Baricco è maestro. Stabilito quel che vuole fare, Baricco lo fa. E lo fa con sicurezza trascinante. Che ha trascinato milioni di lettori, digiuni di teorie letterarie, ma dotati della sensibilità necessaria a capire che cosa un essere umano stia cercando di fare nel raccontare una storia rivolta a un altro essere umano. Il pubblico, ricordiamocelo sempre, è un giudice importante. Dotato di un’antenna particolare. Un’antenna puntata su frequenze cardiache, atta a captare ritmi respiratori, e micromovimenti fondamentali. Un’antenna che parrucconi di varia estrazione (rimaniamo pure sul vago per non offendere nessuno, ma sollecitare a una riflessione tutti) hanno perso o che funziona poco poco.

Ogni narratore ha il suo segreto. Ogni narratore ha un messaggio che vuole trasmetterci. Sulla carta, in teoria, chiunque è disposto a prendere per vere queste affermazioni. Per vere e anche per troppo vere. Suonano scontate. Nondimeno, si presenta il problema di scegliere, nel vasto oceanomare della narrativa, il fior fiore. Ma se ogni autore ha un segreto, ed è maestro di un’abilità specifica, che va intercettata e capita, e ha un messaggio, allora come si fa a scegliere? Cosa è meglio di cosa?

Una digressione, prima di affrontare il problema.

In seconda media leggemmo in classe Zanna Bianca di Jack London. Ci fece compagnia tutto l’anno. In terza media passammo a L’amico ritrovato di Fred Ulmann. In quarta ginnasio in classe, se male non ricordo, non leggemmo nulla. In quinta leggemmo I Promessi Sposi di Alessandro Manzoni. Nei restanti anni del Liceo Classico leggemmo in classe la Divina Commedia di Dante Alighieri. Ma leggemmo anche in lingua originale, nelle ore di inglese, Il ritratto di Dorian Gray di Oscar Wilde. Non sono in grado di ricordare se lo leggemmo tutto, ma ricordo la copia del romanzo in lingua originale con le schede in fondo a ogni capitolo.

Insomma, non è I Promessi Sposi l’unico romanzo che si legge per intero nel corso della carriera scolastica di un alunno. Non c’è solo I Promessi Sposi. Tuttavia, quando si introduce il dibattito su cosa sia meglio di cosa, su I Promessi Sposi ci si finisce per incagliare. Ci si pianta, e da lì non ci si muove. Se devo dire, I Promessi Sposi di per sé non è né un bene né un male. Si tratta di un romanzo. Un romanzo come altri romanzi. Come Zanna Bianca. Come L’amico ritrovato. Tocca a noi capire perché un romanzo sia materia d’insegnamento presso giovani menti, e se lo capiamo, ebbene, è sulla base di quanto compreso che dobbiamo costruire l’insegnamento. Una cosa che non si dice mai dei Promessi Sposi, ad esempio, è che I Promessi Sposi sono un romanzo-enciclopedico non meno dei romanzi enciclopedici di Flaubert o Gadda. Sono un’enciclopedia di modi di dire ed espressioni idiomatiche, e possiamo usarle, queste espressioni, in modo arricchente, per i nostri discorsi. Non parlo di citazioni o proverbi. Intendo le espressioni, le decine di espressioni contenute nel romanzo. Allora, di questo, nell’insegnamento, si potrebbe tenere conto. Ricchezza lessicale. Pochi romanzi italiani hanno una densità lessicale come I Promessi Sposi, ancorché certe opere ben tradotte abbiano nella ricchezza lessicale un punto di forza formidabile, come, ad esempio, Morte a credito di Céline nella traduzione di Giorgio Caproni. Il linguaggio dei Promessi Sposi non è antiquato e polveroso, da tradurre in linguaggio corrente, e da riporre in un cassetto come si farebbe con un’anticaglia. Invece, è un linguaggio ancora spendibile, ancora funzionale. Poi, ovviamente, tutto quanto già si insegna dei Promessi Sposi è ottimo. La scuola insegna come un libro andrebbe letto sempre. Studiando il contesto storico. Interessandosi su chi fosse l’autore, quale la sua storia. Ma importante, bisogna imparare a usarle, queste nozioni. Usarle come strumenti interpretativi. Invece, di solito leggiamo un libro e ci basta trovarlo “scorrevole”, “avvincente”. Ma di cosa parli, in specifico, se interrogati, magari, manco lo sappiamo. La scuola insegna come si dovrebbe sempre leggere un romanzo. Sempre. Preparandosi. Documentandosi. Ma ecco, qui sta il punto. Perché mai la scuola si fa carico di un compito simile? È così importante imparare a leggere un romanzo? Ecco scovato il punto vero, e il passo successivo è abbastanza inedito e sconvolgente.

