Torre ArgentinaIl giornale è sul tavolo della cucina, aperto su un articolo che non avrei mai voluto leggere. A Roma, i gatti di Torre Argentina sono “sotto sfratto” per “abuso edilizio”.

Immagino che tanti di voi abbiano visitato la nostra capitale e tra un museo e un reperto archeologico siano stati anche a Largo di Torre Argentina, un piazza in cui si trovano i resti di un sito di grande interesse non tanto per i lacerti di muro che emergono tra i numerosi piloni in cemento armato, coperti dal sottovia di via Florida, ma per i circa duecentocinquanta felini residenti in quello che rimane di un tempio romano e del suo podio, già sacrificati alla viabilità cittadina nel 1929. D’altronde la città vive, e altre strutture antiche proprio in questi giorni sono state ricoperte per consentire il ripristino della strada dove passerà il tram numero otto.

Anna Magnani con gattoA Torre Argentina le volontarie si occupano dei gatti randagi da oltre vent’anni, hanno provveduto a sterilizzarne migliaia e hanno ripulito un’area che prima del loro arrivo non era altro che una cloaca a cielo aperto, infestata da tossici e vagabondi. Anch’io ci sono stata, e ho provato una straordinaria emozione visitando le rovine romane costellate dai gioielli che maggiormente apprezzo nella natura: i gatti. Una rivista “gattolica” come LM non poteva non intervenire in merito alla tempesta che è piovuta addosso ai felini e alle volontarie che se ne occupano. Il gatto romano, d’altra parte, è una celebrità nel mondo: amato da artisti e intellettuali, accudito con amore dalle “gattare” – termine che dal gergo romanesco si è diffuso in tutta Italia –  il “Romeo, er gatto del Colosseo” ha ispirato perfino Walt Disney. All’inizio degli anni Novanta il Primo Municipio, che gestisce il cuore antico della Capitale, aveva assegnato al sito il titolo di “patrimonio bioculturale” e nel 2000, in occasione del Giubileo, i tour operator inserivano nelle visite guidate anche Torre Argentina, proprio per l’originalissimo e affascinante connubio tra arte e natura. E ora chissà cosa direbbero Anna Magnani, che andava a dare da mangiare ai mici di Torre Argentina, Tony Curtis, che andava a trovarli anche quando era su una sedia a rotelle, o Antonio Crast, che li amava talmente tanto da dire “Il mio desiderio sarebbe quello di morire in mezzo a loro” e così fece, colpito da ictus proprio a due passi dal teatro.

Gatti di Torre ArgentinaQuando ho visitato il sito, circa due anni fa, ho avuto modo di vedere anche la questione del contendere, il piccolo seminterrato dove le volontarie tengono il minimo indispensabile per la vita di una colonia felina così imponente: il necessario per cuocere le pappe e fare da infermeria, e qualche oggetto da dare in omaggio ai visitatori che scelgono di lasciare un’offerta per il rifugio. Io sono tornata a casa con una magnifica maglietta “Gatti di Roma” che esibisco con orgoglio.

Purtroppo un brutto giorno, alcuni burocrati – specie immonda – si sono svegliati con l’allergia al felino e hanno deciso che quel minuscolo ricovero seminterrato costituiva un “abuso edilizio”, più o meno come una villa al Circeo costruita senza permessi. Secondo questi signori, forse, le cure ai gatti malati andrebbero prestate sulla pubblica piazza, esposti al traffico e alle intemperie, oppure nella vicina libreria Feltrinelli, così i mici si fanno pure una cultura. L’impressione che i gatti siano anche un pretesto per schermaglie politiche è forte, e la notizia del sopruso mi ha sconvolto in misura doppia, sia come reazione alla cieca ottusità dell’apparato e dei suoi stolidi armigeri, sia come triste deja vu di un’esperienza che ho vissuto di persona.

gattile di Qua la ZampaNegli anni Novanta, nella mia città, Forlì, si costituì un’associazione che intendeva mettere in piedi un “gattile”, un rifugio per gatti abbandonati. I volontari si costituirono in associazione, presero in affitto mezzo ettaro di terreno agricolo, nella campagna tra Forlì e Forlimpopoli, e lo attrezzarono a proprie spese. Non fu cosa da poco, perché partirono da un campo di patate. Contraendo un mutuo, e con la loro fatica spesa nei giorni liberi dal lavoro, spianarono il terreno, lo recintarono adeguatamente, piantarono alberi, portarono gli allacciamenti di acqua e luce, costruirono una stradina di ghiaia per l’accesso. Come ricoveri per i gatti si procurarono qualche vecchia roulotte, dismessa dai proprietari, e costruirono un paio di baracchette basse.

Per diversi anni questa associazione rimase un punto di riferimento nel territorio, sterilizzò a proprie spese centinaia di gatti randagi a Forlì, Forlimpopoli e comuni limitrofi, diede ricovero fino a centocinquanta gatti abbandonati, cercò di trovare loro una famiglia adottiva e chi non fu voluto da nessuno rimase nella struttura, le cui spese sono sempre state a totale carico dei volontari e dei soci. Il gattile fu visitato anche da amministrazioni comunali che volevano prendere lo spunto per costruire rifugi analoghi. Poi un potente burocrate locale, per motivi che qui sarebbe troppo lungo elencare, prese in odio l’associazione e decise di far chiudere la struttura.

VanessaPoiché le condizioni igienico-sanitarie del rifugio erano ottimali, si attaccò all’unico appiglio che poteva trovare: il terreno su cui si trovava il gattile (che nel frattempo, contraendo un altro mutuo, i volontari avevano comprato, intestandolo all’associazione) era agricolo, e fece ottenere un’ordinanza di demolizione per ABUSO EDILIZIO. L’ABUSO era rappresentato da quelle tre o quattro roulotte dismesse e dalle due baracchette così basse che si sfiorava il soffitto con la testa. Fu come una bufera di vento che si abbatté con la sua furia irrazionale su quello che i volontari avevano costruito in anni di lavoro e di sacrifici, e sui gatti, creature colpevoli solo di essere state abbandonate.

I volontari furono costretti a demolire queste strutture e solo dopo una grossa protesta popolare il Comune si decise a “sanare” l’abuso, cambiando la destinazione d’uso del terreno da agricolo a “ricovero animali”, vincolato alla presenza del rifugio. Per intenderci, nessuno ci potrà mai costruire una villa, lì sopra. I volontari, a loro spese, dovettero sostituire le roulotte con costose “casette” vere e proprie, come quelle da cantiere, perché a quanto pare esiste una norma in base alla quale i gatti non possono stare nelle roulotte. I terremotati invece sì. L’associazione non era in grado di sostenere un ulteriore mutuo, così vennero organizzate tante iniziative di raccolta fondi, a cui la partecipazione dei privati cittadini fu straordinaria. Ricordo una famiglia di umili condizioni che comprò a sue spese una casetta, mentre le istituzioni non diedero nemmeno una cuccia.

Gatti di Qua la ZampaLa lotta tra le gattare e l’alto burocrate durò per diversi anni, e i gatti non sono stati sfrattati e lasciati senza ricovero solo grazie alla solidarietà dei privati cittadini. Anche in questa occasione, come se già non ce ne fossero abbastanza, le istituzioni si distinsero per insensibilità e inutile dispiego di forza bruta contro chi non ha nemmeno la voce. E poi… i gatti non votano.

 

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