Ho già scritto che mi piace che i treni abbiano un’andata e un ritorno.

Chi parte deve ritornare: non si deve scappare da nessuno e da niente.

Al posto di Ulisse non avrei mai iniziato l’ultimo viaggio oltre le colonne d’Ercole, dopo tanti vagabondaggi sarei rimasto ad Itaca a godermi la vecchiaia cazzeggiando nelle bettole del porto con i vecchi commilitoni a raccontare imprese sempre più esagerate a quell’aedo cieco che si beve tutto.

 

E ne ho fatti tanti di viaggi in treno e anche io amo raccontare, cazzeggiando, vecchie storie .

E porca miseria in quasi mezzo secolo di viaggi in treno, non mi è mai capitata un’avventura erotica! Mica come il mio amico G. che racconta di incontri erotici in ogni suo spostamento, anche il più breve.

Ha avuto un’avventura con una bellissima principessa birmana nel tram che va alla Torretta. Cosa cazzo ci facesse una principessa birmana in un tram a Napoli non è dato saperlo.

Comunque delle due una: o sono particolarmente sfigato nei miei viaggi oppure il mio amico G. racconta un sacco di frottole.

Ma credergli è anche una manifestazione di affetto.

Intanto io continuo a prendere il treno, mica nella speranza di un ipotetico incontro, ma piuttosto perché è molto più comodo e divertente. La comodità è ovvia, non sei costretto a restare concentrato come in macchina per evitare coglioni che hanno perso l’istinto di conservazione. Divertente perché è l’occasione di incontrare persone lontane dalla mia realtà quotidiana. Il bello del viaggio in treno è proprio questo!

E per questo porto con me il mio taccuino, vi scrivo le mie impressioni, vi annoto i discorsi dei coabitanti dello scompartimento, descrivo le loro facce.

Qualcuno di questi personaggi è finito in qualche mio racconto.

Ora mi son fatto prendere la mano a parlare di massimi sistemi e ho divagato invece di raccontare un’altra storia ferroviaria tirandola fuori dal cascione dei ricordi.

Estate 1963.

Summo cum labore, deo fortunae juvante, aliis rebus secundis, nam accepimus maturitatem classicam…

Insomma presi la maturità classica e allora da maturi niente più in vacanza in famiglia, sulla spiaggia di Serapo.

La meta è Rimini: la mecca della vacanza erotica di quegli anni, dove è pieno di svedesi, bionde, belle e disponibili.

Coinvolgo nell’impresa altri quattro maturati.

Soldi ve ne sono pochi, per cui non è ipotizzabile un soggiorno in pensione anche se di infimo livello.

Per cui si decide per il campeggio.

Cerchiamo una canadese a buon prezzo, al mercato dell’usato al Ponte di Casanova. L’unica accessibile per il capitale disponibile è una scassatissima canadese a due posti (poco male diciamo, ci stringiamo e poi mica si va a Rimini per dormire).

Così siamo pronti per partire.

Sbarco a Rimini pieni di speranza, dopo un viaggio scomodissimo in treno. Pur avendo il biglietto gratis in prima classe come figlio di ferroviere, per solidarietà con il resto del gruppo viaggio anche io in seconda.

Comunque sia, eccoci a Rimini per un soggiorno che speravamo lungo e profondamente erotico.

All’arrivo prima sorpresa, niente campeggio libero: se appena osavi montare una tenda arrivavano solerti vigili che ti rimandavano a casa senza pensarci un attimo.

Seconda sorpresa: nei vari campeggi non avevano posti liberi fino all’anno successivo.

Rapido consiglio di guerra su cosa fare: è la decisione fu quasi unanime, un rapido ritorno a casa, la vacanza si può fare anche nella casa al mare con mamma e papà e a Scauri o a Gaeta qualche acchiappo esotico si può sempre fare.

L’unico che non recede sono io, resto a Rimini, ma ho una risorsa aggiuntiva che gli altri non hanno: i biglietti gratis in treno, dormirò in treno. Parto da Rimini con l’ultimo treno della notte, non importa in che direzione. Ritorno a Rimini con il primo treno che arriva il mattino.

