di Enzo Buscemi

 

 

Suonarono alla porta. Andò ad aprire Lina, la nostra giovane cameriera: “C’è un telegramma”.

Arrivò mamma “Buongiorno don Salvatore. Vuole bere qualcosa?”

Chiese all’anziano postino del paese che certo rifiutò, perché ne ascoltai il saluto di congedo e il rumore della porta che veniva chiusa. 

L’arrivo di un telegramma, messaggio di comunicazione veloce, settantasei anni fa, era sempre causa di inquietudine.

Mamma, piuttosto agitata, scollò il lembo di chiusura:

“È nato Giovanni”, esclamò sollevata e visibilmente commossa, “È arrivato il tuo primo cugino”.

“È il bimbo della signora Elena?” si informò Lina.

“Sì certo. Domani andremo a vederlo. Adesso scrivo il numero e per favore va dalla signora Angelina e falle prenotare una telefonata a Messina per le 17”.

Annotò il recapito su un foglio che consegnò a Lina che partì, di corsa, per l’ufficio postale che allora gestiva l’unico telefono pubblico di Castroreale, il mio splendido paese d’origine.

Questo l’inizio, che ricordo perfettamente, anche se avevo solo cinque anni, della storia movimentata e piena di risvolti interessanti di Giovanni. Cugino, ma per la verità come Sergio, suo fratello, arrivato poco più tardi, uno dei due fratelli che non avevo avuto.

 

Ieri sera, quasi un secolo dopo, Giovanni ha seguito Sergio verso l’ignoto. E sono, di nuovo, figlio unico.

Stamattina sono riuscito a scambiare solo poche parole con la sua dolce, adorata Mariella, prima che i singhiozzi inutilmente repressi, mi costringessero a tacere.

Giovanni. Difficile rievocarne l’immagine. Oserei una sorta di definizione, concedendomi dei superlativi assolutamente ignoti nel mio linguaggio:

‘intelligentissimo, eccezionalmente estroso, buono e, soprattutto, imprevedibile’.

Aveva passato l’infanzia coccolato da Giampaolo, nostro nonno materno. Lo aveva quasi rapito ai suoi genitori per viziarlo quanto possibile. Ma soprattutto con la voglia di forgiarlo a sua immagine. Per la verità lo stesso esperimento lo aveva tentato con me. Ma ne fu limitato dalla ritrosia di mio padre, che prediligeva educarmi secondo i suoi canoni.

Per Giovanni era stato diverso. Gli zii Elena e Vico, che ho adorato come secondi genitori, avevano pesanti orari nelle rispettive attività, e il nonno aveva colto al volo l’occasione per concedersi l’esclusiva del secondo nipotino.

Come accaduto nei miei riguardi, il nobile quanto bello, coltissimo ed elegante Giampaolo, aveva alfabetizzato Giovanni già quando aveva poco più di tre anni. Come me. E ugualmente, quando cominciò a frequentare le elementari, fu il cruccio dei rispettivi insegnanti quando spiegavano i primordi agli altri scolari.

Giovanni, come me, anni prima, grazie al nonno, leggeva correntemente l’argomento (e spesso perciò lo conosceva), anticipando la spiegazione del maestro.

Ma mio cugino meravigliò tutti. Riusciva a calcolare, in un attimo, moltiplicazioni di numeri anche di cinque cifre, e ne enunciava il risultato con disarmante naturalezza.

Questo era uno dei suoi giochi preferiti. Gli altri, la lettura appassionata dei libri che il nonno ci regalava.

In seguito, quando Sergio, l’ultimo arrivato, fu dell’età giusta, avremmo attinto alla corposa biblioteca di famiglia, della quale conservo ancora decine di preziosi, antichissimi volumi.

Poi arrivarono i tempi delle medie, del ginnasio e del liceo.

Si guadagnava, senza apparente fatica il massimo dei voti e borse di studio che non gli diedero mai, poiché la famiglia aveva un buon reddito.

Quindi l’università. Si iscrisse (e qui la mia memoria vacilla), non ricordo se a medicina o a giurisprudenza. Frequentò un anno sostenendo con ottimi voti alcuni esami. Poi cambiò facoltà. Anche qui stesso procedimento. Mollò dopo qualche tempo, rinnegando i successi.

