«Osama bin Laden è uno solo, una sola persona. È solo una persona». Tanti concetti simili, espressi con parole diverse per (de)finire la vita di un uomo, il più pericoloso terrorista del mondo, sulla cui testa pendeva una taglia da 25.000.000 di dollari. Ma perché un regista doveva cercare Osama bin Laden, prima del 2 maggio 2011?

Se La donna che canta tratta il tema dell’intolleranza e della guerra evitando gli schematismi politici e religiosi, partendo dalla singola storia di una donna, di un amore spezzato dalla lunga catena dell’odio che lega trasversalmente intere generazioni, affaticando i superstiti e negando loro il diritto a una vita normale, Che fine ha fatto Osama bin Laden? parte esattamente dal lato opposto e ribaltato, quello dello schematismo delle idee precompresse e stampate, dalle logiche politiche e religiose, per iniziare la più rocambolesca e surreale caccia all’uomo – già ricercato da tutte le nazioni del mondo – andandolo a stanare esattamente dove dovrebbe essere: nell’immaginario collettivo di civiltà, uomini e donne liberi, veri e reali.

Che fine ha fatto Osama bin Laden? di Morgan Spurlock è un documentario artistico che, dunque, non si prefigge di rappresentare asetticamente la realtà, ma di rivisitarla da una prospettiva precisa, allo scopo di creare una coscienza all’interno dell’ampio spettro di pensieri e dibattiti in corso nella società. Potremmo chiederci che senso abbia parlare di Osama bin Laden e della sua scomparsa, giusto nel momento in cui il mondo ha avuto consegnata la notizia della sua morte. E la risposta è appunto in un’altra domanda: la morte non è la scomparsa per eccellenza di qualcuno?

Osama è oggi scomparso (così almeno crediamo), ma non siamo certi che le sue idee siano scomparse con lui. Questo è (ed era) lo scopo dell’irriverente e scoppiettante viaggio – avventura che intraprende Spurlock alla volta delle terre nelle quali, sino al 2 maggio 2011, si pensava vivesse il fondatore e leader della più pericolosa organizzazione terroristica internazionale.

Irriverente, perché Spurlock parte da una sfida assurda e impossibile: quella di trovare Osama dove lo stanno cercando le organizzazioni di intelligence di tutto il pianeta, in particolare quelle degli Stati Uniti, dall’alto di una spesa tra i cinque e i sette mila miliardi di dollari, perché «Abbiamo l’esercito più potente e le spie più abili, le tecnologie più sofisticate e non riusciamo a trovare un tizio che si nasconde in Afghanabaluchapakiwaziristan? Dopo l’11 settembre credevo che un satellite dallo spazio avrebbe sparato un laser sulla terra per friggere bin Laden e salvarci tutti. Ma non è stato così. Se la Cia e l’FBI non lo trovano, ci vuole un nuovo piano operativo. Se ho imparato una cosa dai kolossal d’azione è che i problemi globali più complessi li risolve meglio un’unica persona, abbastanza pazza da pensare di farcela prima che inizino i titoli di coda. Ed io scoprirò, una volta per tutte, dove cavolo è Osama bin Laden».

Ed è così, come in un immaginario videogame di vecchia generazione, un mortal kombat, che inizia il viaggio di Spurlock, dal paese nel quale è nato e si è formato il Numero 2 di al Qaeda, Ayman al-Zawahiri, andando a casa di un suo zio in Egitto. Ma non solo: anche andando a chiedere in giro a gente comune, passanti, casalinghe, studenti. Naturalmente nessuno può dire dove si trovi il ricercato numero 1, né il numero 2, però – con l’occasione – si parla a ruota libera di Mubarak, delle libertà, dei fondamentalismi, di elezioni politiche nelle quali le opposizioni sono invitate con metodi poco ortodossi a non andare a votare. Ma anche del sostegno occulto da parte della politica degli Stati Uniti a numerosi dittatori, perché spesso il pragmatismo di quel Paese porta all’eccesso condensabile in una frase attribuita a Franklin Delano Roosevelt: «Sarà anche un mascalzone, ma è il nostro mascalzone».

E la conseguenza di questa caccia sui generis è che si scoprono concetti sorprendenti, verità per nulla scontate. Per esempio, molti intervistati, dall’Egitto al Marocco, dichiarano di non odiare gli americani, ma la politica americana. La gente (una piccola parte, sia chiaro) aderisce alle organizzazioni terroristiche o simpatizza per esse, perché da un lato ci sono regimi opportunisti e sfruttatori e dall’altro organizzazioni terroristiche che cavalcano l’onda del malcontento e il senso di impotenza. Sentimenti questi che implodono di fronte alle ingiustizie e alla violazione dei principi di autodeterminazione dei popoli.