Forse dovremmo smettere di leggere romanzi a scuola. Niente più romanzi. Non sostituire Manzoni o la Divina Commedia. Smettere con loro senza sostituirli. Smettere di impiegare il tempo così. Ciò darebbe la possibilità di ampliare il ventaglio di autori da studiarsi sui banchi di scuola. Tra l’altro. O di approfondire meglio gli autori già presenti nelle antologie. Se I Promessi Sposi è una lagna di libro, espungiamolo. Però, senza sostituirlo. Non possiamo sostituirlo. Sarebbe uno sfregio troppo grande alla Tradizione.

E qui arriviamo a un altro punto fondamentale. Che cos’è la Tradizione? La Tradizione ci viene consegnata o siamo noi che abbiamo il dovere, come essere viventi, di fare le nostre consegne alla Tradizione? Pare che taluni intendano la Tradizione come Indice dei Libri Consentiti in modo non meno spaventoso del famigerato Indice dei Libri Proibiti. Ma se davvero esistesse un Indice dei Libri Consentiti (e grazie a Dio ancora non esiste), vivremmo un medioevo cognitivo di stampo orwelliano molto preoccupante. Perciò, no. Non è così. La Tradizione non è un Indice dei Libri Consentiti a cui si affianca un Indice dei Libri se non Proibiti quantomeno Mal Tollerati o quantomeno Sconsigliati. D’altra parte, la scuola (giacché nella scuola impattiamo maggiormente nella Tradizione, inutile nasconderselo) ha tratti dittatoriali e totalitari. La formazione è una larvata forma di violenza, o violazione, comunemente accettata. Hegel teorizzava benissimo al riguardo. Ma la scuola è un regime di coercizione a termine. Per questo l’accettiamo. E accettiamo i suoi dittatori. Persone sinistre in sé e per sé, ma dotate di reale potere solo all’interno dell’istituzione totalitaria nella quale sotto contratto e su mandato agiscono. Invece, quando si instaura una dittatura politica, essa è lì per durare, e le sue statuizioni sono lì per rimanerci. Ecco perché l’idea ci ripugna e la respingiamo. L’idea stessa, al netto di cretine nostalgie o romanticherie insensate, ci fa orrore.

Se le cose stanno così, l’unica definizione possibile di Tradizione è… ciò che non ha eguali. La Divina Commedia non ha un eguale. Né prima né dopo. Nessuno è stato in grado di fare qualcosa di meglio e noi allora ci teniamo la Divina Commedia come faro della nostra Tradizione Letteraria Italiana. Facciamo un esempio per capirci meglio. Nel cinema ci sono numerosi film sui campi di sterminio, ma ciò non ha impedito il realizzarsi di un film, in tempi recenti, Schindler’s List, superiore a ogni altro film sui campi di sterminio, e anche altro, pur raccogliendo dalla Tradizione, e anzi, impensabile senza una tradizione di film antecedenti. La Divina Commedia, e l’Iliade, e Il Faust, e L’Ulisse, sono grandi opere perché non sono più arrivate, in seguito, opere ad esse paragonabili. Non ci sono opere a paragone migliori. La cristallizzazione non è della Tradizione, ma delle fonti della Tradizione, fonti prosciugate. Ma non è detto ciò avvenga per incapacità.

La Tradizione è legata all’Etica e l’Etica alla Verità. Se la Verità è Una, anche l’Etica è Una e Una sarà anche la Tradizione.

Le dittature si fondano proprio su verità alternative alla Verità su cui si fonda la Tradizione: e infatti, le dittature, coerentemente, bruciano libri, li proibiscono, promuovendo, al contempo, libri mostruosi. Cercano di dare origine a una tradizione, che di solito, a ben vedere, affonda le sue radici in tempi barbari e remoti. Si arrogano il diritto, le folli di dittature, di modificare la Tradizione. Senza capire che la Tradizione è già modificabile. Ma non si modifica tirando un colpo di bianchetto sul passato, bensì cercando di fare meglio nel presente. Così si modifica, la Tradizione. Così è lecito farlo, ed è giusto e sacrosanto. Invece, ripetiamolo, le dittature manipolano il passato, lo ridisegnano. Nella convinzione che la Storia sia scritta dai Vincitori.

Ja, la Storia sia scritta dai Vincitori.

Altro luogo comune.

La Storia è scritta da Verità, Etica e Tradizione.

Verità. Etica. Tradizione.

La Storia è già scritta.

Il percorso già tracciato.

Noi dobbiamo solo seguirlo.   

 

 

Gamy Moore
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