Ho letto Gomorra di Roberto Saviano.

Avevo promesso a me stesso di arrivare fino all’ultima pagina, anche se dopo le prime cinquanta pagine avevo già capito dove andava a parare, ma non si poteva mai dire, magari nelle pagine finali aveva uno scatto decisivo.

Ed invece non mi sbagliavo!

Saviano ha mescolato notizie trite e ritrite sulla camorra, di terza mano con storie totalmente inventate, luoghi comuni con scene tratte dai poliziotteschi degli anni ‘70, personaggi dello sceneggiato Il Marsigliese con particolari macabri tratti dalla cronaca nera recente.

Questo minestrone, anzi questa minestra maritata (e i napoletani sanno a cosa mi riferisco), per effetto di una sorta di meccanismo di accumulo ed eccesso di enfasi, ha il risultato di non determinare indignazione, cosa che invece dovrebbe e potrebbe.

Troppe pistole che fracassano teste e mandibole, troppo sangue, troppi morti, troppi massacri che si susseguono a massacri.

E’ un catalogo da obitorio e proprio per questo diventa una routine.

Non è un romanzo alla Padrino con personaggi a tutto tondo, ma solo una raccolta di figurine, una sorta di album Panini della camorra; non è libro di inchiesta perché non porta alcun contributo di novità alla lotta alla camorra; non è un romanzo di formazione perché l’autore resta sullo sfondo ad eccezione di un unico episodio.

Il lessico è piatto, come quello dei praticanti giornalisti che scrivono articoli di una colonna scarsa su un incidente stradale o sull’incontro di calcio Real Secondigliano – Atletico Melito.

Lo stile non è armonico ed omogeneo. Mi spiego meglio: ogni scrittore che si rispetti ha uno stile caratteristico, perfettamente identificabile. Tanto per fare un esempio, se leggo un brano di Marquez, senza che sia citato l’autore, ne identifico facilmente la paternità. Ciò non avviene in Gomorra e la ragione, credo, è dovuta alla diversa origine delle fonti, dagli articoli di cronaca locale che riportano fatti di camorra agli atti processuali, dalle testimonianze dirette alle parti di fantasia.

Insomma Gomorra non mi piace e non per questo devo essere definito ‘a favore della camorra’, come ha fatto qualcuno al quale ho esternato questo mio giudizio.

Gomorra è stato comprato moltissimo soprattutto dopo le minacce e la necessità della scorta.

Gomorra, secondo me, si può definire una scommessa mediatica della casa editrice di Segrate e, forse, l’autore, per un malinteso senso di eroismo, dai palchi delle manifestazioni anticamorra, ha azzardato affermazioni esagerate, imprudenti e senza uno scopo concreto, se non quello di prendere inutili rischi.

Di libri sulla camorra e sulla mafia ve ne sono a bizzeffe, molto più documentati e ‘rigorosi’ (quando non si scrivono romanzi si DEVE essere rigorosi).

Ad esempio sto rileggendo un libro di 10 anni fa di Saverio Lodato dal titolo Diciotto anni di mafia, e questo è un libro rigoroso.

Se invece si vuole ‘sbariare’ allora si scrive un romanzo, che so sulla monnezza, ed allora si può dare spazio alla fantasia.

Ma le cose a metà sono come il branzino con la carne macinata.

Gomorra è questo: carne e pesce, a qualcuno può piacere, a me no e lo ribadisco.

Che Saviano abbia ricevuto minacce, me ne rammarico, ha tutta la mia solidarietà, ma questo non cambia il mio giudizio sulla validità del suo testo.

Da Gomorra è stato tratto anche un film.

L’ho visto e non mi è dispiaciuto.

Ma il film è un’altra cosa e poi l’ha girato Garrone che è un grande, e vi ha recitato Toni Servillo che è altrettanto grande anche quando dovesse leggere l’orario ferroviario della Circumvesuviana.

PS
Saviano mi è simpatico.
Ho voluto allegare l’immagine del grande Toni Servillo

Raffaele Abbate (Il Macellaio)

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3 thoughts on “Alla maniera di Ninnillo di Natale in casa Cupiello: “A me Gomorra nun me piace”

  1. Sono nata ,e cresciuta a Casal di principe, e ho letto gomorra, non sono una critica letteraria, e non posso pemettermi di dare giudizi, come Raffaele Abbate,ma come cittadina di Casale almeno per la parte di Gomorra che riguarda la mia terra natia,non posso che essere indignata verso alcune gravi omissioni , a Casale c'e' la camorra, ma c'e' perche' manca lo Stato….sono d'accordo con Abbate ,il libro non e' di denuncia, e' una minestra maritata, di cose gia' dette , e gia' note,ed e' inoltre romanzata nella maniera piu' assurda ed assoluta.Ma quando mai, e dico quando mai, a Casale qualcuno ha sparato nei negozi a caso, solo per provare i kalasnikov (che nn so' neanche scriverlo)?!?!Ve lo garantisco mai!!!In trent'anni di attivita' commerciale dei miei genitori!!! E perche' Saviano non ha mai il corraggio di dire che Casale (e credo anche gli altri posti di cui parla) sono pieni di persone oneste e lavoratrici, che sono stufe di vedersi sputare addosso una denuncia sterile,che non va' al nocciolo del problema, ma che da' sempre piu' spazio ed enfasi al fenomeno, invece di capire quali possano essere le strade per dare voce ed una vera alternativa a chi vive ed opera in quei posti quotidianamente, e che merita un cambiamneto reale ed effettivo, piuttosto che essere additato come"casalese"!!!!!!!

    1. Cara Flora purtroppo il successo mediatico di Saviano gli ha attribuito una credibilità al di la deei suoi effettivi meriti.
      Vedi non sei l'unica testimonianza "locale" Moltissime persone che vivono nei luoghi descritti da Saviano affermano le inesattezze e le approssimazioni contenute in Gomorra.
      La strada da seguire per risolvere è semplice.
      Più presenza dello stato che non significa più posti di blocco sulle strade, ma ad esempio lotta al lavoro nero, all'evasione fiscale, all'abusivismo edilizio, controllo sulla politica locale.
      Il discorso sarebbe lungo, ma credo che ci siamo capiti.

    2. Cara Flora, capisco il tuo accorato commento. Purtroppo molto spesso si fa di tutta un'erba un fascio, a discapito delle persone per bene come te e molti altri.

      Io credo che realtà come Casal di Principe, Secondigliano, ma anche altri posti d'Italia, specialmente nell'Italia del Sud, ci si scontra contro due aspetti negativi: la malavita e certa mentalità di molte persone.

      Questo secondo aspetto tende quasi a giustificare l'esistenza della malavita, quasi che "serva" per mantenere lo status quo.

      Lo Stato è troppo spesso assente oppure, peggio, è visibile ma non serve, perché non combatte la malavita estirpandola dalle Istituzioni stesse, ma manda ragazzi in divisa da far vedere al telegiornale.

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