Non tutti gli imam predicano il perdono e la tolleranza. Per esempio, in Arabia Saudita alcuni pregano perché la Palestina divenga il cimitero degli ebrei e l’Iraq quello dei cristiani. «Occorrerebbe stabilire dei confini netti tra le responsabilità di un imam o di un sacerdote e quelle di un politico o di un pubblico ufficiale: così si garantisce la stabilità».

Però occorre dire che la povertà e l’ignoranza creano il terreno fertile per gli estremismi e i fondamentalismi, non solo nei paesi mediorientali, ma anche nel mondo occidentale. L’Islam, è chiaro, non è violenza e odio. La guerra infatti si fonda sugli equivoci delle politiche ufficiali: «Per potere cambiare le cose, bisogna ignorare le politiche ufficiali dei governi e costruire dei ponti tra le società civili dei vari paesi. Chi diffonde il terrore rende un cattivo servizio al Medio Oriente, perché adesso in quei posti si vive peggio di prima».

Non è neanche la guerra tra israeliani e palestinesi il motivo del terrore: la guerra in Israele non è una guerra di religione ma di confini che devono essere definiti, ma per i quali non si riesce a venirne a capo. «Il nostro non è un conflitto religioso», dichiara l’assessore di Hamas a Betlemme. «Non siamo in guerra con gli ebrei perché sono ebrei, ma perché occupano la nostra terra. Tutti i leader e i movimenti del mondo arabo sostengono la causa palestinese perché sanno che essa scatena i sentimenti e il nazionalismo di tutto il popolo arabo e musulmano. Senza la questione palestinese non avrebbero tanta importanza a livello mondiale».

«Credo che Israele, alla fine, dovrà rinunciare a quei territori» sostiene un giornalista israeliano. «Il dramma di questo posto è che tutti sanno esattamente quale sarà la soluzione. I due paesi hanno un legame, ma sono divisi. Ogni persona di buon senso sa che andrà a finire così. Quel che non sappiamo è quante persone moriranno prima di allora. Si cercano soluzioni ma, se a Tel Aviv esplode un autobus, tutto si ferma. Se un colono dei territori uccide qualcuno, tutto si blocca. Siamo tenuti in ostaggio dagli estremisti di ambo le parti». I moderati sono la maggioranza, ma le loro voci non sono abbastanza forti.

E adesso che Osama è morto, cambia qualcosa nello scenario del terrorismo internazionale? Si fermerà l’odio? E come possiamo essere sicuri che bin Laden sia effettivamente morto, se non sono state diffuse immagini della sua morte? «L’America ha gli studi e le migliori tecnologie del mondo. Abbiamo visto leoni, cani, maiali che, in tanti film, parlano come gli umani». Dunque, se si fosse voluto ricreare in laboratorio il video della morte di bin Laden, sarebbe bastato andare alla Industrial Light & Magic di George Lucas per ottenerne una versione spendibile nei media di tutto il mondo. Forse, per trovare una spiegazione soddisfacente sull’assenza di foto dell’episodio, occorre andare a leggere Carlo Freccero e Daniela Strumia su Il manifesto del 5 maggio 2011.

Giunto in Pakistan, presso la città di Peshawar, Spurlock ritiene di avere informazioni sicure di trovarsi a meno di trecento chilometri da Osama bin Laden. E la cosa appare stupefacente se si pensa che, attraverso questo metodo assolutamente empirico di condurre le sue ricerche, si sia trovato effettivamente a pochi chilometri dal luogo nel quale realmente bin Laden si rifugiava.

«Non credo che se lo trovassi veramente renderei il mondo più sicuro. I motivi che spingono la gente a seguire lui e le sue idee esisteranno ancora. È questo che dobbiamo cambiare. Penso che dobbiamo fare tutti un passo indietro, chiedere a noi stessi in quale mondo vogliamo vivere e che tipo di mondo vogliamo». Per questo il documentario si ferma a pochi chilometri dalla verità sulla latitanza del ricercato numero 1. Perché, in realtà, Osama vivo o morto, tutto resta più o meno uguale.

Dobbiamo invece cambiare noi uomini di tutte le latitudini, dobbiamo fare un piccolo passo indietro. Mettere un poco da parte noi stessi per comprendere gli altri. Aspettiamo questo cambiamento, aspettiamo questo passo. Neil Armstrong, il primo uomo a mettere piede sulla Luna, direbbe: «Un piccolo passo per l’uomo, ma un grande balzo per l’umanità».

Si ringrazia per l’editing M.Laura Villani

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VOTO E GIUDIZIO AL FILM : 7 – Morgan Spurlock non è ancora sui livelli del maestro Michael Moore, però riesce ad affrontare un tema delicato come quello dei fondamentalismi senza risparmiare le critiche al mondo occidentale. Il quadro che ne esce alla fine dovrebbe fare riflettere sui metodi adoperati dai governi esportatori di democrazia: siamo sicuri che si tratti di guerre di religione?

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Tinos Andronicus

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Massimo P.
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