La volta che ho vinto la guerra

DiarioSono venticinque anni che prendo appunti. Ho cominciato con un modesto blocco a quadretti grandi, quelli che si compravano in cartoleria per cento lire, poi sono passata alle agende Moleskine e ai quadernini coi gatti, ma sempre con una caratteristica in comune: piccole, compatte, adatte per stare in borsa o in tasca, e pronte per essere tirate fuori in fretta. Da venticinque anni annoto tutte le offese e le angherie che devo subire sul lavoro. Che cosa me ne faccio? Niente, faccio collezione. I collezionisti sono gente strana; ci sono quelli di francobolli, di figurine, di fumetti, io invece colleziono offese, e le scrivo tutte, una in fila all’altra, come perle di collane di tristezza, per dirla alla Guccini. Per non dimenticarmele? Non credo, io non dimentico mai un’offesa, ma ogni tanto mi piace tirare fuori i miei quadernetti e leggerli uno dopo l’altro, in ordine cronologico, per tenere vivo quell’odio che coltivo come la sacra fiamma olimpica.
La cassaforte in cui custodisco i miei tesori è la stessa in cui conservo il regalo che mi ha fatto il nonno prima di morire. Nei suoi ultimi istanti, mentre mi stringeva le mani, mi ha passato una piccola chiave, raccomandandomi di farne buon uso. Sapevo bene che cosa apriva, una cassa di metallo nascosta in cantina in cui c’era il segreto che io e il nonno custodivamo da anni: il fucile a pompa. Nonno era un cacciatore e aveva insegnato a sparare a tutti i suoi nipoti. Con suo grande rammarico la più brava ero io, la femmina, quella che non poteva andare a caccia – nella nostra famiglia non era considerato uno sport per donne – e che in ogni modo non avrebbe sparato mai e poi mai a un animale, neppure impagliato.
Quando nonno comprò il fucile a pompa, lo andammo a provare in montagna. Lui mi indicava gli obiettivi da centrare, rigorosamente sassi e pietre, ed io non ne sbagliavo uno. Poi mi ha insegnato a prendermi cura dell’arma, smontarla, pulirla, lucidarla, tenerla avvolta in morbidi panni dentro a quella cassa di metallo chiusa con un robusto lucchetto e nascosta nella sua cantina. Ogni volta che lo andavo a trovare la manutenzione del fucile era il nostro rito segreto, poi nonno tirava fuori la scusa di farsi accompagnare in piazza e invece andavamo in montagna a sparare alle pietre. Ora la cassa è nella mia cantina e insieme con il fucile ci custodisco i miei quadernetti. Quando mi scoppia la testa la apro, metto in fila tutte le mie agendine, in ordine di anno di disgrazia, e monto e smonto il fucile per tutta la notte. Ho imparato a farlo anche al buio. A volte mi addormento abbracciata alla cassa e sogno il nonno, seduto su uno dei suoi alberi di ciliegio, che mi stringe le mani e sogghigna come il Gatto di Alice.

Fucile a pompa calibro 12Oggi ho finito un quadernino e vado in cantina per riporlo nella cassa. Non perdo l’occasione per tirare fuori il fucile, lo smonto, lo pulisco, lo lucido a dovere, poi vado fuori a sparare nel cortile, dove ho costruito dei bersagli con le facce dei miei colleghi. Per fortuna abito in una casa isolata e non faccio vita mondana, non mi viene mai a trovare nessuno. Dopo qualche colpo liberatorio decido di andare a dormire, ma stasera non me la sento di rimettere il fucile nella cassa, lo avvolgo nei suoi panni morbidi e lo porto a letto con me. Ho avuto una giornata pesante, mi addormento di schianto, e sogno il nonno. Anche questa notte è appollaiato sul suo ciliegio e sogghigna più del solito.

