racconto e illustrazioni di Mauro Cristofani

Henri de Toulouse-Lautrec, i suoi quadri, i suoi affiches, le sue litografie. Il nano Lautrec più alto seduto che in piedi, confuso nella folla parigina tra cui meglio che altrove può nascondersi. Semplice e vero, nonostante la sua bruttezza. Attratto dai diseredati, dai disprezzati, da coloro che le persone per bene chiamano viziosi. Detesta il bel mondo, cerca il profumo fra i rifiuti, ama le donne vere, quelle dure e quelle soprattutto ferite.

 

Dei locali di Montmartre dove il lusso poco differisce da quello delle case chiuse, l’artista ama i balli in costume dove può facilmente passare per una maschera. Quando inaugurarono il Moulin Rouge, una fila di seducenti venditrici d’amore, sacerdotesse mai stanche di baldorie, accolse Henri con un applauso mentre Valentin le Désossé si esibiva in una danza acrobatica. Il suo apparire desta sempre scalpore e la gente guarda stupita quel nano trotterellante sulle gambe deformi, testa troppo grossa, occhietti maliziosi dietro gli occhiali poggiati sul nasone, barba ispida e nera, labbra tumide e sensuali.

 

All’Elysée ha visto debuttare la Golue e ha immortalato il suo ballo assassino che attira un pubblico enorme: gambe che si agitano nell’aria minacciando i cappelli degli astanti, sguardi attirati sotto la sua gonna da cui s’intravedono i mutandoni ricamati. Lautrec è affascinato dal french-cancan delle ballerine sempre con le gambe in aria, coi loro nomi scritti sulla suola delle scarpe per farsi riconoscere dai clienti, e nelle notti illuminate dal gas, sotto i cappelli a cilindro dei signori che esse scavalcano aleggia un odore di morfina e di sensualità. Di questo spleen chiassoso e vertiginoso Lautrec è il pittore e il poeta che fissa col suo tratto rapido e sicuro l’umanità che lo circonda, arditezza del disegno, novità del colore, toni stesi in superfici giapponesizzanti, “disegni a colori” in cui egli è l’insuperabile maestro.

 

Jane Avril contrappone grazia sensuale ambigua, fine distinzione e ricercatezza delle vesti all’aggressiva volgarità della Golue. I suoi passi di danza appena accennati sono quelli di un’abile pattinatrice in un concorso di figure che si esibisce come per suo diletto fra scelti ammiratori sedotti dall’“ombra di un sorriso dietro l’ombra della notte”. Lautrec l’ha amata, e Jane gliene è stata riconoscente.

 

Balli circhi e caffè-concerto Henri continua il suo giro travolto nel vortice di Montmartre. Hanneton birreria per donne, Décadents dove si esibisce May Belfort con un gattino in braccio, Le Chat Noir con la dicitrice nizzarda Yvette Guilbert

 

Dopo che ha festeggiato l’ingresso in una nuova abitazione, si è letto su Vie Parisienne: “Col pretesto di mostrare loro quadri e disegni recenti, uno dei nostri più giovani maestri, questa settimana, ha invitato gli amici ad andare a bere una tazza di latte nel suo studio”. Per la vignetta dell’invito, Lautrec si è disegnato nell’atto di mungere una mucca.

 

Talvolta scompare da casa e si rifugia fra le prostitute di Rue des Moulins, in una di quelle case che la legge incoraggia e la morale borghese finge di riprovare, e lo fa come se andasse a passare le acque in una città termale. Quando il mercante Durand-Ruel, noto cornuto, gli chiese di poter visitare il suo studio Lautrec gli indica il casino, e quando lo scoprì in mezzo alle sue tele e alle sue modelle seminude gli chiese scandalizzato “Come potete vivere in simili luoghi?” e il pittore esclamò risentito “Voi preferite certo avere il bordello in casa vostra!”.

 

Non c’è niente di volgare di licenzioso e di equivoco nei quadri dipinti da Lautrec nelle Maisons. Le ragazze si lavano si vestono fanno la colazione si guardano allo specchio, non sono mai belle ma sempre umane e attraenti. Lo chiamano “monsieur Henri le peintre” e non si meravigliano della sua presenza, giocano a carte mangiano canticchiano canzoni sentimentali, raccontano del figliolo che bisogna allevare.