In quel periodo, con una piccola cinepresa, tentammo di girare dei ‘corti’. Il primo che riecheggiava al surrealismo di Alain Resnais ne L’anno scorso a Marienbad lo filmammo nel lungo corridoio di una scuola e nel cimitero di Castroreale. Ma la pellicola costava molto e in ogni bobina ce n’era per solo tre minuti. Così abbandonammo.

Io, mi trasferii a Milano, poi a Roma. Lui partì per l’Inghilterra.

Tornò dopo mesi. I suoi genitori quasi non lo riconobbero. I capelli biondi lunghi, fin sulle spalle, la barba poco rasata, come usa oggi. Abbigliato con una giacca da guardia della regina, ricca di alamari dorati, comprata in un mercatino di Londra. E chissà perché, una diversa postura, con la schiena leggermente curva.

Prevedibile, oltre allo shock, la preoccupazione di Elena e Vico. Non c’erano più i nonni. Ma Giovanni, ovviamente, trovò più comprensione dalla nostra zia Agata che lo adorava, e dai miei genitori. Da loro, soprattutto, si rifugiava dopo le frequenti liti con i suoi.

Quell’estate, quando tornai in Sicilia per le vacanze, mi raccontò dei diversi lavori che aveva fatto a Londra. Da fattorino a lavapiatti. Umili, ma lo avevano educato a vivere in un ambiente che lo affascinava.

A Messina, cominciò a frequentare un istituto professionale per un diploma in dattilografia. Lui, sorta di genio, costretto dalla necessità a una specializzazione che non teneva conto della sua cultura. Ma così trovò subito lavoro. Insegnava, e presto, se non ricordo male, divenne vicepreside di quella scuola.

Conduceva una vita divertente, come l’appartamento, a due passi dalla circonvallazione, che aveva arredato con estro, e che lo ospitava insieme al suo cane Ulisse.

Poi sposò Margherita. Combinazione, ero nelle vicinanze, in vacanza in Calabria, e riuscii a partecipare al pranzo di nozze, in un ristorante suoi laghi di Ganzirri. Una bella giornata.

Ma il matrimonio durò poco. Ne seguì un altro con Maria che gli avrebbe dato Aurelio, diventato, da subito, lo scopo meraviglioso della sua vita. Lo crebbe a sua immagine culturale, come un amico giovanissimo.

Altra separazione, ma Aurelio era Giovanni in sedicesimo. Bello, simpatico, le stesse passioni. Anche quella, iniziata per caso, e poi diventata sorta di missione, per i gatti.

 

Poi venne Mariella, la donna della sua vita. Intelligente, dolcissima, capace di tollerare le estrosità di un uomo davvero particolare. Si sposarono il giorno di un mio compleanno.

Gli scattai decine di foto.

La casa sul mare, già colma di libri, di dischi e di quadri, si popolò di uno, due, tre, quattro, certe volte anche di una ventina di gatti.

Il popolo felino della zona si era passata la voce della sicura ospitalità di villa Merenda. In pratica Giovanni aveva acceso un mutuo con i veterinari. Curava i suoi piccoli ospiti, anche quelli occasionali, come bambini. Ad ognuno assegnava un nome e ne conosceva il carattere.

In estate quando tornavo al sud e andavo a trovarlo, con Mariella e Aurelio per me era sempre una festa. Regolarmente, ma senza successo, tentavo di limitare il numero incredibile di sigarette, che consumava con la foga di un fumatore che riprenda dopo una lunga astinenza. Parlavamo, anche dei suoi libri.

Quasi dimenticavo, in passato, aveva ridimensionato anche il grande William. Riscrivendo l’Amleto e il Riccardo III, che riuscì, miracolosamente, a mettere in scena a Messina.

E poi gli Anni 90. Aveva pubblicato i primi due gialli, Il segnale e L’esilio, con il sigillo della prestigiosa Sellerio.

Per certi versi il suo ‘commissario Martino’ che l’editore aveva, stranamente, dimenticato nel cassetto per qualche anno, sembrava avesse ispirato senza vergogna, un omologo ‘miracolato’, che uscì nelle librerie prima di quello ideato da Giovanni.