– O nonno, non c’è un cazzo da ridere, qua fuori è un mondo di merda.
– Lo so, che cosa credi, sono morto, mica scemo. Da quassù lo vediamo come avete ridotto il paese che noi vecchi partigiani vi abbiamo lasciato, ma adesso ho una domanda da farti: oltre a scrivere le tue memorie, hai voglia di fare qualcosa di utile? Qualcosa che renda il mondo meno brutto?
Non mi pare vero, nonno lo sa bene, e gli chiedo qual è il piano. Dice che ogni defunto ha scelto un suo degno erede per estirpare un po’ di erbacce. A me tocca un tizio che si chiama Kenneth Dart, un esiliato fiscale dagli USA alle Cayman, che è riuscito a ottenere il rimborso integrale di 400 milioni di euro dalla Grecia per i bond, il lucro di un anno di “investimento” rubato a una nazione che non ha più i soldi per pagare gli stipendi, dove i bambini vengono portati negli orfanotrofi da genitori disperati che non sanno più come nutrirli, i disoccupati frugano nella spazzatura, i vecchi chiedono l’elemosina per strada e i cani abbandonati vanno a morire sui marciapiedi. E lui scorrazza felice sul suo yacht.
Kenneth Dart– Secondo te, quell’avvoltoio ha diritto di vivere?
– Certo che no, ma come mi ci avvicino? Avrà cento guardie del corpo…
Nonno sogghigna di nuovo e mi fa vedere una buca. Ci giocavo da piccola, collegava il suo giardino con quello dei miei e faceva impazzire mia madre che non sapeva mai dov’ero. La chiamavamo la Buca del Coniglio.
– Dai nonno, non ci credo. Vuoi mandarmi alle Isole Cayman per la Buca del Coniglio? Por favor…
– Por favor un cazzo! Questo è l’Aldilà, e se io ti dico che in questa dimensione la Buca del Coniglio va alle Cayman, ci va. Non ti fidi più di me?
Certo che mi fido di mio nonno, mi ha cresciuta, mi ha insegnato che cosa è bene e cosa è male, e anche ad andare in bicicletta, sparare, aprire le serrature con un pezzetto di ferro, tirare i sassi. Come farei a non fidarmi? E poi mi piaceva molto l’idea di ripulire il mondo da uno schifoso avvoltoio. Ma non era così semplice. Niente è mai così semplice col nonno.
– Hai una missione, e devi mostrare di esserne degna. Voglio essere sicuro che sai ancora sparare.
– O nonno, ma non li vedi i miei bersagli in cortile?
– Me ne sbatto il cazzo dei tuoi bersagli, sono capaci tutti di sparare a una fotografia. Devi dimostrare le tue capacità con gli umani in carne e ossa. Nei tuoi quadernini hai una bella lista di stronzi da fare fuori.
– Tutti? Mi ci vorrà una vita!
– Tutti. E lo devi fare in mezza giornata, se no ti prendono e ti arrestano. Te l’ho spiegato, vero, che sparare alle persone è illegale, anche se sono degli stronzi?
– Sì nonno, me lo hai spiegato, dopo che ho sparato al figlio della Minghina perché avvelenava i gatti.
– Ah mi ricordo, avevi sei anni. Caso ancora irrisolto, mi dicono.
– Archiviato, nonno, archiviato. Sono passati cinquant’anni…
– Già cinquant’anni e non hai più sparato a nessuno?
– A nessuno, nonno, a nessuno. Te lo giuro.
– Bene, è ora di ricominciare. Fai fuori tutti quegli stronzi e poi torna qui col fucile. Ah, usa queste cartucce, l’effetto è più divertente.
pallottole dum dumQuando la sveglia ha suonato, sul comodino ho trovato una scatola di proiettili Dum-Dum. Ieri sera non c’era.
Mi sono presa un paio di giorni per pianificare bene l’azione e rubare le targhe per la macchina. Nonno dice che mi prenderanno in mezza giornata e quelle poche ore mi servono tutte, perché la lista è lunga. Ho deciso di cominciare con quelli che sono in pensione, tenerli in vita coi nostri contributi è una bestemmia. Anche tenerli in vita e basta, è una bestemmia. Prima dell’alba del mio personale Doom’s Day, sono nascosta dietro la siepe della villetta in cui vive lo scagnozzo malefico che mi ha tormentato per vent’anni, un nano che incarna perfettamente la definizione di De Andrè, uno che è una carogna di sicuro perché ha il cuore troppo vicino al buco del culo. Forse per questo aveva anche un fiato così pestilenziale e ogni volta che apriva la bocca spandeva merda a piene mani. So che tutte le mattine si alza prestissimo e va a buttare la spazzatura; strano, pensavo che la mangiasse… Questa mattina fa appena in tempo a uscire col sacchetto in mano, che la testa gli esplode come un cocomero lanciato dal quarto piano. Ottime queste pallottole Dum-Dum, l’effetto del cranio spappolato sul muro dipinto di rosa antico è davvero artistico. Poi tocca alla sua fidata complice, la sgorbia zoppa che insieme a lui mi ha portato alla disperazione. Salgo in macchina e corro a casa sua, suono il campanello e la strega mi apre… Incredibile, mi apre con lo stesso ghignetto sardonico con cui mi ha preso per il culo per anni, ma il ghignetto adesso non esiste più, le ho fatto esplodere la faccia, da spappolata sembra perfino meno brutta. Intanto che ci sono sparo anche al marito, che si è svegliato ed è venuto a vedere, così impara ad aver sposato una strega come quella. E poi via, ho fretta. Mi manca la Caporalessa dell’Acquario delle Orche Assassine, quella che mi definiva “Menomata nei maroni”. Abita in una villetta un po’ fuori mano ma all’alba c’è poco traffico; la trovo appena sveglia e già alle prese col suo chilo di krapfen per colazione. Anche lei mi apre la porta quando suono il campanello, non può sospettare che i suoi due grammi di cervello e la sua faccia da troia obesa stiano per trasformarsi in un Kandinskij sul muro della cucina.
