“…la ‘tettona’ vale a dire l’ingombrante inquilina dell’abitazione di sotto… o meglio ancora la zoccola del piano terra!”

Devid mi meraviglio di te! Proprio tu che parli sempre in modo elegante, senza mai usare termini scurrili, tu che hai sempre preferito adoperare un ‘caspiterina’ al posto delle solite imprecazioni a base di organi maschili e/o femminili… ora in due righe mi ci infili ‘tettona’ e zoccola?

Sono costernato, ma sai che cosa? Mi piace questo tuo racconto e il modo in cui lo hai scritto mi pare proprio azzeccato per il genere di storia imbastita; pertanto sono molto incuriosito di sapere come continua questo racconto. In fondo siamo o no, un po’ tutti, uomini soli (come nella nota canzone dei Pooh)?

Malgrado non abbia ancora capito dove voglia andare a parare Devid con questa narrazione, una cosa però mi è chiara, il nostro amico è oltremodo confusionario. Purtroppo infatti non ha mai usato titoli univoci né tanto meno ha salvato file simili in una stessa cartella, al contrario ogni file ha come titolo quello di default (cioè la parte iniziale di testo del documento cui si riferisce) e il salvataggio è fatto a caso fra desktop, documenti e altre cartelle a volte nascoste come matriosche una dentro l’altra!

Per giorni ho scavato in mezzo ai milioni di file presenti nel pc – datomi in custodia da quello sconclusionato di Devid – e dopo parecchia fatica i miei sforzi sono stati premiati, infatti ho trovato un altro estratto di ‘Un uomo solo’. Spero prossimamente di riuscire a recuperare anche le altre parti del suo racconto, se ci sono…

  

Un uomo solo by Devid (seconda parte) 

Pure Mirella, una cliente fissa di “Arturo’s Hair Studio” il salone in cui lavoro, fa sfoggio con orgoglio delle sue grosse bocce, ma il suo aspetto e modo di fare non somiglia per nulla a quello della mia vicina ‘tettona’. Titti, infatti, è indecente non solo fisicamente ma pure nel modo di parlare, di sedersi, di fumare, di guardare, in tutti i suoi movimenti c’è un che di osceno, insomma ogni poro della sua pelle grinzosa sprizza volgarità e cafoneria. Mirella è dolce e gentile e, a dispetto del suo prorompente terrazzamento, non comunica rozzezza anzi il suo seno, sebbene ancora piuttosto sodo, ispira un senso di avvolgente maternità. Lei non è italiana viene dalla Polonia, più precisamente da Wadowice, cioè quella piccola cittadina nei pressi di Cracovia che diede i natali a uno dei più popolari papi.

Mariolka – questo il suo vero nome, ma da quando è qui si fa chiamare Mirella – ha 41 anni, una figlia di 17 anni che le dà molti grattacapi e un marito che non ama. Probabilmente lo sposò credendo di amarlo, senza però rendersi conto che si era ‘innamorata’ più che altro della prospettiva di vita agiata che poteva offrirle.

Diciassette anni prima, dopo essere stata sedotta e abbandonata da un altro uomo, dileguatosi poi nel nulla, si trovò a essere una giovane donna madre con una piccola e vorace bocca in più da sfamare, in un paese in cui il benessere generale era solo un lontano miraggio. Nonostante tutto, anche dopo una difficile gravidanza, Mariolka rimaneva ed è tutt’ora una splendida donna, biondo naturale, grandi occhi castano verdi messi in risalto dalle sue folte ciglia, snella ma con un bel fondo schiena a mandolino e il suo meraviglioso decolté.

Non so se Gian Paolo, suo marito, rimase stregato dalla seducente e prorompente scollatura di Mariolka o s’innamorò della sua dolcezza, fatto sta che non ci pensò su due volte e la sposò nel giro di tre settimane riconoscendo anche la piccola frugoletta appena nata. Per Gian Paolo, conosciuto notaio del luogo, non fu poi difficile sbrigare tutte le pratiche necessarie per far stabilire in Italia, a tempo di record, neo mogliettina e figlioletta.