Il pittore mi ha invitato proprio qui per fare la mia intervista.

 

– Ecco lo scribacchino rompiscatole!

– Ecco il grande artista parigino…

– Albigese.

– Certo, e nobile di nascita. Ma parigino di adozione, intendo dire. Questa città vi ha dato il successo.

– Sapete che non m’importa del successo dei critici d’arte e dei bravi borghesi che comprano i miei quadri, io sto bene qui con queste figlie del popolo che l’abbietto fariseismo di una morale che autorizza l’adulterio e legalizza i casini offre ai piaceri dei ricchi.

– Eppure siete un aristocratico uscito da una delle più antiche famiglie francesi…

– Non rinnego la mia nascita, ma sono totalmente cosciente dell’eccezionale ipocrisia del mondo in cui vivo. E non vedo nessuna differenza socialmente parlando tra una ragazza della strada e un arricchito, per me esistono solo gli individui. E l’aristocrazia non è questione né di denaro né di nascita, è un dono.

– I vostri sentimenti sono ammirevoli, Maestro. Ma pensate veramente di dimorare qui ancora a lungo?

– Ci sto bene, sono disteso e rilassato come mai prima d’ora. Credetemi, è come fare un buon ritiro in un convento.

– A Yvette Guilbert che vi ha chiesto il vostro indirizzo avete dato questo, e si dice che la fine dicitrice sia rimasta scandalizzata.

– Sì, l’ho saputo, e ciò mi ha divertito enormemente.

– Avete osato attirare qui pure funzionari della censura…

– …E li ho rispediti a casa, loro ubriachi e sfiniti dopo una notte di orge e d’assenzio, mentre io ero rimasto perfettamente sobrio!

– Però non pare sia per voi un gioco frequentare questa “casa”.

– Avete ragione, amo queste ragazze. La loro naturalezza e semplicità non l’ho mai trovate in nessun altro luogo.

– Il vostro quadro Solitude ha riscosso molti consensi.

– La modella è Michette, una cara ragazza che ha la stanza proprio a fianco di questa specie di mio studiolo improvvisato.

– Confesso che è il vostro quadro che preferisco. Mi commuove quella donna accasciata sul letto di una stanza vuota con le calze nere che ha scordato di togliersi, è un’immagine semplice e terribile.

– Siete sensibile, la vita vi farà soffrire… Sapete, in mezzo a queste ragazze mi sento come un bambino viziato, forse un po’ tirannico ma in modo gentile e di questo me ne sono grate. Nessuna si meraviglia della mia presenza, giocano a carte, mangiano, canticchiano con me canzoni sentimentali, raccontano le loro delusioni, sono uno di loro.

– Però preferite la modella che ha posato per Au Salon, quella che si tiene con la mano destra la gamba piegata.

– Mireille… Quella monella cerca di farmi filare e gioca a nascondersi quando la domando, così pago l’uscita e sto con lei tutto il giorno.

– Però vi rende più piacevole lo stare qui…

– Ma vuole partire per l’Argentina, la stolta! Dei mercanti di donne l’hanno convinta che laggiù farà fortuna e lei crede a tutte le frottole che le propinano.

– Ne soffrirete…

– È fatta così, spontanea, selvaggia e avida di tutti i piaceri, è l’immagine stessa della vita.

– Forse avete delle affinità con lei…

– Bravo! È mia sorella d’impudenza, di passione, di appetito, insomma d’immaginazione. E su questa bella parola, monsieur, chiudiamo l’intervista.

 

Esco dalla Maison con la testa in fiamme e il cuore addolorato. Sì lo so, sono poco professionale, dovrei pensare soltanto a trovare un bel titolo sensazionale per il mio pezzo che uscirà domani 7 settembre 1887 sul mio giornale. Un artiste avec “elles”Le roi des “maisons” Peintre de vie oppure…

No, no. Semplicemente Le grand Lautrec.

 

 

 

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