Per lavarmi uso i cessi della stazione, che allora erano attrezzati.

Mangio alla tavola calda della stazione con lo sconto ferrovieri, mostrando la tessera ferroviaria.

Per una settimana faccio su e giù nei treni notturni dell’Emilia-Romagna.

E durante il giorno vado in giro come uno zombi per il lungomare nella vana caccia di svedesi disponibili.

Mi becco per eccesso di esposizione al sole un eritema solare da Guinness dei primati sul collo e sul viso.

Di acchiappo estero o nazionale neanche a parlarne per cui dopo una settimana mi arrendo, anche perché i pochi soldi son finiti, prendo il treno che mi riporta a casa.

Intanto giusto per occupare il tempo, seduto all’ombra degli alberi dell’Anfiteatro romano lessi tutta la Bestia Umana di Emile Zola.

Ve lo consiglio, è un grandissimo romanzo, per un certo verso addirittura anticipa il legal thriller alla maniera del celebratissimo Grisham.

Ma La bestia umana non è solo questo: è anche un romanzo ferroviario che ricostruisce minutamente ambienti, tecniche, strutture e gerarchie di treni, stazioni, locomotive, vagoni, intrico dei binari, scambi, segnali, tunnel, passaggi a livello e case cantoniere. È anche, infine, un romanzo sociale che rappresenta i mali e le corruzioni del mondo economico-politico nella Francia di Napoleone III, che ha tanti riferimenti all’Italia di oggi e che Umberto Eco ha così bene raccontato nel suo Cimitero di Praga.

Dal romanzo di Zola sono stati tratti anche due film.

Uno nel 1938 diretto di Renoir un film molto sensuale grazie alla favolosa coppia Jean Gabin – Simone Simon e che denunciava lo sfruttamento della classe operaia.

Un secondo del 1954 di Fritz Lang, con Gloria Grahame e con quel bietolone di Glenn Ford (dall’espressione fissa sia quando seduce, sia quando porta la locomotiva). Il film di Lang tradisce molto la trama del romanzo. E’ una sorta del Postino bussa sempre due volte in salsa ferroviaria.

Questa è l’inizio del film di Renoir con Jean Gabin macchinista: una sequenza da scuola del cinema.

La bestia  umana 

Che fascino quella locomotiva e quelle divise da ferroviere imbrattate di olio  e di carbone…

Invece oggi siamo in piena decadenza.

Si può dire che essa è iniziata quando hanno cambiato le divise dei ferrovieri, ora hanno una giacchettina verde da inserviente di circo.

Ma soprattutto è iniziata quando hanno messo sui binari questa specie di trenino da Disneyland .

Son curioso di conoscere il creativo che l’ha progettato e si permette anche di chiamarlo TRENO OK!

E’ il trionfo dei colori pastello!

Un macchinista come Jean Gabin si rifiuterebbe di condurlo.

Ringrazio per l’editing Maria Laura Villani


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2 thoughts on “Treni amori miei

  1. @Giovanni, il peggior guaio è non poter fumare in treno. Poi con l’alta velocità il panorama fuori è inguardabile, passa troppo in fretta e tante gallerie.

  2. Dei treni mi ricordo sopratutto i treni di notte da giovane. Al solito non riuscivo a dormire e ogni volta che il treno si fermava in una piccola stazione provavo la voglia di scendere e conoscere le persone che abitavano in quel piccolo posto sconosciuto. Purtroppo non l’ho mai fatto. Ancora più piccolo, diciamo dai 6 a 10 anni, quando facevo un percorso conosciuto e il tempo non passava mai, mi immaginavo per vincere la noia di cavalcare vicino al treno e dovere scegliere la strada e superare gli ostacoli che si presentavano. Ancora oggi prendo volentieri il treno. Ho smesso di viaggiare di notte, troppa insonnia. Invece un buon viaggio di giorno, anche se lungo, sguardi fuori e tanti giornali e libri. E la discesa veloce in ogni stazione per tirare qualche boccata dalla sigaretta. Anche quando fa freddo e piove. Il treno è rimasto umano.
    Giovanni Merenda

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