Da allora, Mirella vive nel bel paese godendo della ragguardevole agiatezza offerta dal facoltoso e generoso marito. Di sicuro non deve preoccuparsi di controllare il prezzo di ciò che compra, come accade per la maggior parte dei comuni mortali, sia al supermercato sia nella boutique più rinomata. I due, madre e ‘padre’, poi non hanno mai fatto mancare nulla alla figlioletta, ricoprendola sempre di mille attenzioni (fin troppo) e soddisfacendo ogni sua più assurda e ‘cagosa’ richiesta. Ultima in ordine di tempo, una costosa decolorazione dei bei capelli neri corvini (nonostante una madre platino naturale) per far colpo su uno scavezzacollo del quartiere. Arturo ringrazia! 

A dispetto di tutto però, Mirella non si è mai sentita appagata sino in fondo; fin dai suoi primi anni in Italia è germogliato in lei un malessere che l’ha spinta in un triste gorgo. Da un anno è diventata una nostra affezionata cliente, ovviamente avevamo già sentito parlare della ‘polacca’, infatti nel quartiere la additano come ‘la troietta sovietica del notaio’ o le persone più gentili la definiscono ‘quella russa squilibrata’.

Indubbiamente a un occhio superficiale, e un po’ maligno, Mirella può apparire provocante e adescatrice, al punto da infiammare nutrite schiere di stupidi maschi con il testosterone a mille. In realtà lei è così, spontanea, fresca, il suo modo di essere e di fare non ha come obiettivo quello di sedurre qualcuno in particolare, ma certamente il suo unico intento è di piacere come persona in generale. A ogni buon conto, tale atteggiamento purtroppo non è compreso dalla maggior parte delle persone; vale a dire da quegli uomini repressi che si sono sentiti sedotti e poi rifiutati e da quelle donnette, sfatte e un po’ sfigate, invidiose della bella polacca.

Purtroppo, con quella sua brutta debolezza, Mirella sta aggravando una reputazione già pericolosamente traballante.

Quando entra nel salone, ormai so già che cosa vuole, perciò lei stessa esige che sia io, e solo io, a prendermi cura dei suoi capelli… e non solo. Tra me è Mirella c’è un tacito accordo, di cui però mi sento tremendamente colpevole. L’assecondo solo nella speranza di riuscire a esserle d’aiuto a venir fuori dall’oscuro tunnel in cui si è infilata, e con la vana illusione di poterla tenere ‘sotto controllo’.

Mentre le lavo i capelli spesso mi racconta della sua vita, prima di diventare madre, in giro fra Polonia e gli altri stati europei, in particolare dell’ex blocco sovietico. A suo dire tra i 15 e i 23 anni fu una celebrità nel suo paese. Faceva la contorsionista, e proprio grazie a tale attività ebbe la possibilità di vedere molti luoghi, conoscere tante persone e culture diverse che le hanno ampliato le vedute. Addirittura per un certo periodo fu ospite fissa di un popolare programma polacco domenicale, poi andato in onda anche in altri paesi alleati della grande madre Russia. Quando compì 23 anni, finalmente anche l’amore ‘vero’ fece capolino nella sua vita, nella persona di un ricco, maturo e rassicurante imprenditore moscovita. Lasciò la sua vita un po’ nomade, ma ricca di soddisfazioni, per dedicarsi completamente a chi le aveva rapito il cuore. Non sapeva che in realtà, quell’uomo così dolce e protettivo, aveva già famiglia a Mosca; accadde dunque, come prevedibile, che non appena Mariolka gli comunicò raggiante di essere incinta, lui senza proferir parola le lasciò una busta sgualcita con dentro una certa somma di rubli – che le bastarono a mala pena per portare a termine la gravidanza – e scomparve per sempre dalla sua vita. Precipitò così in una profonda disperazione, e forse proprio per questo si lasciò conquistare facilmente dall’affetto e dalla protezione offertole da Gian Paolo.