Blow jobAvanti, non c’è tempo da perdere. La missione mi porta nella periferia opposta, dove vive l’ingegnerino che si è posto come missione la distruzione del mio precario equilibrio mentale. Lo stronzo è maledettamente mattiniero, si vede che ha messo in agenda una sveltina nel parcheggio sotterraneo con la sua bruttissima amante, l’unica nel palazzaccio che gliela dà. Un colpo sbriciola il vetro della macchina e altri due spappolano la faccia di lei mentre gli fa un pompino, e quella di lui che non ha ancora capito cosa sta succedendo. Si credeva tanto intelligente, ma io l’ho sempre detto che era un po’ lento di comprendonio. Peccato che non possa vedere il bel colore della tappezzeria. Mi allontano in fretta dal parcheggio, a quell’ora si riempie di pendolari e non è bene farsi trovare con un fucile a pompa in mano. Mi sono rimasti due obiettivi, e uno lo centro lungo la strada. È il devoto ciellino che tra un rosario e un pater-ave-gloria tiene sotto controllo i nostri computer. Gli sparo senza nemmeno spegnere il motore, e quando vedo la sua testa esplodere decido di fare qualcosa di trasgressivo: passo col rosso. Intanto che mi affretto verso il paesino di campagna dove abita la prossima vittima, ascolto i notiziari. Ancora nulla. La città deve finire di svegliarsi e forse nessuno ha ancora chiamato il 113. Quando arrivo a casa del giovane piccolo fenomeno paraculato di partito che mi rovina la vita da anni, non ho neppure bisogno di suonare il campanello. Il signorino abita in una bella villa nuova di zecca e non ha ancora avuto il tempo di costruire la recinzione. Il tesoruccio dorme ancora, lui non ha l’obbligo di rispettare l’orario di lavoro come i comuni mortali, alle spalle ha il partitone che lo protegge, ed io lo posso contemplare mentre dorme il sonno dell’ingiusto nella sua bella camera da letto a piano terra. È talmente impunito che tiene la finestra spalancata, forse crede che il suo partitone lo protegga anche dai ladri. Gli faccio esplodere la testa senza nemmeno svegliarlo, e poi che non si dica che sono cattiva.
The Rabbit holeHo finito. Ne avrei ancora qualcuno, anzi, volendo, ne avrei una carrettata, ma non ho tempo, non posso correre il rischio di farmi arrestare, la mia vera missione deve ancora cominciare, finora ho fatto solo esercizio. Devo correre a casa del nonno. Adesso non ci abita più nessuno, i miei cugini l’hanno messa in vendita ma vogliono troppo e quella povera casetta sta lì a marcire. La buca del coniglio è sempre dove nonno mi faceva giocare da piccola. Ma appunto, ero piccola, pesavo quindici chili… Adesso sono ancora piccola di statura, ma molto, molto più larga. Cazzo, a questo il nonno forse non ha pensato. Mi avvicino alla buca con il mio fucile a pompa e le tasche piene di pallottole Dum-Dum. Come immaginavo, riesco a infilarci solo la testa, ma a quanto pare è abbastanza. Provo un’intensa sensazione di vertigine mentre cado nel vuoto, e atterro con una bella botta sul sedere. Sento la risata del nonno, che mi tira su con la sua mano forte da vecchio contadino, la stessa che mi risollevava dalle cadute in bicicletta e mi incitava a risalire subito in sella. Mentre mi tolgo la terra dai capelli vedo una piccola folla. Non ci sono solo gli anziani amici del nonno, ma anche un bel gruppo di giovani, maschi e femmine, tutti armati fino ai denti e con un sorriso da un orecchio all’altro. C’è un clima gioioso, mancano solo piadina al prosciutto e sangiovese. Ognuno ha in mano la fotografia del suo bersaglio, con nome e indirizzo. Per esempio, c’è Jamie Dimon, capo supremo della JP Morgan, uno che viene pagato ventitré milioni di dollari l’anno per buttare le famiglie sul lastrico, ci sono Bruno Iksil, un altro speculatore detto “Lo squalo di Londra” e la donna manager Ina Drew… C’è tutto il nostro governo presente, non manca nessuno, e anche quello passato, tanto è cambiato così poco… e tanti altri bastardi cancri da estirpare. Il nonno mi abbraccia con la forza di quando, da solo, si caricava un maiale sulle spalle e lo appendeva a un gancio.
– Ti trovo bene nonno, non sei cambiato per niente. Anzi, stai meglio…
– Merito dell’aria buona e della compagnia ancora migliore. Sai, noi avremmo voluto un nuovo processo di Norimberga, ma i cattivi pagano solo nei film di Sergio Leone. Nel vostro mondo ritornano sempre, uguali a se stessi come gli zombie, e lo sai, il morto vivente si abbatte solo con una pallottola in fronte. Noi vogliamo un funerale definitivo. Sei pronta?
Lo sono.

 


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