Andreï Filipov (Alexeï Gouskov) non è nessuno. Però le sue mani fluttuano leggere nell’aria, mentre dirige l’orchestra del teatro Bolshoi di Mosca, sulle note del concerto n.21 – andante, di Wolfgang Amadeus Mozart. In realtà, in quel teatro Filipov è l’uomo delle pulizie, ma una volta la dirigeva veramente l’orchestra del Bolshoi. Erano i tempi dell’Unione Sovietica di Brežnev, qualche anno prima della Perestrojka e Filipov, all’epoca, era il maestro, una leggenda vivente.

Ma venne licenziato, insieme alla sua orchestra composta da musicisti ebrei, da un potere che –  nonostante soffiasse già il vento del rinnovamento – cercava ancora di indottrinare l’arte e la cultura, attraverso epurazioni finalizzate a tenere a freno e sotto controllo ogni possibile istinto vitale di ribellione verso le autorità.

Forse, però, è più facile mettere il bavaglio e tenere sotto controllo le informazioni – tecnica nella quale i regimi sono abilissimi – piuttosto che controllare il fuoco della passione, che si mantiene vivo ed arde perennemente nei cuori e negli animi, di coloro che sono innamorati dell’arte e che nutrono sublimi aspirazioni a qualcosa di più elevato di una vita lenta, tranquilla ed agiata.

Lentamente muore chi non evita la morte a piccole dosi, dice il poeta, e così Filipov decide di tentare l’impresa impossibile: intercettato un fax indirizzato al direttore del Bolshoi, con il quale s’invita l’orchestra a suonare al Théâtre du Châtelet di Parigi, decide di ricostruire la vecchia squadra, sostituendola all’attuale orchestra del famoso teatro russo e spacciandola per essa.

Al direttore dello Châtelet, l’entourage di Filipov porrà anche alcune condizioni: quella di suonare il concerto per violino e orchestra in Re maggiore, op. 35, di Pëtr Il’ič Čajkovskij. Ed inoltre di chiamare, come violino solista, Anne-Marie Jacquet (Mélanie Laurent), eterea e bellissima, nonché astro nascente della musica classica.

Lei è una donna fredda, musicista bravissima che non si lascia trasportare dalle emozioni, tranne poi cedere di schianto sotto l’inebriante bellezza della musica di Čajkovskij che esce dal suo stesso violino e che, precedentemente, non aveva mai suonato.

Così, uomini messi al bando della società, elementi reietti, rifiutati o scartati possono risorgere, uniti da una passione mai dimenticata, ricostruendo un dialogo interculturale che arricchisce, anziché impoverire. Il collante che li lega è la capacità di mettersi in gioco, nonostante l’apparente ridicolaggine che li accompagna nel loro muoversi tra gli ambienti dorati, compassati e raffinati di Parigi.

Qualcuno ha detto che, se hai un grande finale, hai tra le mani un grande film e poco importa ciò che c’è nel mezzo. Il Concerto è un film grottesco, ironico, chiassoso ed ingombrante, anche nel doppiaggio improbabile come i suoi personaggi, che ha un inizio inverosimile ed un finale a sorpresa. Ed in questo film – nel mezzo – c’è un personaggio misterioso ed una musica celestiale. Anche se importante non è cosa si suona, ma con quale passione: come quando ti senti addosso lo sguardo di coloro che ami.

E, se c’è un inganno, poco importa. Per stessa ammissione del regista Radu Mihăileanu, ritroviamo qui il tema dell’impostura positiva già utilizzato in Train de vie. Tema molto caro ad egli stesso, che si chiama così in quanto il padre, per sfuggire dapprima al regime nazista e successivamente a quello stalinista, dovette cambiare il proprio cognome da Buchman a quello attuale.

Dunque, è un inganno, ma a fin di bene, affinché l’animo si libri nell’aria, voli ed il cuore batta più forte. Del resto, il cinema nacque muto, ma poi gli diedero la voce. Cosicché, storie di ordinaria routine, divennero storie di straordinaria follia.

E’ con la musica, infine, che la magia si compie, raggiungendo il suo traguardo: quell’incanto che unisce una banda di squinternati, derelitti, musicisti, visionari e sognatori nella ricerca dell’armonia suprema.

 

 

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Tinos Andronicus

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Massimo P.
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