Lo sventurato, ormai da diverso tempo, è al corrente del vizietto della bella moglie, tanto da intimare a tutti i baristi del quartiere di non darle da bere oltre un certo limite, se non vogliono correre il rischio d’incappare in una bella denuncia. In zona il buon notaio è molto temuto e rispettato, quindi tutti si attengono strettamente a tale richiesta. Naturalmente gli sforzi del sant’uomo si sono rivelati alquanto vani.

Mirella più di una volta è entrata nel negozio di Arturo con le buste della spesa, in cui potevo scorgere senza tanta fatica le bottiglie di cognac. La sciagurata stranamente preferisce avvelenarsi con distillato di vino francese a elevata gradazione più che con l’estratto alcolico di tubero russo. Non sempre questo stratagemma le riesce e per evitare i lunghi rimproveri del marito, molte volte viene da noi a sistemarsi i capelli ben sapendo che mentre le riassetto lo scalpo, farò un salto a prenderle quei 4-5 bicchierini al bar di fronte. 

«Capisce? Le umidità che ci sono… e poi il spuzzo… bisogna che facci qualcosa…»

I miei occhi sono ipnotizzati dalle due masse informi e traballanti come grossi budini di gelatina che sporgono dal petto di Titti, la quale gesticola nervosamente mentre, tra un tiro di sigaretta e l’altro, cerca di farmi capire il motivo della sua improvvisa visita. La sua voce risuona nei miei padiglioni auricolari nauseati, il tono è un mix fra la cadenza di uno scaricatore di porto bifolco e l’inflessione ricercata della principessa sul pisello… e quanti piselli!

Inevitabilmente tutte le volte che Titti attacca a parlare, proprio per non essere obbligato ad ascoltare le sgrammaticate sciocchezze articolate dalla sua linguaccia biforcuta, apro quasi in automatico le porte di un’altra dimensione e inizio a vagare fra gli abissi del pensiero. 

Quando la conobbi da subito usò con me un tono fin troppo confidenziale, spingendosi addirittura a farmi le avances che io naturalmente rimandai con eleganza al mittente. Da allora, la poveretta dev’essere rimasta piuttosto contrariata e disorientata, perciò adesso quando parla con me passa dal ‘lei’ al ‘tu’ con noncuranza. In ogni caso io mi rivolgo alla zoccola dandole del ‘lei’, come si conviene a una donna della sua levatura.

«Mi scusi un attimo, ho perso il filo. Di che umidità sta parlando?» la guardo perplesso mascherando il disgusto per il tanfo esalato dalla sua boccuccia, un mix micidiale fra aglio e nicotina. Lì per lì, mentre parlava di ‘spuzzo’, ho creduto che si riferisse proprio al suo alito tremendo, ma in breve ho realizzato l’assurdità della mia supposizione.

Lei mi si fa più vicino costringendomi ad arretrare maldestramente, a causa del ginocchio dolente, incespico sullo zerbino interno e per poco non rovino nuovamente a terra. Titti con agilità imprevista mi afferra per un braccio evitandomi il peggio. Mi ritrovo con il collo fra le due grasse poppe e il viso rivolto verso il suo faccione che con un ghigno di piacere mi lancia sguardi equivoci effondendo nel frattempo letali zaffate d’aglio affumicato. Probabilmente la mia espressione agghiacciata tradisce tutto il ribrezzo che provo per lei.

‘Se non t’acchiappavo io… ma che c’hai, pari che stai per tirar il cuoio?!’

Con un movimento secco mi tira su, così che mi ritrovo a faccia a faccia con la mia salvatrice…

NB: sono attualmente alla ricerca del seguito (Alan Dis).


 Si ringrazia per la revisione del testo Alessandro Vigliani

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