Dante, Giulia, Andrea. Tre voci. Tre colori. Tre io.
Un tentato suicidio, un adulterio da consumare, una donna da scopare.
Una notte. Solo una notte durante la quale tre vite si incontrano e si intrecciano.

Dante, schietto, lucido, a tratti brutale nella sua commiserazione del pianeta, passa da un bar all’altro denigrando chiunque, se stesso in primis. Incontra Giulia, una moglie-mamma in crisi esistenziale che, quella notte, ha deciso di suggellare con un evento, pardon con un uccello, il fallimento del suo matrimonio. Insieme incrociano Andrea, un operaio-tronista-palestrato-griffato che dopo una settimana massacrante di lavoro aspetta il week end per andare a caccia di un qualsiasi buco nel quale infilarsi.

Tre personaggi diversi, ognuno con il proprio bagaglio di esperienze, ognuno con le proprie certezze vacillanti, proiettati in una notte che diventa l’assoluta protagonista del romanzo con alcool, droga e sesso, in un vortice emotivo-delirante.

Tre Io, edito dalla Neo Edizioni, mi ha convinto sin da subito con un linguaggio ricercato ma non smorfioso, in particolar modo per il personaggio di Dante – vera e propria guida nell’inferno della notte.

L’originale scelta cromatica fa strada al lettore che, dopo un attimo di apparente smarrimento, si lascia guidare dai colori nelle sinapsi dei tre io.
Dialoghi taglienti alternati a profonde introspezioni rendono la narrazione viva, pungente.
Scelta singolare ma efficace è lo pseudonimo – Mario Rossi – il nome più comune nazionale usurpato per narrare un romanzo di cui tutto si può dire, non che sia comune, standard.
Singolare perché l’autore resta ignoto, efficace perché, liberandosi dell’identità, Mario Rossi ha potuto scrivere senza alcun pregiudizio morale, costringendo il lettore a fare i conti con se stesso e con i limiti imposti dalle convenzioni sociali, dalla religione, dall’io.

Quello di Mario Rossi è un libro intenso, scritto senza peli sulla penna, che obbliga il lettore a voltare pagina dopo pagina, fino all’insospettabile epilogo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Mario Rossi è uno pseudonimo. Uno pseudonimo ma anche un pretesto. È l’alibi perfetto. È un’entità ambigua, proteiforme. È l’uomo che potresti o non vorresti mai essere. È un elogio all’anonimato come diritto da difendere e dovere da esercitare. Poche e frammentate notizie su di lui. Alcune voci dicono che sia un giornalista ammanicato con le alte sfere, altre che sia stato parlamentare, altre ancora che sia un uomo di fede. Di certo è una personalità schiva che non ama parlare di sé, se non attraverso la propria scrittura. Per Neo Edizioni ha scritto “La bella e la bestia” nell’antologia di fiabe non più fiabe E morirono tutti felici e contenti (2008).

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