di Diletta Finotto

Anni ’50.

La prima sequenza che il film ci regala è un posteggiatore impazzito che incastra l’auto come se stesse giocando con un cubo Rubik. Quel posteggiatore è il film stesso, con il suo ritmo frenetico e incalzante, che non vuole dar fiato allo spettatore.

On the road è l’America vista da occhi dilatati, infiammati. Occhi inferociti, impazziti che non si posano su niente se non su quella linea tratteggiata: la linea bianca della strada. 

Sono gli occhi dei giovani americani della beat generation: Dean Moriarty e Sal Paradise. 

Dean è il figlio del sole e del west, un pazzo della vita, che passa da una donna all’altra, da Marylou a Camille, da Camille a Marylou; circondato da un’aura di fascinazione, è una calamita per ogni essere vivente. E poi Sal, in cui non è difficile rivedere lo stesso Kerouac; Sal che arranca dietro a Dean, che elemosina l’attenzione di Dean, che si ispira a Dean… Dean, Dean, Dean: il suo materiale da scrittura. Perché Sal è un giovane scrittore a cui mancano le esperienze per poter scrivere. Finirà sulla strada alla ricerca di parole da parcheggiare su cellulosa.

I protagonisti di On the road sono figli di quel way of life che li stritola fino a farli soffocare, sono quelli che rifiutano ogni imposizione, data da una società che non sanno accettare; che rinnegano ogni buon senso convenzionale; che non riconoscono alcuna autorità, nemmeno quella paterna, perché non hanno genitori: i loro padri sono gli scrittori, gli artisti, i poeti maledetti, il grande Rimbaud. Non credono in niente, non pregano un dio, non hanno speranze o progetti nel futuro. La loro unica Bibbia, da tenere religiosamente custodita sul cofano dell’auto, è La recherche du temps perdu di Proust. Il tempo, così prezioso per questi filosofi della strada, non va sprecato solo perché gratuito, ma venerato come un monaco prega il suo dio. Leggono Proust perché ne condividono la ricerca. Cercano un’individualità che rispecchi il pronome io. Non si riflettono nella generazione passata, nella società in cui vivono, nel perbenismo puritano regnante, nella borghesia allargata, negli ideali che essa propugna e nei valori che insegna. Incompresi e incomprensibili cercano di decifrare il loro essere, la loro solitudine, la loro rivolta.

 

Sono le mele marce cadute troppo lontano dall’albero del sogno americano. Sputano in faccia a quel sogno, ormai sbiadito e opaco. I giovani americani non hanno sogni perché consapevoli che “non c’è oro alla fine dell’arcobaleno. Solo piscio e merda”. Così si rifugiano in paradisi artificiali fatti di benzedrina e marijuana.

Sono scimmie danzanti sopra note jazz,

sono spiriti dionisiaci regnanti in bordelli messicani,          

sono trottole vaganti che ruotano su se stesse fino a implodere,                                                        

sono vettori impazziti, ipercinetici, iperattivi, iper-frenetici.

Bruciano, bruciano, bruciano.

Sono forze centrifughe che si irradiano dal suolo a stelle e strisce.                                                

Sonnambuli nella notte perché non dormono mai,

racimolano senza sosta frammenti di vita, sparsi per vicoli dimenticati.

Paradossali nel loro caos viscerale, alternano deliri vitali a incubi di morte,

estasi ascensionali a baratri concavi.

Invocano il suicidio per pregare poi la Dea Vita, plasmata su minuti da trascorrere

e su kilometri da percorrere.

Hanno un solo imperativo: andare. Appiccicano le loro maglie bianche, sgualcite da notti insonni, su sedili sudati di Cadillac rubate. Non hanno direzione, non hanno meta, vogliono andare lontano per poter vedere il punto di partenza scomparire. Ma l’arrivo non ripaga mai il viaggio. Così ripartono, in cerca di qualcosa, la verità, la vita, se stessi. Ma non trovano mai quello che cercano e sprofondano in angosce esistenziali per rinascere poi al loro prossimo viaggio, quando l’asfalto farà sentire il suo richiamo.

Difficile tradurre in montaggio un rotolo da 36,50m di carte attaccate assieme con lo scotch, su cui Kerouac ha riversato tutte le parole, trovate in giro per le strade. Ma Walter Salles restituisce in immagini ciò che Kerouac ha scritto, battendo i tasti sulla sua Underwood.

Da vedere. Ma prima da leggere.

 

 

 

 

On the road, Brasile-Italia-Regno Unito-Stati Uniti, 2012, regia di Walter Salles

 

 

Si ringrazia per l’editing Maria Montefrancesco


 


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