Esigue distanze (vesti & gesti teatrali per una mostra mai fatta)

 

riflessioni e illustrazioni di Mauro Cristofani

Quando per la prima volta salii le scale che conducevano ai locali della Fondazione Cerratelli di San Giuliano Terme, in quel di Pisa, vedendo i manifesti che ricordavano passate edizioni di opere liriche pensai innanzi tutto alla mia antica e mai sopita passione – oltre che per la musica e il teatro – per i famosi affichescanner114 (2)s che Toulouse-Lautrec ideava per gli spettacoli della Goulue, al Moulin Rouge di Parigi. Quindi, nei fantasiosi costumi teatrali esposti insieme alla mostra di pittura, intravidi un parallelismo con gli abiti che mi sono sempre sbizzarrito a far indossare ai miei personaggi immaginari; “contenitori” che, talvolta, si prestavano ad essere accusati d’un protagonismo fagocitante perfino gli stessi “contenuti” (i quali, secondo alcuni osservatori, potevano addirittura correre il rischio d’apparire soggetti secondari). La verità è che, nell’“addobbare” intenzionalmente gli immaginari personaggi con costumi stracarichi di preziosismi e di decorazioni, ho sempre avuto l’intenzione di trasmettere la loro sensualità, la cedevolezza dei loro desideri, la loro segreta passione disposta a deflagrare.

 

Non solo con gli abiti vogliono manifestarsi, tali personaggi, ma anche con gesti significanti, col differente atteggiarsi e le mutevoli espressioni: mani protese all’incontro e piene di promesse, bocche ansiose e anelanti, braccia ripiegate sul corpo nell’amara desolazione… Teatro, nient’altro che teatro; armamentario, però creativo e rivelatore, invenzioni privilegiate da cui vorrei trasparissero alcune mie essenze di verità, le mie storie più intime.

 

Così come il grande Verdi utilizzò una pièce teatrale di successo vista per caso a Parigi – La dame aux camélias, ovviamente – per sublimare nella Traviata la sua osteggiata vicenda con la Strepponi; così come Puccini estenuò la sua segreta misoginìa preferendo musicare libretti che narravano drammi di donne le cui giovani vite venivano regolarmente falcidiate al terzo atto; così come Rossini esternava l’ottimismo e il buonumore nella musica spumeggiante e carica d’energia delle sue opere buffe, dalla Scala di seta alla Cenerentola. E mi si perdoni il riferimento a tali eccelsi geni…

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… Ma siamo pur sempre in teatro!

Io ne sono stato nutrito fin da piccino, di teatro e melodramma. Mio nonno materno era il classico melòmane, fino al punto di chiamare la sua prima figlia Desdemona (come la donna amata-odiata dal verdiano Otello), e un’altra Wally (l’eroina dell’omonimo melodramma di Catalani); destinandole, da adulte, a subire i più bizzarri e svariati stravolgimenti del proprio nome! All’unico figlio maschio toccò, per sua fortuna, il più comune Mario, il martire protagonista della Tosca pucciniana.

 

Ricordo le stagioni liriche al Teatro del Giglio di Lucca, un tempo attesissime e quasi mitiche. Io, allora ragazzetto, accompagnavo nel solito palco prima il nonno, poi gli zii e le zie, sorbendomi così tutte le repliche delle opere in cartellone, e non ricordo d’essermi mai una volta annoiato. L’atmosfera del teatro m’era congeniale: era come se in quel luogo potessi distendere finalmente il mio respiro e stirar le membra, spaziando curiosamente dal palcoscenico alla platea, ai palchi e alla galleria, fin lassù ai musicòmani del quart’ordine e del loggione… Certi avvenimenti sono rimasti scolpiti nella mia memoria: la grassa Maria Caniglia, noto soprano d’allora, vestita da contadinella e con una ridicola parrucca a treccine; una signora che da un palco di second’ordine gridò “vigliacco!” al baritono durante la rappresentazione dei Pagliacci; i fischi del pubblico quando un tenore livornese un po’ svociato prese una tremenda “stecca”; il trionfo d’un conoscente quando debuttò nel Werther di Massenet…

 

Più grandino, accompagnavo mamma e papà; i quali, non disponendo come il nonno d’un palco per tutta la stagione e neppure posti prenotati, facevano file interminabili aspettando che aprissero il portone laterale del teatro; e quando questo finalmente s’apriva, m’incitavano a correr su in “piccionaia” ad accaparrare tre posti. Era sempre una gara a chi arrivava per primo! Investito dell’arduo còmpito, ogni volta avevo il cuore in tumulto e nella confusione indescrivibile salivo le scale intrufolandomi fra le gambe della gente, a volte cadendo e pure calpestato, ma sempre rialzandomi per raggiungere, malconcio ma vittorioso, la mèta agognata: tre fatidici posti a sedere.

 

Da grande, il “teatro” ho anche provato a farlo in prima persona. Teatro di prosa, con una scalcinata compagnìa di giro assai provinciale. Qualcuno era bravo, come la Grazia Cipriani che oggi è anche apprezzata regista. A me facevano interpretare personaggi “elegìaci”, oppure… di cascamorto amoroso. Fu un’esperienza utile che m’aiutò a uscir fuori dalla timidezza e m’insegnò a pronunciare bscanner679ene le parole senza “mangiare” le sillabe finali. E poi c’era il gusto di spacciarmi per un altro, scoprendo caratteri gesti e movenze che spesso mi scoprivo già dentro, realizzando così, esternandole, altre parti di me.

 

Inventando immagini, poi, io stesso mi son fatto “regista” e “costumista”, organizzando scene dipinte dove i personaggi diventano tutt’uno coi loro vestiti. E che importa se preferisco cercare maggiore ispirazione negli abiti ideati da Léon Bakst e Aubrey Beardsley che in quelli più usuali di un Edel o di Alessandro Sanquirico; più nei gesti descritti nel Le Martyre de Saint Sébastien di D’Annunzio-Debussy e nella Salomè di Wilde-Strauss che in quelli sanguigni della Carmen di Bizet o quelli tradizionali dell’ Elisir d’amore di Donizetti: sempre teatro è.

Per tutti questi motivi (e per altri ancora) vorrei esporre un gruppo di mie opere – quelle che mi paion maggiormente in sintonia col luogo – nell’ariosa sala della Fondazione Cerratelli. Dove par di sentire aleggiare echi e voci di canti, proprio come s’ode il rumore del mare in una conchiglia, e dove i preziosi costumi che vi son custoditi sembrano conservare intatta la magìa del palcoscenico.

 

Così come il teatro è doppiezza, così duplici saranno le mie opere esposte: dagli originali riprodotte, ingrandite, trasferite su materiali diversi diverranno “altra cosa” per lo stupore e l’altrui meraviglia. Finzione nella finzione, vero teatro.

 

Si ringrazia Micaela Lazzari per l’editing.

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