Ma secondo me (che quando facevo il cronista ero soprannominato la jena per la dirompente capacità di indagine) qualcuno, certamente molto valido, aveva letto e metabolizzato il manoscritto di mio cugino, per prenderne lo spunto. Absit iniuria verbis. Non accuso alcuno. Ma la faccenda non mi ha mai convinto.

Seguirono gli altri romanzi che mi mandava sempre da leggere, prima della pubblicazione. Tutti belli e originali. Uno aveva come protagonista-narratore un gatto, Guiscardo. Un investigatore davvero sui generis. Libri, usciti purtroppo da piccoli editori, che non poterono mai garantirgli la legittima promozione. E Giovanni ne fu profondamente deluso.

L’anno scorso se l’era cavata per il rotto della cuffia, da un colpo al cuore. Grazie alla tempestività di Mariella nell’invocare i soccorsi. Degenza travagliata che ci tenne in ambascia per giorni interminabili. Poi, finalmente, il ritorno a casa e la ripresa.

Lo rividi l’estate dello scorso anno. Ma non era più lo stesso. Stava abbastanza bene, ma non volle più scrivere. Leggeva più del solito. Non so se abbia continuato a dipingere. Perché faceva anche questo, o a scattare foto di bellezza e originalità incredibili. Non amava più parlare al telefono. Mariella a via di curarlo, osservarlo con il timore di un male recidivo, accudirlo in tutto, era diventata “lui”. Anche nelle relazioni con chi lo amava, come me.

E arrivò la sua ultima crudele avventura. La sopportò, sostenuto dai suoi amori: Aurelio e Mariella.

La scorsa settimana, avevo ascoltato per l’ultima volta la sua voce mentre era in terapia intensiva:

“C’è Enzo al telefono” gli ha detto Mariella onnipresente. E lui:

“Digli che stavo chiamandolo. Stamattina alle otto”.

 

Torino, 2 agosto 2018

 

 

 

L’Autore

Enzo Buscemi, laurea in Giurisprudenza, due master in linguaggio radiofonico e televisivo, giornalista professionista dal 1964. Principali testate per le quali ha lavorato: inviato di Auto Italiana e Quattroruote, 1961/64. Caporedattore di BELLA ‘64, poi inviato della Settimana Incom Illustrata (ugualmente Rizzoli), dal ‘65 al ‘67. Dal ’67 al ‘70, caporedattore della Editrice dell’Automobile.

Nel 1971 redattore del Messaggero, 1972/73 caporedattore Interni del Mezzogiorno, primo quotidiano in roto offset, direttore P. Cavallina. 1974/76 fondatore e direttore di ROMA 103, prima radio libera di Roma. Contemporaneamente inviato del settimanale L’Umanità. 1976/83 Italia 1: autore e conduttore delle trasmissioni: Noi e gli ufo (share fino al 22%), Dietro la quinta, Wroom, Grand Prix e responsabile di Gente Motori per Roma (tutti dell’Editore Rusconi). Nello stesso periodo è chiamato a dirigere RTV, rotocalco nazionale di costume e spettacolo. Se ne dimette nel 1978 per iniziare la collaborazione con Rai2.

Da freelance scrive regolarmente per Paese sera, Il Settimanale, Panorama, Grazia, AUTO, Espansione. Redige la sezione tecnica e impressioni di guida dell’Enciclopedia dell’automobile dei F.lli Fabbri (136 dispense). Nel 1987 è assunto alla RAI come conduttore del GR3. Passa ai Servizi speciali con il quotidiano itinerante “Succede in Italia” e le rubriche “Spazio notte” e “Contromotori”. Comincia la collaborazione con “Cronache dei motori” del TG1, direttore Bruno Vespa.

Nel 1991 viene trasferito alla TGS e quindi al TG2 (direttore A. La Volpe) redattore al Desk centrale e TG2 Motori. Nel ‘93 il nuovo direttore P. Garimberti lo promuove capo servizio. Altro direttore, C. Mimun, nel ‘94, lo nomina caporedattore al coordinamento centrale. Nel ‘98 per motivi personali ottiene il trasferimento alla sede RAI di Torino dove confeziona e conduce i TG flash del mattino per RAI NEWS 24 e il sabato, TG3 agricoltura.

Lascia la RAI nel 2002. Da allora fa parte della Commissione Cultura dell’AUTOMOTOCLUBSTORICO (ASI).

 

 

 

Gamy Moore
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