7 novembre 1938 anno XVI era fascista

Sono passati nove mesi, lunghi, noiosi e pieni di zanzare dopo il trasferimento punitivo, ma Peppino malgrado tutto non ha perso l’abitudine alla sua inappuntabile divisa da capostazione: giacca nera a doppio petto, camicia bianca ben stirata, con il colletto rigido, il papillon e due spille dorate con il monogramma FF.SS appuntate ai baveri della giacca.

Eppure da quella stazione persa in mezzo alla campagna malarica del Cilento, lontana dal paese e lontana da tutto, fermano solo tre coppie di treni al giorno, due la mattina, due il pomeriggio e una di notte, dalle quali scendono solo pochi viaggiatori, come pochi sono gli abitanti della frazione.

Gli abitanti del paese, in cima a un colle, non scendono mai allo scalo, troppe paludi e troppe zanzare, e poi la strada che si arrampica è poco più di una mulattiera sterrata, interrotta spesso da piccole frane quando piove e sassosa quando il clima è arido.

 

Anche se gli sembra di fare la guardia a un bidone di benzina, per giunta vuoto, Peppino continua a fare il capostazione di quella spersa ed inutile stazione.

C’è un vantaggio in questo lavoro: ha tanto tempo per pensare.

Nella frazione dello scalo ferroviario son rimasti in pochi: Peppino nel troppo grande alloggio di servizio, il vecchio professor Lussana che nei giorni dispari scende dal paese per dare lezioni private a domicilio a quelle teste di legno dei figli di due famiglie di contadini che abitano nelle masserie lungo il torrente e che continuano a coltivare la terra , giusto per abitudine come fanno da secoli.

Oltre le masserie non c’è altro, tranne gli appariscenti ruderi della cava di marmo del conte Baccini-Sforza.

È da un anno che il conte l’ha dismessa, dopo aver completamente divorato la collina come una carie inarrestabile, quando non ha avuto più convenienza economica, anche perché ora ha investito nelle cave di marmo toscane grazie alle sue aderenze con i capoccioni del PNF e il marmo toscano è più a buon prezzo, trasporto incluso, i carri merci arrivano fin dentro le cave…

Seduto al banco movimento della stazione, Peppino, dopo aver finito il cruciverba si lascia andare ai pensieri.

Altro che a favore del popolo, i fascisti stanno con quelli che hanno i soldi. Altro che a favore dell’ordine, quelle merde della milizia non sono altro che le peggiori teste calde che spadroneggiano sempre e con le teste calde non si ragiona com’era accaduto l’anno prima nella stazione di Frattamaggiore, quando si era interposto alle profferte di due militi ad una operaia del Canapicio Nazionale.

E non può neanche lamentarsi con qualcuno perché l’unico manovale in servizio Michele Cantalupo, figlio di Don Felicino Cantalupo il “federalino” di Pollica, è lì anche per fare la spia: lo sa bene che è sotto osservazione, se si comporta bene, compiuto l’anno di punizione, torna a casa.

E ne ha le scatole piene di quel posto di merda, gli è anche ritornata la malaria.
Le lettere che riceve dalla madre lo sconfortano, il federale locale in cambio di una settimanale fornitura completa di costate promette clemenza che non arriva…

E hai voglia a scrivere irritate risposte: “mamma fatti i fatti tuoi”, quella non demordeva e sprecava costate di prima scelta.

L’esilio durò fino a giugno del 1940, con l’entrata in guerra tornò a Napoli Marittima . Servivano capistazione per seguire gli imbarchi di truppe e munizioni verso la Libia.

 

Chissà perché questa vecchia storia di famiglia mi torna in mente quando rileggo il capolavoro di Carlo Levi Cristo si è fermato ad Eboli

– Noi non siamo cristiani, – essi dicono, – Cristo si è fermato a Eboli –. Cristiano vuol dire, nel loro linguaggio, uomo: e la frase proverbiale che ho sentito tante volte ripetere, nelle loro bocche non è forse nulla piú che l’espressione di uno sconsolato complesso di inferiorità. Noi non siamo cristiani, non siamo uomini, non siamo considerati come uomini, ma bestie, bestie da soma, e ancora meno che le bestie.

Si ringrazia per l’editing Maria Laura Villani

 

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2 thoughts on “Don Peppino non si è fermato a Eboli

  1. Raffaele, abbiamo in comune un passato di antenati antifascisti. Per questo che il revisionismo non è nel nostro DNA!

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