«Per scrivere una poesia bisogna vedere. Quante volte in vita vostra avete visto una mela? Mille volte, diecimila, un milione, direte. Sbagliato: in realtà la risposta è che non avete mai visto una mela finora». Vedere veramente qualcosa significa essere interessati a quella cosa. Osservarne le più piccole ombre, le sfumature, i più lievi particolari, immaginarla in tutte le situazioni che le si possono presentare, immaginare di essere lì accanto alla mela, a quella cosa, o a quella persona. Quando ciò avverrà, potrà avere inizio la scintilla creativa, quella dalla quale comincerà a scorrere il fiume delle parole. È il momento dell’ispirazione: un momento bellissimo per un artista, tra il prima e il dopo, tra il foglio bianco e l’inchiostro che zampilla sulla carta. Come il giorno delle nozze prima d’incontrare la sposa.

Ma come acchiappare quel momento magico, come raggiungere l’ispirazione, quando sembra che davanti al foglio bianco la nostra mente si svuoti?

Direte: la nostra mente non si svuota mai, è sempre in movimento, lavora. Anche mentre dormiamo, lei sogna, costruisce, elabora pensieri e riflessioni. Perfino liberare la mente non allontana il nostro pensiero, piuttosto scattano meccanismi diversi, che consentono persino di ottenere le soluzioni di equazioni impossibili. Ma il punto invece è: su cosa la nostra mente lavora?

Supponiamo che io mi debba trovare davanti ai testi sui quali devo preparare il mio prossimo esame. Ho la finestra aperta, spira un vento leggero che fa muovere i rami dei pini, cantano gli uccelli e tutto sembra così bello e incantato. Ma questa visione mi distoglie dai miei compiti. Un pensiero tira l’altro e finirò presto per trovarmi assorto in problemi che attirano la mia mente in situazioni e luoghi lontani. Allo stesso modo, se invece volessi scrivere proprio del vento tra i pini, non potrei farlo senza prendere il giusto tempo per stare tra loro.

Poetry, di Lee Chang-dong racconta la storia di Mija (Jeong-hie Yun), una signora coreana di 66 anni che vive con il nipote adolescente Wook. La figlia, invece, vive in una città lontana. Mija lavora come badante al servizio di un anziano signore affetto da paresi. Un giorno il cadavere di Agnes, una ragazza di quindici anni, compagna di scuola del nipote Wook, viene rinvenuto nelle acque del fiume della città. Ben presto la donna viene contattata dal padre di uno dei compagni di Wook, che la mette al corrente sul mistero di quella morte: Wook e altri cinque ragazzi hanno ripetutamente violentato la giovane che, di conseguenza, ha posto fine alla sua vita suicidandosi.

Di fronte a questa immane tragedia la vita di Mija non sembra subire un apparente stravolgimento. Mija vive già una realtà leggermente alterata dallo stato di salute nel quale sta entrando: lentamente cominciano ad affacciarsi nella sua vita i segnali di un possibile stato di demenza senile.

Da qualche giorno Mija si è iscritta a un corso di poesia: «Mi piacciono i fiori e molto spesso dico cose strane». Ciononostante non riesce a raggiungere l’ispirazione per scrivere una poesia. «Io ci riesco a sentire le cose». «Allora sarà sufficiente descrivere quello che pensi». Ma quali sono i suoi pensieri?

Mija deve, dunque, fare un ulteriore sforzo di astrazione oltre a quello al quale la costringe l’incipiente malattia: deve portare la sua mente su una realtà ancora più lontana dalle vicende della vita e del nipote Wook. Deve dirigerla su qualcosa di bello, che attualmente nella sua vita non c’è. E se qualcosa di bello vuole trovare, lo deve cercare nello sguardo di Agnes, la ragazza suicida, immaginando di trovare un contatto con lei, di parlarle dei suoi fiori, del vento, di amori segreti, degli stessi suoi luoghi, immaginando di vederli con gli stessi suoi occhi, quasi parlando con la sua voce e a suo nome. Immedesimandosi in lei e nel suo dolore. Solo così Mija riuscirà a scrivere la sua poesia.

«Non abbiate paura di soffrire: tutto il mondo soffre», diceva l’eccentrico professore di poesia creato da Roberto Benigni nel film La tigre e la neve. E come si può parlare della sofferenza se la si è sempre scansata, se nella vita si pensa soltanto a salvare se stessi?

Non possiamo sempre pensare al pane quotidiano, perché non di solo pane vivrà l’uomo. Siamo adulti e saggi, ma la nostra mente non è in vacanza. L’uomo ha bisogno della bellezza, d’incrociarne lo sguardo. «Non leggiamo e scriviamo poesie perché è carino», diceva il professor Keating in L’attimo fuggente. «Noi leggiamo e scriviamo poesie perché siamo membri della razza umana; e la razza umana è piena di passione. Medicina, legge, economia, ingegneria sono nobili professioni, necessarie al nostro sostentamento; ma la poesia, la bellezza, il romanticismo, l’amore, sono queste le cose che ci tengono in vita».

«Ma dove dobbiamo cercare l’ispirazione?», continuava a domandare Mija al suo professore di poesia. E lui rispondeva: «Scrivere poesie significa ricercare la bellezza, scoprirla in ciò che abbiamo davanti ai nostri occhi nella vita quotidiana. La bellezza è imprigionata nei vostri cuori e dovete liberarla».

Si ringrazia per l’editing Micaela Lazzari

 


VOTO E GIUDIZIO AL FILM: 7 – Guardando un film come Poetry si avverte un senso di freschezza nella tecnica narrativa che riporta indietro nel tempo, quando al cinema non esistevano i canoni e le regole. Il film mescola in modo genuino e spontaneo storia e confessioni, come se fingesse e contemporaneamente raccontasse. Ignorando le necessità di contenere le scene in tempi stringati e di commentarle con l’accompagnamento di una colonna sonora, Poetry cattura lo sguardo ricordandoci che un film è soprattutto una storia.


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Tinos Andronicus

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Massimo P.
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